IL NUOVO MONDO

E’ notizia di questi giorni la scoperta di un pianeta molto simile alla Terra, nel quale la vita non solo sarebbe possibile, ma probabilmente potrebbe essersi sviluppata in modo simile a come è avvenuto sul nostro pianeta, dato che si trova nella cosiddetta fascia abitabile, ovvero né troppo distante, né troppo vicino al proprio Sole e le dimensioni sono praticamente a noi identiche.

Il pianeta, chiamato Kepler 186-f si trova a circa 500 anni luce da noi, una distanza enorme. Se da lassù si osservasse la Terra con un telescopio potentissimo, ci vedrebbero intenti nei primi viaggi di esplorazione di un altro Nuovo Mondo; Martin Lutero starebbe meditando sulle sue 95 Tesi che da lì a poco avrebbe affisso alla porta del castello di Wittemberg e il capitalismo, fatto allora di commercianti e banchieri, starebbe muovendo a stento i suoi primi passi.

Stessa cosa potremmo dire di ciò che vedremmo noi, tecnologia permettendo tra qualche anno, di ciò che avviene in questo pianeta così lontano, ma al tempo stesso così vicino. Inoltre, sarebbe anche impossibile comunicare, nei limiti delle leggi della fisica attuale,  dato che un messaggio per essere ricevuto e rispedito impiegherebbe in tutto circa un millennio.

Ora, è chiaro che questa scoperta, al di là delle implicazione pratiche che, come detto, a livello di spazio-tempo non sono tangibili, impone una riflessione abbastanza profonda su ciò che molti chiamano il principio antropico dell’esistenza dell’uomo. Ciò che enuncia tale dettato infatti, consiste nella constatazione che l’Universo è proprio così per permettere la nostra esistenza. Ovvero, siamo così perchè tutto ciò che ci circonda ce lo ha permesso; esistiamo, dunque la realtà è così, e viceversa.

Inutile poi aggiungere cosa succederebbe se si avesse la certezza dell’esistenza di un’altra civilità intelligente su quel pianeta (dato che quanto meno con l’osservazione più dettagliata non sarà poi così impossibile scoprirlo nei prossimi anni) a tutti coloro che sentono così diverse le persone nate sul nostro stesso mondo, ma semplicemente in un continente diverso e con un colore della pelle non uguale al loro. Sarebbe poi curioso conoscere le nuove posizioni dei creazionisti che sono convinti dell’esclusività dell’uomo e soprattutto nell’immagine e somiglianza al Dio creatore. Se l’osservazione di questi nuovi “esseri” dovrebbe mostrarceli con due teste o cinque braccia, quale sarebbe invece la “forma dei” più adatta?

E’ chiaro che sappiamo poco o pochissimo di ciò che ci circonda. Siamo ancora per molti nostri aspetti relegati allo spirito di sopravvivenza su questo pianeta del quale non riusciamo a capire perchè abbiamo l’onore di esserne gli ospiti. Migliaia di anni fa le donne erano attratte dagli uomini con le braccia forti perchè potevano procacciargli il cibo ed assicurare la sopravvivenza loro e della loro prole. Oggi questo discorso vale per i conti in banca e per lo status sociale. Idem per gli uomini che nella maggior parte dei casi hanno come preoccupazione soltanto la riproduzione fine a se stessa, il mangiare e il divertimento più a buon mercato. Ovviamente esistono delle eccezioni e sono quelle che ci faranno evolvere, laddove però riusciranno a diventare maggioranza. Per quanto infatti si stiano scoprendo e valorizzando nuove forme del sentire umano, così come le enuncia Rifkin nel suo libro La civiltà dell’empatia, ci identifichiamo ancora troppo alla concezione ottocentesca dell’uomo considerato come un mero calcolatore dei propri interessi che persegue se non per ricavare un vantaggio, che sia di origine economica, sociale o strettamente personale.

La riflessione che rimane aperta è se veramente possiamo far finta di nulla e crederci così unici e speciali in questo Universo, al punto tale che colui che lo ha creato ci somiglia e che la nostra esistenza che esce dal nulla e ritorna nel nulla possa essere per questo, in quanto irripetibile, definita eterna? Credo che siamo agli albori di ciò che tra qualche secolo studieremo come Era spaziale e tutta la storia fin qui conosciuta verrà racchiusa in un solo periodo storico, dove gli accadimenti e i progressi tecnologici si sono susseguiti incessantemente, ma dove l’uomo è rimasto sempre fondamentalmente lo stesso. Le grandi utopie alle quali “l’umanità approda di continuo, vi getta l’ancora, scorge un Paese migliore e di nuovo fa vela” (cit. Oscar Wilde) hanno sempre dovuto fare i conti con la natura dell’uomo e spesso si è giunti alla conclusione che sia necessaria una rivoluzione prevalentemente interiore e nella mentalità, piuttosto che nel controllo dei mezzi di produzione, ad esempio.

Cito Pirandello, a riguardo, il quale faceva una riflessione simile pensando soltanto alla rivoluzione copernicana, ovvero a quando l’uomo ha scoperto di non essere al centro del creato con tutto ciò che esiste a giragli intorno, bensì essere soltanto l’apparizione provvisoria di una manifestazione periferica di una galassia tra 500 miliardi di altre galassie (stima dell’Universo osservabile; Kepler 186f si trova sempre nella nostra Via Lattea):

Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre. 

A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’é sopra il soffitto il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse a loro un conforto religioso, contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazi, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento.

di Filippo Piccini

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