IL CALCIO.. IL PUGNO, LO SPARO

Ciò che è successo ieri per la finale di Coppa Italia Fiorentina – Napoli è gravissimo e deve far riflettere tutti, inducendoci a riflessioni profonde sul significato di uno sport che ipocritamente viene ancora definito tale anche di fronte a simili ripetuti gesti e che fa comodo che sia così.

Mi viene in mente quando il mese scorso il presidente Obama è venuto in visita a Roma e nel passeggiare all’interno del Colosseo, dove non ha voluto riceve l’ignorato sindaco Marino in quanto il suo staff ha precisato che voleva un po’ di tempo per sé e che si trattava di una visita privata, ha rilasciato una dichiarazione colloquiale con il direttore tecnico del monumento più importante simbolo della nostra civiltà che molte analogie aveva con l’impero americano di oggi. Ha dichiarato, di fronte alle spiegazioni dell’architetto il quale mostrava i cruenti metodi di esecuzione dei gladiatori e le feroci leggi a cui dovevano sottostare, che in fondo in 2mila anni non molto è cambiato e che l’uomo è rimasto pressoché lo stesso. Detto dal presidente dello Stato più potente del mondo, nonché Nobel della pace, fa riflettere.

A guardare ciò che è successo ieri non la si può pensare diversamente. Un tempo infatti esisteva il Colosseo come arena dove venivano mostrati i “giochi” alla plebe, oggi lo stadio Olimpico. Certo, magari i colpevoli dei reati non verranno crocifissi sulla via Appia (per quanto in questo istante dei cristiani vengono crocifissi in Siria per volere dei terroristi di Al Qaeda), ma la sostanza è la stessa: esistono dei luoghi, oggi gli stadi di calcio, dove la gente che durante la settimana accumula stress e frustrazione, fa fatica ad arrivare alla fine del mese e vive in una società malsana dove conta soltanto chi alza più la voce e chi ha più soldi, la macchina più grande e la moglie più rifatta, si ritrova tutta insieme ad esprimere tutto il loro disappunto e tutta la loro rabbia. Vanno lì con l’intenzione di creare disordine e detto fatto ci riescono sempre. Jung sosteneva che le nevrosi nascono quando l’ideale di vita che si era immaginato di condurre non corrisponde alla reale vita che si sta svolgendo. Niente di più attinente alla realtà in questo esempio. E da qui il caos e la guerriglia.

Il potere nei secoli ha capito che se questa rabbia, dovuta appunto ad una società che non appaga e non valorizza gli uomini, ma li rende soltanto dei semi-schiavi del consumo e della produzione, dovesse canalizzarsi per sovvertirlo, sarebbe sicuramente il rischio più grande per chi intende mantenere lo status quo e per l’appunto il potere stesso. Per cui in modo molto ipocrita acconsente tacitamente che tutto ciò avvenga, perché altrimenti così come si è riusciti a porre fine all’emergenza degli anni di piombo e al terrorismo interno, problema di ben più strutturata e motivata natura, si riuscirebbe anche a sradicare definitivamente la violenza legata al calcio, oltre che con misure punitive più severe, anche semplicemente parlando meno di questo mondo, dargli meno rilevanza nei giornali e nei tg, oltre che non riconoscerlo come unico sport nazionale, che a volte sembra posto quasi al pari della religione di Stato, nelle scuole, così come nelle parrocchie, in famiglia o nei bar. Dovrebbe passare il messaggio che invece di andare allo stadio, si potrebbe andare a teatro o a un concerto; al posto della partita in tv, si potrebbe guardare un bel film e in famiglia o con gli amici ci si potrebbe aggiornare su ciò che succede nel mondo piuttosto che sentenziare se una palla è entrata veramente in una rete oppure no.

Certo deve ritenersi proprio sfortunato il premier Matteo Renzi che conoscendo bene le tecniche di comunicazione e di culto dell’immagine, nonché appunto la passione degli italiani per il calcio, dopo non aver potuto pubblicizzarsi nella passerella della partita del cuore, a cui gli è stato impedito di partecipare per motivi di par-condicio elettorali, non è riuscito neanche a farsi bello nella platea dell’Olimpico dove, tra petardi e fumogeni, tifosi feriti da colpi d’arma da fuoco e sonori fischi all’Inno di Mameli, si è visto togliere lo scettro del potere di decidere se una cosa va fatta o meno, in questo caso la finale di Coppa Italia, e non da un capopopolo dell’opposizione, né da un correntista interno al suo partito, bensì da un certo Gennaro a’ Carogna che ha di fatto deciso per tutti, sorretto dal consenso dei tifosi partenopei che probabilmente lo avranno in qualche modo eletto a loro leader. E per di più la Fiorentina ha anche perso.

Non ci si stupisce allora se i giornali esteri titolano “Il figlio di un camorrista decide se giocare la finale di Coppa Italia“, né se l’hashtag di twitter più utilizzato di oggi è #ilcapoultrahadeciso, perché oltre al messaggio che è passato ciò che è successo è stato questo. Lo Stato in Italia negli ultimi decenni è stato sempre più assente e ieri, il giorno dell’anniversario della nascita di Niccolò Machiavelli (3 maggio 1469), è stato sconfitto 1 – 0. Concluderei con una Sua citazione sul potere e i suoi strumenti: “Il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini, che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri, e chi serve volentieri, e chi si ribella ed è ripreso.”

di Filippo Piccini

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