SI SCRIVE IMPASSE SI PRONUNCIA EMPÀSSE

Oggi la borsa di Milano ha chiuso a -2,69%. Sembrerebbe che i dati macroeconomici odierni sulla stagnazione europea tra cui l’italianizzazione dell’economia francese, che sembra attraversare un momento di stallo con una crescita di solo 0,2% per il secondo trimestre 2014, e su una ripresa generale che quindi fatica ad esserci, abbiano affossano i listini continentali. Credo che per capire in che punto dell’abisso ci troviamo dovremmo fare un piccolo quadro della situazione partendo dai dati statistici che abbiamo di questi ultimi anni, gli unici strumenti super partes che possono darci un’idea dello stato di salute del nostro Paese e di riflesso dell’Eurozona di cui facciamo parte.

In italia per la crisi, tra il 2008 e il 2012 hanno chiuso circa 9 mila imprese storiche, con più di 50 anni di attività. Si tratta di 1 impresa storica su 4 (fonte: Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza). Il debito pubblico è aumentato a febbraio 2014 di 17,5 miliardi, raggiungendo un nuovo massimo storico a 2.107,2 miliardi e si attesta ora a circa il 133% del PIL (fonte: Bankitalia). Il tasso di disoccupazione a gennaio 2014 è balzato al 12,9%. I disoccupati sfiorano i 3,3 milioni (fonte: Istat). Nell’Eurozona per il 2013 le stime confermano una disoccupazione al 12,3%, e per il 2014 al 12,4% (fonte Bce). I poveri per la crisi in Italia sono raddoppiati dal 2007 al 2012 a quasi 5 milioni (fonte Istat).  Le sofferenze bancarie a dicembre 2013 ammontavano a 155,8 miliardi, nuovo record, e ben 30,9 in più rispetto ai 124,9 miliardi di fine 2012 (fonte: Bankitalia). Il PIL italiano ha subito un crollo senza precedenti di -8,8% dall’inizio della crisi nel secondo trimestre del 2007 (fonte Eurostat); nel solo 2012 si è attestato a -2,4% e nel 2013 a -1,8%.

Aggiungerei poi dati reali e di buon senso che chiunque può percepire, dal numero di persone che ognuno di noi conosce essere senza lavoro, alle difficoltà che ormai qualsiasi istituto di credito o società finanziaria fa per concedere un prestito anche di esigua entità o ai problemi sociali che si concretizzano in gesti estremi sempre più frequenti. Il più grande problema sta nel capire qual è la miglior formula per uscire da questa impasse e fornirci di un nuovo modello di sviluppo.

Purtroppo non si vuole ancora accettare, o meglio, alcuni che difendono la vecchia guardia del paradigma economico attuale non lo vogliono accettare, che una società basata sul carbonio, e quindi sul petrolio e le risorse non rinnovabili, sta finendo. Se ci pensiamo un attimo tutto ciò che ci circonda, dai piccoli oggetti di tutti i giorni, ai riscaldamenti o ai mezzi di trasporto, è basato sull’estrazione, la lavorazione e lo sfruttamento di combustibili fossili. Gli stessi che da più di un secolo dominano la scena e che per mantenere abbiamo bisogno di un elevato sforzo di controllo, gestione e allocazione di risorse.

Non c’è sicuramente abbondanza di ricette e di nuovi modelli economici al mondo. Personalmente l’unica risposta concreta e direzione che si può intravedere è rappresentata da ciò che il premio nobel all’economia Jeremy Rifkin delinea nel suo libro La terza rivoluzione industriale. Finché non passeremo ai fondamentali cinque pilastri di questa nuova era, ci troveremo soltanto a stagnare nell’esistente, senza apportare alcun valore aggiunto. Questi pilastri prevedono: il passaggio diffuso alle energie rinnovabili; la conversione degli edifici in centrali autonome di produzione di energia; l’utilizzo dell’idrogeno per lo stoccaggio dell’energia in più; la tecnologia “smart grid” per la gestione in rete delle risorse richieste e infine i sistemi di trasporti non alimentati più da combustibili fossili.

Sono sicuramente passaggi epocali, ma così come il Rinascimento non si può definire la “ripresa” del Medioevo, non dobbiamo pensare che l’uscita dalla crisi possa essere un ritorno al passato e a quando con il nostro ormai saturo paradigma economico si cresceva. Le nostre imprese devono riprogettare radicalmente i propri servizi e parole come “competitività” ed “esclusività” devono lasciare il passo a “progettualità” ed “accesso” altrimenti staremo ancora contando gli zero-virgola percentuale positivi come dei buoni risultati, qualora mai ci fossero almeno quelli, in attesa della prossima ciclica crisi che forse a quel punto non potrà che essere definitiva per il nostro attuale obsoleto sistema economico.

Filippo Piccini 

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