LO STATO ISLAMICO DELL’IRAQ E DEL LEVANTE

Sono passati circa una dozzina di anni da quando l’allora presidente degli Stati Uniti d’America aveva ordinato di “andare a stanare i terroristi nelle loro case” come forma di ritorsione nei confronti dell’attentato dell’11 settembre e come e soprattutto atto di guerra preventiva al terrorismo, ovvero attaccare per prevenire invece che dover contare le vittime degli attentati una volta che questi si sarebbero poi verificati. Come se la causa del terrorismo fosse un qualcosa di concreto che si potesse eliminare con delle bombe e non alimentato dall’uso delle stesse.

Quello stesso presidente fu rieletto al suo secondo mandato nel 2004, previo messaggio dell’allora demonizzato Bin Laden che esortava gli americani a non votarlo se non volevano altre stragi, e lasciò la Casa Bianca nel 2008 consegnando “chiavi in mano” al suo successore una crisi economica dalla portata secolare di cui ancora adesso dopo quasi sei anni non vediamo l’uscita e di cui temiamo ulteriori peggioramenti.

Notizia di questi ultimi mesi è che se un tempo esisteva soltanto l’organizzazione Al Qaeda come nemico principale degli americani e quindi dell’Occidente, priva di un territorio ben definito, siamo passati a una proliferazione di sigle, tutte unite dal fondamentalismo islamico e dalla lotta agli infedeli, che non solo un territorio se lo sono preso e lo stanno ampliando (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), ma hanno come obiettivo la restaurazione del Califfato, ovvero quella sorta di impero islamico di stampo medioevale che riuniva buona parte dei territori del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, sotto la guida di un califfo ovvero un “comandante di credenti”, con lo scopo di imporre la legge islamica a tutti i suoi sudditi.

In pratica il vuoto di potere lasciato dai talebani in Afghanistan (dove quasi ogni settimana si contano morti in attentati) i vari Saddam, Gheddafi e l’ormai vacillante Assad (la Siria era inclusa nella lista degli “Stati canaglia” dell’aministrazione Bush, anche se non è stata mai attaccata) si sta colmando con la violenza e il fanatismo di quegli stessi terroristi islamici che l’avvio delle guerre preventive voleva combattere. Chapeau! Di fatto gli Stati Uniti, da poliziotti del mondo e unica vera superpotenza come lo erano nel 2001 quando il signor Bush ne diventò il presidente, sono ormai soltanto una potenza delle tante e appaiono sempre più come poteva apparire la Russia nei primi anni ’90 dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ovvero un gigante militare, non più centrale o influente nelle questioni di politica internazionale e che è concentrato soltanto a rimettere in sesto e a reinventare la propria disastrata economia interna.

Ciò a cui si assiste inermi in questi giorni sono spettacoli indecenti di miliziani islamici “collezionisti di teste” che espongono parte dei cadaveri nemici come trofeo di guerra, in barba a tutte le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo che dalla Dichiarazione del 1948 si è cercato di rendere endemiche nella coscienza di tutti. Ci hanno riportato nel baratro medioevale più becero e irrazionale che si possa immaginare, ovvero l’oblio del fondamentalismo religioso, dove da noi si concretizzava con il rogo delle streghe e l’indire delle crociate in Terra Santa.

Circa un mese fa, l’Aspen Institute, il think-tank dell’oligarchia mondiale, ha stilato un rapporto dove si analizzano le rivolte attuali, dalla primavera araba in poi, fino a quelle scoppiate in Brasile o in alcuni Stati europei come accadde in Inghilterra nell’estate del 2011, o in Spagna con gli Indignados, in Grecia o negli USA con Occupy Wall Street. In questo rapporto si sottolinea come si trattano appunto di “rivolte” e non di “rivoluzioni” e che somigliano di più ai moti del ’48 (1848) che a quelli ideologizzati del ’68 del secolo scorso. Questo proprio perchè non sono accomunate dall’ideologia e le loro richieste non sono finalizzate a un’alternativa di società possibile, ma soltanto alla volontà di ribellarsi nei confronti dei governanti. Ciò che veniva fuori dal rapporto in conclusione è che in questo spicchio di nuovo secolo “l’unica ideologia che conquista cuore e menti, di fronte al feticcio meccanico del capitalismo disincantato attuale, resta tristemente la religione“; finite le ideologie massimaliste, non esiste più nient’altro in cui credere se non in ciò che la dimensione spirituale applicata alla lettera rende di fatto una dimensione del reale.

L’ISIS e ciò che sta avvenendo nel vicino Medio Oriente ne è la dimostrazione. L’Occidente si trova ancora una volta impreparato, sia per avere come unica ideologia la fine delle ideologie, sia in questo caso per mancanza di una propria forte identità religiosa. Il fondamentalismo islamico molto probabilmente riuscirà a ricreare una sorta di Califfato esteso, ad accaparrarsi le principali risorse del Medio Oriente e a quel punto diventerà una realtà mondiale molto pericolosa, anche a livello di eserciti, che più che essere bene armati, sono di gran lunga più motivati degli eserciti professionisti occidentali i quali, in particolare quelli europei, dopo la caduta del Muro hanno inseguito il sogno di un’Europa principalmente pacifica e non più a rischio di possibili conflitti. I successi islamici in Iraq, in Libia e in Siria dimostrano come bastano pochi uomini per far soccombere interi eserciti istituzionalizzati, ma fantocci, come lo erano quelli messi lì dagli occidentali dopo la caduta dei rispettivi dittatori regionali. Le notizie delle centinaia di giovani islamici che vivono in Europa e che affluiscono nei luoghi dei conflitti per arruolarsi e combattere lasciano intendere quanto sia significativa la restaurazione di questa forma di Stato e di governo millenario che si era estinta da secoli e di quanto le nostre democrazie avvitate in una crisi economica sempre più strutturale siano impossibilitate a poter guidare iniziative efficaci.

Filippo Piccini

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