L’arte di parlare in pubblico, il piacere, il piacersi

Il public speaking richiede allenamento, competenze e un po’ di preparazione emotiva. Parlare in pubblico è un po’ come essere ogni volta sotto esame, guardati e valutati dal pubblico nelle nostre performance. Il parlare in pubblico in molti casi è lo strumento migliore per farsi conoscere, per avere quindi una visibilità privilegiata e un palcoscenico tutto nostro. Tali occasioni dunque vanno sfruttate al meglio, soprattutto quando il pubblico è composto da potenziali clienti: imprenditori, manager, altri professionisti con cui creare network.

Il public speaking inoltre, rispetto all’essere autore di pubblicazioni o articoli, non solo fa curriculum, ma avvicina molto il potenziale cliente al professionista-speaker. Infatti nell’assistere ad una relazione, ad un convegno vengono coinvolti tutti i nostri sensi e soprattutto tutto il mondo del non verbale, cioè di quella comunicazione che viaggia a livello inconscio o preconscio, ma che fa la differenza nelle relazioni. Il nostro cliente avrà così, ascoltando la nostra relazione, la possibilità non solo di saggiare la nostra bravura “tecnica”, ma anche i nostri modi, la nostra capacità empatica, il nostro carisma, tutti elementi che da un articolo o da un libro non potrebbero emergere, quantomeno non così evidenti.

Ecco perché il public speaking non va visto, come molti professionisti fanno, come una cosa marginale, da preparare nei ritagli di tempo, una scocciatura da togliersi dai piedi quanto prima. Se vogliamo, è la miglior attività di marketing, la più elegante e utile: comunicare la nostra professionalità con i contenuti dimostrando cosa sappiamo fare. Dunque preparare la relazione o l’intervento solo da un punto di vista tecnico-giuridico senza dedicare il giusto tempo a programmare le modalità dell’intervento, i tempi, gli strumenti e…noi stessi, può essere un lavoro fatto a metà. Può voler dire non cogliere appieno le opportunità che l’occasione ci offre. Ricordatevi, probabilmente non si ricorderanno cosa avete detto, ma non possono dimenticare come li avrete fatti sentire.

E poiché anche le persone sono ancore di emozioni, ecco che se avete trasmesso una personalità positiva, piacevole, si ricorderanno di voi in questi termini e al primo incontro risveglierete nelle persone la stessa sensazione provata. Dunque dedicate del tempo a studiare l’audience, cosa si aspetta, da chi è composta e a mettervi nel miglior stato d’animo possibile per creare partnership
con l’aula.

Mi ricordo alcuni speaker entrare in aula con tono quasi di sfida, del tipo “ora vi faccio vedere io chi sono”, oppure accompagnati da una buona dose di ansia, tanto da apparire impacciati come
bambini ad una recita di Natale; o altri ancora tirar diritto senza preoccuparsi di chi avessero davanti, come se dovessero portare a termine una missione, costi quel che costi, e nei tempi stabiliti. Stop. Non sono stati, neanche a dirlo, dei buoni esempi di public speaking.

Avete mai provato a soffermarvi su un discorso di un grande personaggio? Pensiamo a Martin Luther King, a Ghandi, a John Kennedy, Ronald Reagan o, per venire ai nostri tempi, a Barack Obama o ad Angela Merkel. Già, se lo fate e vi prendete in mano un loro discorso per analizzarne la struttura e poi vederne comodamente in poltrona il loro intervento con tanto di video e di audio vi sarebbe subito chiaro cosa c’è di più nei loro discorsi. Le parole usate, il tono di voce, il ritmo, le pause, lo sguardo, i gesti sono tutti orientati, come i fiati, gli archi, le percussioni in un’orchestra verso l’unico obiettivo: trasmettere un’emozione, rendere partecipi gli altri, farli sentire parte di un tutto, attori e non spettatori è quello che c’è di più nei loro discorsi rispetto a tanti di politici, dirigenti, personaggi pubblici che spesso ascoltiamo senza che ci restino in mente per più di qualche secondo.

Come dimenticare il famoso discorso tenuto a Washington nel 2009 da Angela Merkel, un vero e proprio elogio della collaborazione americana: “Ringrazio gli americani e i piloti alleati che ascoltarono e accolsero l’invocazione disperata del sindaco di Berlino Ernest Reuter, quando disse «gente del mondo guardate questa città». Per mesi quei piloti distribuirono cibo con un ponte aereo e salvarono Berlino dalla fame”. Come dimenticare in quel tragico 1963 il discorso a Berlino Ovest di John Fitzgerald Kennedy che parlava ad una platea di milioni di cittadini spaventati, disperati, affamati: “Ich Bin Ein Berliner”. “Duemila anni fa, nel mondo libero l’orgoglio più grande per un uomo era poter dire io sono cittadino romano. Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio è poter dire sono un cittadino di Berlino”. Avrebbe potuto dire la stessa cosa in tanti modi, ma lo disse in questo modo ed entrò nella storia. Kennedy così, lontano dagli Stati Uniti, conquistò i berlinesi, il mondo e anche le generazioni future. Che dire di un Ronald Reagan che nel 1987 alla presenza dell’allora Presidente sovietico disse parole semplici di una forza dirompente: “Mr Gorbaciov, apra questa porta, abbatta quel muro”. Davanti a loro la porta di Brandeburgo. Intorno a loro il muro di Berlino. Potremmo andare avanti, con Obama a Berlino nel 2008, prima di essere eletto Presidente, con un discorso che si legava a quello di Kennedy quarantacinque anni prima. Già, un candidato alla Presidenza di 46 anni, di colore e che solo 8 anni prima nessuno conosceva. Un candidato che con i suoi discorsi ha portato a votare dai senza tetto ai giovani, dagli afro-americani ai signori di Wall Street. L’idea? Cambiare di nuovo il mondo. Rinnovare la società, prendere al volo la nuova sfida verso la speranza di un mondo migliore. “Non vi parlo da candidato alla Casa Bianca, ma da cittadino americano, da cittadino del mondo. (…) I muri tra vecchi alleati da una parte e l’altra dell’Atlantico non possono rimanere in piedi. I muri tra i Paesi più ricchi e quelli più poveri non possono rimanere in piedi. Quelli tra le razze e le tribù, tra i nativi e gli immigrati; tra i cristiani, i musulmani e gli ebrei, non possono rimanere in piedi. Questi sono i muri da abbattere.” Sì, noi possiamo, ci lascerà il Presidente Obama come motto dopo la sua campagna elettorale.

È questa passione, le emozioni che muovono in noi, gli scenari che aprono davanti ai nostri occhi che ci catturano. Vere e proprie iniezioni di calore, fiducia, speranza. Leggiamoli e rileggiamoli e impariamo. Impariamo che quando vogliamo coinvolgere chi ci ascolta, siano essi i nostri collaboratori, amici, un pubblico, non si ricorderanno tanto di cosa abbiamo detto, quanto di come li abbiamo fatti sentire.

Sabrina Mattia

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