La teoria del tutto – James March

Spesso, nel cinema, il tema della malattia è sinonimo di film “strappalacrime”. Il confine è davvero labile, sopratutto quando vengono raccontate storie come quella di Stephen Hawking geniale matematico, appassionato di cosmologia, che definisce “la religione per atei intelligenti”, costretto a convivere con una malattia di tipo neurologico, che lo costringerà a vivere la sua vita in totale dipendenza, su una sedia a rotelle.

Il regista James March, con grande astuzia, riesce ad evitare la “trappola” del sentimentalismo o peggio ancora patetismo, pur concentrando le vicende sotto l’aspetto personale, piuttosto che quelle legate al suo genio e al grande progetto, di formulare una teoria del tutto che spieghi le forze dell’universo. Tratto dalle memorie “Travelling to Infinity: My Life with Stephen” di Jane Hawking, il film si apre sull’incontro di due giovani studenti, Stephen ragazzo timido e impacciato, ma dalla mente in continuo fermento e Jane ragazza acqua e sapone, all’apparenza fragile, (come lei stessa ammetterà) e invece forte come una roccia.

Quando a Stephen, dopo una caduta gli viene diagnosticata la sua terribile malattia e un’aspettativa di vita di soli due anni, il mondo per lui sembra essere finito. Ma non per Jane, che in virtù del suo amore si fa portatrice di una missione impossibile: regalare a Stephen, seppur nei limiti una vita normale fino alla fine dei suoi giorni. Siamo nel 1963 e basta dire che Hawking è tutt’ora vivo e vegeto e continua a formulare teorie e perseguire il suo scopo.

Ora chi si aspetta un film basato su numeri, teorie o cerca risposte sui tanti misteri che circondano la nostra vita, rimarrà solennemente deluso e molto probabilmente bollerà il film come superficiale, o costruito a tavolino per conquistare pubblico o peggio ancora i membri dell’Academy Awards in vista degli imminenti premi Oscar. Ma se questo può apparire l’aspetto più banale, il film nasconde un messaggio da non sottovalutare. Se Hawking è riuscito a vivere fino ad oggi, è si grazie a Jane, ma sopratutto grazie a se stesso, al suo genio, alla sua ironia che gli ha permesso sempre di sdrammatizzare anche nei momenti più critici della sua malattia.

In questo March, con una narrazione convenzionale, ma misuratissima, ci mostra come tutte le teorie siano relative e come un destino già apparentemente segnato, sia comunque nelle mani di un individuo, anche quando le condizioni appaiono ostili e senza speranza. Tutto questo è possibile anche grazie all’interpretazione dei due protagonisti davvero in stato grazia. Eddy Redmayne, in assoluta simbiosi con il suo personaggio e una sorprendente Felicity Jones, che riesce a tenere le redini della storia con il suo sguardo caparbio e volitivo.

Laura Pozzi

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