RITORNO AL FUTURO

C’era un tempo, neanche troppo lontano, in cui essere definito “democristiano” aveva un valore strettamente negativo e stava a significare quel modo campanilista e corrotto che dal dopoguerra in poi aveva governato l’Italia. Negli anni ’60 ad esempio venivano chiamati “forchettoni”, a motivo della loro voracità del potere locale, che la gente considerava insaziabile.

L’elezione di ieri del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha significato un successo per Matteo Renzi, il quale è riuscito in un colpo solo ad annientare la cultura della strategia comunista stile “botteghe oscure” e al tempo stesso è riuscito anche a “smacchiare il giaguaro” mettendo all’angolo Berlusconi e il famoso patto del Nazareno, dimostrando che non c’è più bisogno di essere antiberlusconiani perchè non esiste più il berlusconismo.

Una vittoria politica di gran valore e a cui va riconosciuto il merito. La formula che ha utilizzato però non è nessuna strategia innovativa, smart e rottamatrice. Semplicemente ha riutilizzato, per l’appunto, la vecchia tecnica democristiana di convergere su un unico candidato unendo in primis il proprio partito ed escludendo tutti gli altri, che sono stati costretti poi a seguire. Convergendo nei momenti difficile, pur rimanendo divisi in correnti nel resto della vita parlamentare. Il modo con cui le varie correnti piddine hanno scritto il nome di Mattarella, ognuna in modo diverso facendo seguire le diciture On. piuttosto che Prof. o scrivendo soltanto l’iniziale del nome e poi il cognome, la dice lunga su quanto è accaduto e su come la strategia democristiana (che ricorda un po’ anche la strategia greca di Sparta e Atene che tornavano alleate sotto la minaccia esterna, per poi continuare a farsi la guerra non appena placata quest’ultima) abbia funzionato.

Sergio Mattarella è un uomo simbolico e impersonifica anche ciò verso cui Matteo Renzi vuole portare il suo partito. Ultimo dei morotei (ovvero la corrente democristiana di Aldo Moro) rappresenta il simbolo della conclusione a cui il professore ucciso dalle BR voleva giungere, ovvero la sintesi della cultura comunista con la cultura sociale cattolica. Vederlo camminare in modo simile ad Andreotti (non so se l’ho notato solo io) seppur essendo appartenuto a tutt’altra corrente, mi ha fatto venire in mente una specie di “ritorno al futuro” della politica italiana. Ovvero il passato democristiano è ciò che di innovativo vedremo nel prossimo futuro renziano.

In questa occasione come non mai si può riapprezzare per l’ennesima volta il significato dell’ormai da noi in Italia consumato Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dove “tutto cambia per rimanere tutto uguale”.

Nel frattempo e per fortuna in Europa accade che in Grecia ha vinto un partito (Syriza) che racchiude tutti i partiti dell’estrema sinistra ed è guidato da un leader giovane, quasi coetaneo del nostro Presidente del Consiglio, che invece di andare da Mike Buongiorno o ai raduni scout, negli anni ’90 da giovane partecipava alle manifestazioni no global e nel 2001 non era riuscito a raggiungere Genova soltanto perchè insieme ad altri suoi connazionali era stato respinto preventivamente ad Ancona dalla polizia italiana. Questione di stile, forse.

Stessa cosa in Spagna dove con la manifestazione di ieri il partito anche lì di sinistra Podemos è riuscito a dimostrare che un movimento di piazza “circolare” (come sottolineano anche nel loro simbolo) può rappresentare una valida alternativa di Europa dei popoli rispetto ad un’Europa dei burocrati, senza indossare magliette con scritto “No Euro” e ripiegare sulla vecchia formula del razzismo e del populismo più becero.

Concluderei con una frase del genio Gaber e di una sua nota canzone dove si rivolgeva proprio ad un Presidente della Repubblica immaginario: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

Filippo Piccini 

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