IL REDDITO DI DIGNITA’

L’editoriale di questo mese non riguarda alcun fatto di cronaca recente, né ricorrenza particolare, bensì un tema da molto tempo trattato, spesso ignorato e che forse è giunto a maturazione per quanto riguarda la sua applicazione.

E’ da anni infatti che si parla, prima di salario minimo, ora di reddito di cittadinanza, per intendere un reddito che possa permettere ad ogni persona di sopravvivere, indipendentemente dal tipo di attività che si svolge e che si è riusciti a trovare, e da quali progetti si ha per il futuro. Una sorta di: sono cittadino, dunque esisto. Esisto, dunque ho diritto a un reddito minimo.

Ci sono molti movimenti che appoggiano questa battaglia di civiltà e che in diversi modi si spendono per attuarla. I principali vanno da Libera di Don Ciotti, alla galassia della Sinistra, fino al Movimento 5 Stelle. Attori e realtà sicuramente attente al sociale e che nonostante le loro differenze fanno della difesa dei diritti la loro priorità.

Bisogna distinguere bene tra reddito di cittadinanza, quello a cui mi riferisco (che comprende chiunque e che può essere erogato fin dalla maggiore età, se non in alcuni casi dalla nascita e sostituire il bonus per i figli a carico delle famiglie), reddito minimo garantito, che riguarda chi non raggiunge una certa cifra considerata sufficiente per il sostentamento, e infine reddito di inoccupazione, erogabile a coloro che sono disoccupati e in cerca di un impiego.

Gli ambienti di lavoro d’altronde, come molti di noi immagino abbiano avuto modo di sperimentare sulla propria pelle, sono dei luoghi dove se l’unico scopo è quello di guadagnarsi da vivere, vengono riempiti da persone che non hanno molte cose in comune tra loro, a cominciare proprio dagli interessi e dalle esperienze personali, che si sopportano non di buon grado e che instaurano una sorta di clima di maldicenze e denigrazione reciproca che tende a diventare presto “ambiente”. “Il sonno della ragione genera mostri”, il lavoro dipendente non qualificato si avvicina molto a questo concetto.

Sarebbe infatti a prescindere interessante, per le aziende e per i lavoratori, ripensare gli ambienti di lavoro, così come se ne è parlato nella nostra rubrica dedicata la settimana scorsa, in chiave di coworking e di telelavoro.

Completamente diverso è il caso invece di lavori scelti e ai quali ci si dedica per passione e a cui si è potuto accedere proprio a fronte della non necessità di accontentarsi di un posto di lavoro pur di guadagnare uno stipendio. In questo il reddito di cittadinanza sarebbe utilissimo in quanto permetterebbe di avere una garanzia economica per poter investire tempo e soldi in un qualcosa di adatto per sé a cui si aspira e, una volta raggiunto, fare a meno del sostentamento percepito.

Pensare che una sorta di supporto di questo tipo possa indurre le persone a non lavorare più, è pura fantasia. E’ nella natura umana (tra le varie cose negative ce ne sono anche alcune buone) la propensione a creare, scoprire e andare avanti nel proprio percorso di vita. Anche perché è evidente che il reddito di cittadinanza garantirebbe quel minimo volto alla sussistenza che, ci tengo a specificarlo, nel momento in cui si trova un lavoro qualificante e che permetta di guadagnare di più rispetto a quanto lo Stato garantirebbe, verrebbe meno e non sarebbe più erogato.

Credo che nel 2015 un buon gesto di civiltà per le nostre società così dette avanzate e sviluppate, che si trovano a fare i conti con la crisi degli Stati nazionali sempre più schiacciati tra forze centripete e forze centrifughe, possa essere rappresentato proprio dal garantire a tutti un sostentamento, in quanto cittadini italiani ed europei, che permetta a chiunque la propria realizzazione personale oltre che una garanzia di sopravvivenza, inseguendo l’utopia del “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni” di ottocentesca, e forse quanto mai attuale, origine e memoria.

Questo è il link per poter firmare la petizione di Libera che, tra le altre sopra elencate, è quella che rappresenta non un partito politico, ma la società civile e racchiude la definizione di reddito minimo e reddito di cittadinanza in un unico e più adeguato: reddito di dignità.

 

Filippo Piccini

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