Suggestioni d’Oriente nell’arte di Matisse

Bentrovati nella nostra rubrica d’arte. Questa settimana parliamo di Henri Matisse, il protagonista di una mostra attualmente presente alle Scuderie del Quirinale di Roma, Arabesque. E, come anticipa il titolo di questa esposizione, il fil rouge che collega le novanta opere esposte, realizzate nell’arco di quarant’anni, è da rintracciare nel fascino subito dall’artista per l’arte islamica e per l’Oriente.

Una suggestione ricorrente, rintracciabile, nella sua lunga carriera d’artista, in varie opere. Queste possono essere raggruppate sulla base del tipo di ricerca che lo ha incuriosito, creando dei filoni che i curatori della mostra hanno saputo mettere in scena, facendo dialogare le opere dell’artista con i manufatti di varie epoche e provenienza che ispirarono il suo lavoro. Abbiamo stoffe, costumi tipici, vasellame e mattonelle, maschere africane, stampe giapponesi; pezzi analoghi agli oggetti sui quali Matisse meditò il proprio linguaggio, fatto innanzi tutto di colore, ma senza trascurare il segno grafico, leggero, che scivola sulla carta o sulla tela come un arabesco.

La biografia di Matisse (1869-1954), almeno per quel che concerne gli inizi, sembra in più punti simile a quella di altri artisti a lui contemporanei: il disattendere un futuro lavorativo già designato nel succedere agli affari di famiglia, i rassicuranti studi in giurisprudenza interrotti accidentalmente per la scoperta di una passione, quella per la pittura, sviluppatasi come attività ricreativa durante un lungo periodo di degenza. E il coraggio di rinunciare ad una vita “comoda” ma parca di stimoli, a favore dell’espressione della sua arte. Fortunatamente per lui, questi avvenimenti si susseguirono senza creare fratture insanabili nei rapporti familiari, come capitò, ad esempio, a Cézanne, anzi, tradiscono una certa apertura mentale e sensibilità verso la dimensione artistica che probabilmente si respirava in casa.

Così, dal 1893, cominciò a frequentare l’atelier del pittore simbolista Gustave Moreau e un paio di anni dopo si iscrisse ufficialmente all’École des Beaux Arts, dove insegnavano molti Orientalisti. Indubbiamente, lo stile e i temi studiati con questi maestri diedero un imprinting forte alla ricerca artistica che Matisse si apprestava a portare avanti, e che comparirà come una costante nella sua produzione.

D’altronde, da quasi cinquant’anni, l’Oriente (sia quello più vicino dell’Impero Ottomano, che le lontane culture cinesi e giapponesi) aveva affascinato e ispirato moltissimi pittori francesi: ricordiamo su tutte le Odalische di Ingres e Delacroix, l’utilizzo ricorrente, nella pittura impressionista ambientata in interni, di complementi d’arredo pervenuti dal Giappone. Inoltre, in quegli anni a Parigi si tennero diverse mostre che furono dedicate all’arte islamica. Ma come altri artisti della sua generazione, l’impatto più forte fu determinato dalla visita all’Esposizione di arte maomettana tenutasi a Monaco di Baviera nel 1910.

Matisse iniziò a distillare tutte le suggestioni derivate dai suoi frequenti viaggi nei paesi magrebini, creando un nuovo linguaggio che si discostava dalla sua prima produzione in cui utilizzava la tecnica pointillista sull’esempio di Signac. Ora il colore ad olio veniva steso in modo compatto, la sua tavolozza si fa più accesa e piena di contrasti tra i colori complementari, le figure si appiattiscono, diventano bidimensionali, la prospettiva viene trascurata a favore della linea che sinuosamente contiene le forme. In più, si afferma prepotentemente il motivo della decorazione, spesso inserita come sfondo al suo soggetto, ma che prende vita propria, emerge ai nostri occhi e ruba la scena allo stesso.

Matisse, Stanza Rossa, 1908

È il caso della Stanza rossa (Armonia in rosso) del 1908 (olio su tela, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage), dove la fantasia della tovaglia sembra arrampicarsi fin sulle pareti a creare una tappezzeria.

Matisse - Calle , Iris e Mimose, 1913

Anche nella natura morta di Calle, Iris e Mimose del 1913 (olio su tela, Mosca, Museo Puškin), il colpo d’occhio è catturato dal centrotavola di stoffa fiorata sui toni del blu, per poi spostare l’attenzione sulla tenda rossa e la carta da parati dello sfondo. In quest’opera, si osserva l’utilizzo dei colori blu e verde (tipici della ceramica ottomana e nord-africana del XV e XVI secolo), abbinamento che ricorre in altri quadri esposti nella mostra, che Matisse propone sia messi in giustapposizione, come in questo caso, o fusi fino a compenetrarsi e sublimarsi, come  nel bel ritratto di Zorah sulla terrazza del 1912-13 (olio su tela, Mosca The State “A. Pushkin” Museum of Fine Arts).

Matisse - Zorah sulla terrazza, 1912-13

Matisse dimostra in più occasioni non solo di conoscere la cultura magrebina, ma di scegliere soluzioni desunte da queste popolazioni per allestire il suo atelier, evocando le tende dei nomadi, che utilizzavano tappeti e stoffe per decorare pareti e pavimenti. Ecco un paio di esempi, diversi nel soggetto, ma accomunati da questa caratteristica. Il primo è Odalisca blu del 1921 (olio su tela, Parigi, Musée de l’Orangerie), una delle sue inerpretazioni più suggestive del tema delle odalische, come abbiamo visto molto apprezzato dagli artisti francesi.

Matisse - Odalisca Blu, 1921

Il secondo è Il paravento moresco, dello stesso anno del precedente quadro, (1921, olio su tela, Philadelphia, Philadelphia Museum of Art), che ci presenta come doveva essere arredato il suo atelier, ma mostrandocelo in un contesto differente da quello solitamente impiegato per le sue rappresentazioni orientaliste. Qui dialogano due figure femminili di estrazione sicuramente borghese, perfettamente a loro agio in un ambiente così inusuale. Come si può notare, pareti e pavimenti sono saturi di tappeti e tessuti sovrapposti, ma Matisse riesce a non rendere troppo pesante la rappresentazione, stemperando i colori della sua tavolozza.

Matisse - Il paravento moresco, 1921

L’interesse di Matisse però non si fermò alla sola arte islamica. Tra gli stimoli che più lo sollecitarono, un posto in prima linea lo aveva il primitivismo dell’arte africana, della quale collezionò maschere e tessuti. In mostra, c’è forse l’esempio più alto di questa suggestione: il Ritratto di Yvonne Landsberg del 1914 (olio su tela,  Philadelphia, Philadelphia Museum of Art).

Matisse - Ritratto di Yvonne Landsberg, 1914

L’opera, successiva al capolavoro iconografico di Picasso, le Demoiselles d’Avignon (1907), probabilmente dimostra la volontà di Matisse di investigare le potenzialità del Cubismo, dal quale desume i colori e l’accenno alla scomposizione della figura, ma la sua attenzione è rivolta alla resa del volto, rendendo i tratti essenziali e spersonalizzati, trasformati in una maschera africana. Sarà solo una fase: la sua ricerca lo porterà ad un altro tipo di sintesi del tratto. E il risultato è stupefacente: con pochi segni, riesce a suggerire espressioni e stati d’animo. La sua bravura sta nel rendere immediate immagini che hanno invece previsto un meticoloso studio della composizione, dell’alternanza tra vuoti e pieni. Come egli stesso dichiarò: “La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro.”

L’arte di Matisse, alla fine di questo percorso, si sintetizza in poche parole: colore, equilibrio compositivo, armonia e soprattutto, semplicità. E il mio suggerimento è quello di lasciarsi coinvolgere da questa commistione che spazza via le distanze in termini di tempo e spazio, restituendoci immediatezza e freschezza. Come sempre, lascio i riferimenti per la visita.

Matisse. Arabesque. Scuderie del Quirinale, Roma, 4 marzo – 21 giugno 2015

http://www.scuderiequirinale.it/categorie/mostra-matisse-arabesque

Pamela D’Andrea

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