Sarà il mio tipo? – Lucas Belvaux

A dispetto di un titolo superficiale e banalotto, che porta a pensare a qualche insignificante commediola rosa acqua e sapone, il nuovo film di Lucas Belvaux, sorprende per il modo di raccontare un sentimento universale come l’amore, evitando luoghi comuni e sottraendosi a facili espedienti sentimentali.

Clement e Jennifer, sono due tipi che più diversi non si potrebbe. Lui professore di filosofia, che ama citare Kant, è un intellettuale annoiato con una visione nichilista e tutt’altro che incoraggiante dell’universo amoroso. Lei parrucchiera di provincia, madre single, estroversa ed esuberante molto umilmente ama Jennifer Aniston e il karaoke. S’incontrano a Arras, piccolo centro a nord della Francia, dove Clement è in esilio forzato e intraprendono una relazione, che sulle prime complice una forte attrazione fisica, sembra funzionare, ma poi con il passare del tempo evidenzia le fragili fondamenta su cui fa perno.

Questo perchè, come cantava Ivano Fossati ne “La costruzione di un amore“, un sentimento così contraddittorio,  è come un altare di sabbia in riva al mare e non può basarsi solo su istinto e passione, ma molto di più su sangue e sudore, che spezza le vene delle mani.

Le barriere sociali e culturali,che dividono i due, si fanno sempre più incisive, dal momento che Clement, non fa nulla per ridurre le distanze, ma con il suo cinismo e il suo razionalizzare i sentimenti, rende ancora più improbabile questa relazione. A differenza di Jennifer, che crede ciecamente nell’amore, quello fatto di slanci e comprensione, totalmente al di fuori dei calcoli, che caratterizzano il suo amante. Eppure tra i due, il più saggio dovrebbe essere proprio Clement, ma essere colti, non vuol dire necessariamente essere intelligenti e in questo Jennifer ha molto da insegnare. Protagonista di una storia senza equilibrio, capisce quando è giusto fermarsi e da brava parrucchiera, darci un taglio.

Il film, molto ben girato e dialogato da Belvaux, che per situazioni e personaggi, strizza l’occhio al maestro Eric Rohmer, risulta convincente, anche grazie all’interpretazione dei due protagonisti, in particolare la luminosa Emilie Dequenne, che qualcuno ricorderà nel celebre “Rosetta” dei fratelli Dardenne, altro intenso ruolo che già nel lontano 1999, lasciava intravedere il suo indiscutibile talento.

Laura Pozzi

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