Forza maggiore – Ruben Östlund

Una valanga “controllata”, (così la definisce Tomas il protagonista del film), quella che in modo del tutto imprevedibile si abbatte sulla sua famiglia, provocando conseguenze tutt’altro che indolori.

Durante una vacanza di cinque giorni sulle Alpi francesi, Tomas, Ebba e i loro due figli Vera e Harry, immersi in una luce biancastra ed accecante, si trovano improvvisamente a dover fare i conti con una natura maestosa ed incombente, che durante un pranzo nella veranda dell’ albergo, mette a dura prova il loro istinto di sopravvivenza. Una valanga, che si arresta appena in tempo prima di travolgere gli increduli ospiti della struttura, trasforma la vacanza in una sorta di purgatorio, sopratutto per Tomas, che a differenza di Ebba, invece di proteggere i suoi figli, scappa prendendo con se guanti e iphone.

L’incidente da principio, lascia tutti senza parole e i due coniugi, pur non avendo lo stesso punto di vista sull’accaduto sembrano trovare un punto d’accordo. Se da una parte Ebba, vuol in qualche modo giustificare la “fuga” di Tomas, lui fa di tutto per non ammettere l’evidenza e la grave mancanza nei confronti dei suoi cari. Si innesca così, una sorta di duello mentale tra i due, che coinvolge anche degli ignari ospiti che si ritrovano in loro compagnia. Comincia a farsi strada in Tomas, un senso di colpa e frustrazione così lacerante da condurlo presto in un limbo, che sembra non avere molte vie d’uscita.

Trovarsi di fronte a se stessi ed ammettere propri limiti e debolezze, è forse il compito più arduo da imparare per un essere umano, abituato ad una concezione dell’io quasi infallibile e per riuscirvi, l’unica strada percorribile sembra essere quella di “abbassare il freno a mano” e lasciare che le cose accadano, senza esercitare il controllo su ogni cosa. E quando finalmente Tomas, riuscirà a lasciarsi andare gridando a squarciagola o abbandonandosi ad un pianto dirompente davanti ai suoi figli, capirà che il percorso è ancora lungo (come dimostra la scena finale), ma  non impossibile, quando si è in tanti a condividere lo stesso destino.

Il film, vincitore del premio della giuria nella sezione un certain regard, allo scorso festival di Cannes, crea volutamente una non empatia con lo spettatore, risultando a volte opprimente ed indigesto anche da un punto di vista registico, con inquadrature fisse e dialoghi infiniti. Ma se lo scopo del regista Ruben Ostlund, era quello di ricreare l’atmosfera che circonda le “gabbie” mentali che costruiamo per difesa e che a volte limitano la nostra esistenza, l’obiettivo si può dire pienamente raggiunto.

Laura Pozzi

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