Lo specchio, la tigre e la pianura: Antonio Ligabue

Antonio Ligabue, Autoritratto di profilo (olio su faesite, 1942, coll. privata, Campegine)

Bentrovati nella nostra rubrica d’arte. In occasione del cinquantenario dalla sua scomparsa, nel giro di pochi giorni verranno inaugurate ben quattro mostre che cercheranno di restituire il vero senso dell’arte di Antonio Ligabue (1899-1965), con la volontà di staccargli di dosso l’etichetta di pittore naïf che per anni lo ha impropriamente accompagnato.

Comprendiamo innanzi tutto questa puntualizzazione, che si pone come minimo comune denominatore delle mostre in programma. L’accezione della pittura naïf (vista come arte quasi dilettantesca) sembra svalutare il talento di alcuni artisti che sono stati inclusi come suoi rappresentanti, in particolare Henri Rousseau il Doganiere e il nostro Ligabue, la cui arte espressionista si accosta piuttosto al primitivismo. Le giungle mai viste dal vero, ma solo immaginate, con i suoi colori vividi e le belve colte in atti predatori, ci restituiscono visioni che sembrano desunte da antiche favole popolari. Nello sguardo delle sue belve, che siano i predatori o i predati, si legge la paura e l’eccitazione per la lotta che si sta svolgendo, emozioni che Ligabue dimostrava di conoscere, per aver attentamente osservato da vicino queste azioni e che ha saputo rappresentare efficacemente, affascinato dalle dinamiche di sopravvivenza previste dalle spietate leggi della natura, che non mettono nessuna creatura al sicuro.

Img. 2 Aquila e volpe

Antonio Ligabue, Aquila con volpe (olio su faesite, 1944, coll. privata, Brescia)

Anche quando l’ambientazione è esotica, l’effetto non sortisce sostanziali differenze. Si rimane ad osservare quei gridi muti, si percepiscono i colpi sferrati sulla bestia sconfitta. Ed intorno, il verde abbagliante di una natura rigogliosa e selvaggia.

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Antonio Ligabue, Tigre reale (china e pastelli a cera su carta intestata dell’Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, 1941)

Nella sua prolifica produzione pittorica, compaiono molti autoritratti, il più delle volte si rappresentò a mezzo busto, voltato leggermente a sinistra ma con lo sguardo fisso e penetrante, quasi stralunato, rivolto verso destra. Non risparmiava di rappresentare anche le ferite che si autoinfliggeva, soprattutto sulle tempie o sul naso, o i particolari fisici che lo contraddistinguevano, come il gozzo di cui soffriva. Nella sua produzione tarda, scelse di rappresentarsi a figura intera, spesso affiancato dagli status symbol che era finalmente riuscito a guadagnarsi a seguito del suo successo (amava le motociclette, tanto che alla sua morte ne aveva sedici). Sugli sfondi, inseriva spesso paesaggi svizzeri, che nulla avevano in comune con i panorami della bassa pianura padana, volendo tributare la sua infanzia, idealizzandola come fosse stato un momento felice e spogliando il ricordo da tutte le privazioni vissute.

img 4 Autoritratto in piedi

Antonio Ligabue, Autoritratto con cane (olio su faesite, 1957, coll. privata, Brescia)

Antonio Ligabue, probabilmente a seguito della frequentazione con gli scultori Marino Mazzacurati e Andrea Mozzali, suoi scopritori e promotori, realizzò anche sculture in terracotta, spesso raffiguranti gli animali già rappresentati in pittura, presentandoli con le medesime pose. Purtroppo, parte della produzione è andata irrimediabilmente perduta, perché inizialmente non aveva previsto per loro la cottura in forno, rendendole estremamente delicate. Per preservare quelle rimaste, dopo la sua morte si decise di farne delle versioni in bronzo, perché se ne era riconosciuto il valore dato dalla loro forte potenza espressiva, se possibile superiore a quella proposta in pittura. La peculiarità di queste sculture sta nella lavorazione della creta del Po che Ligabue impiegava: per renderla estremamente malleabile, la masticava a lungo, finché la saliva non la rendeva elastica.

Img. 5 -scultura

Antonio Ligabue, Animali in lotta (terracotta, anni Trenta – Quaranta)

Alla fine di questa panoramica sulla sua arte, mi pare doveroso parlare della sua travagliata vita. È triste constatare che i disagi accompagnarono questo artista fin dalla nascita, avvenuta a Zurigo. Sua madre era un’emigrata italiana, non sposata, che versava in condizioni d’indigenza tali da scegliere di affidare suo figlio ad una coppia svizzera, che si occupò di lui anche dopo aver contratto matrimonio con un uomo originario di Gualtieri, Bonfiglio Laccabue, che riconobbe il piccolo Antonio come proprio figlio dandogli il suo cognome. Ma l’artista, una volta adulto, decise di modificarlo, poiché riteneva il padre colpevole della morte della madre e dei tre fratelli, avvenuta nel 1913 per un’intossicazione alimentare.

Neanche il rapporto con la famiglia adottiva fu idilliaco: le ristrettezze economiche costrinsero i Göbel a cambiare frequentemente città alla ricerca di un lavoro stabile. Antonio conduceva una vita caratterizzata da precarietà materiale (anche sul piano della salute, fu affetto da rachitismo e gozzo per problemi di malnutrizione) e affettiva, frequenti erano gli scontri con la madre adottiva in un rapporto di dipendenza e rifiuto, il suo carattere era introverso, diffidente e a tratti violento. Presto manifestò segni di instabilità mentale,  fu inserito in istituti per ragazzi non normali. Venne più volte sospeso dalle scuole frequentate per cattiva condotta. Nel 1917 fu ricoverato per la prima volta in un ospedale psichiatrico dopo una violenta crisi nervosa.

La madre adottiva lo denunciò alle autorità svizzere, determinando la sua espulsione il 15 giugno del 1919. Venne condotto a Gualtieri, dove stentò ad inserirsi e cercò di tornare in Svizzera. Fallito il tentativo, visse di piccoli lavori e della carità dei suoi concittadini, utilizzando a volte il suo talento nel disegno come merce di scambio. Ma scelse di condurre una vita randagia e ai margini della società, vagando per i paesini della Bassa reggiana, preferendo alloggi di fortuna, spesso i capanni sulle rive del Po, così prossimi agli scenari naturali che amava rappresentare. La pittura, cui si dedicò continuativamente dal 1928, sortiva in lui un effetto tranquillizzante. Fondamentale fu l’incontro con lo scultore Mazzacurati, che ne apprezzò lo stile istintivo, vedeva in lui una sorta di “poeta contadino”. Non solo gli fece conoscere le opere di grandi artisti vicini alla sua ricerca stilistica (Van Gogh, Klimt, i Fauves, gli espressionisti tedeschi), ma gli insegnò la pittura ad olio e gli fece prendere conoscenza delle sue capacità artistiche. Il suo secondo mentore fu lo scultore Andrea Mozzali, conosciuto nel 1941, che lo ospitò nella sua casa di Guastalla una volta fatto dimettere dal manicomio di Reggio Emilia, dove fu ricoverato per quattro anni a seguito di atti di autolesionismo. A partire dagli anni Quaranta la sua produzione si fece qualitativamente più interessante, arricchì la gamma cromatica scegliendo per le sue rappresentazioni colori vividi. Un nuovo ricovero avvenne nel 1945, dopo aver aggredito con una bottiglia un soldato tedesco. Una volta uscito nel 1948, venne accolto dall’interesse di galleristi  e dai riconoscimenti critici  per le sue opere. Un periodo di benessere, che gli permette di vivere dei proventi del suo lavoro e di potersi togliere degli sfizi quasi infantili, come il possesso delle numerose motociclette o di una macchina con autista che lo portasse in giro per i paesi della Pianura. Nel febbraio del 1961, a Roma gli fu dedicata una personale, che decretò il suo successo anche in campo internazionale. Pochi mesi dopo, ebbe un incidente con la motocicletta e fu colpito da un’emiparesi. Dipinse fino alla sua morte, avvenuta il 27 maggio del 1965.

img.6 foto

Antonio Ligabue di fronte ad una sua scultura

Per comprendere meglio il tormento che contraddistingueva l’uomo Ligabue, vi propongo questo breve documentario, che ho trovato molto toccante.

Per chi voglia approfittare della ricca scelta espositiva dei prossimi mesi, ecco gli appuntamenti a lui dedicati:

Antonio Ligabue / Pietro Ghizzardi – Tra genio e follia, dal 16 maggio al 30 ottobre 2015

Parma, Galleria Centro Steccata (www.centrosteccata.com)

Museo della follia, 19 maggio – 22 novembre 2015

Mantova, Palazzo della Ragione (www.mantovatourism.it/it/eventi-mantova/348-museo-della-follia)

Arte e Follia. Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi, dal 29 maggio al 31 ottobre 2015

Fontanellato (PR), Labirinto del Masone (www.labirintodifrancomariaricci.com)

Antonio Ligabue (1899-1965), dal 31 maggio all’8 novembre 2015

Gualtieri, Palazzo Bentivoglio (http://musei.provincia.re.it/Sezione.jsp?idSezione=13)

 

Pamela D’Andrea

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