Palmira non deve morire

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Nella nostra quotidianità, quando si parla di arte, il più delle volte lo si fa perché ci vengono offerti spunti per ammirarne manifestazioni e capolavori. Altre, come nel caso di questa settimana, ci fanno riflettere sul fatto che ciò che conosciamo e possiamo scegliere di visitare, può non esserci più da un momento all’altro. E non a causa di ineluttabili fenomeni geologici, come recentemente accaduto in Nepal, ma per mano dell’uomo, a seguito di un gesto premeditato.

È terribile accorgersi di quanta differenza può fare ai giorni d’oggi la visibilità mediatica in mano a gente senza scrupoli, che ne ha compreso la risonanza per le proprie gesta, in completo disprezzo del rispetto per le persone e della storia collettiva. Perché, come nel caso di Palmira, quando un sito archeologico è insignito del titolo di bene appartenente al Patrimonio dell’Umanità, viene sottinteso che conoscere la sua storia significa comprendere l’identità di un popolo e quale arricchimento ha offerto alle culture che sono venute a contatto con lui. Ora i terroristi dell’ISIS, che hanno occupato l’area archeologica, minacciano di radere al suolo i resti dell’antica città per dare risalto alla propria causa, mentre, in maniera più sotterranea, potrebbero aver già cominciato a immettere sul mercato nero i beni di epoca palmirena custoditi nel museo della contigua cittadina di Tadmor per finanziare la propria causa.

Palmyra

Sculture custodite nel Museo archeologico di Palmira (JOSEPH EID/AFP/Getty Images)

La storia del sito dove sorge Palmira è veramente molto antica, ci parla di popolazioni nomadi che da almeno due millenni trovavano finalmente ristoro nella sua oasi lussureggiante dopo un lungo viaggio nel deserto. Accanto questa oasi, si creò una città commerciale, Tadmor, che serviva le carovane che si muovevano lungo il percorso obbligato tra la Siria settentrionale e la Mesopotamia, arrivando a controllare i commerci tra Occidente e Oriente. I palmireni offrivano anche un servizio di protezione dai predoni del deserto lungo il tragitto che separava la loro città dalle sponde dell’Eufrate.

A questo grande traffico di genti e culture conseguì una significativa commistione culturale, entro la quale però i suoi cittadini cercarono sempre di mantenere una propria identità: quando la Siria passò sotto il controllo della dinastia dei Seleucidi nel 323 a. C. (che volle cambiare il nome della città traducendo il termine aramaico Tadmor nel greco Palmira), questa riuscì a mantenersi indipendente, conservando un proprio dialetto semitico e un proprio alfabeto. Anche quando all’impero ellenistico si sostituì quello romano, la città godette di una condizione privilegiata, che culminò nella creazione di un regno  che prese le caratteristiche di uno Stato secessionista con a capo la figura della regina Zenobia (267-72 d. C.). Questa donna divenne leggendaria già in vita, mostrando un carattere e una determinazione inusuali. Figlia di un ricco commerciante di Palmira e sposa del suo principe, Settimio Odenato, sognò di affrancare la sua città dal controllo imperiale regalandole il sogno di divenire, pur se per breve tempo, un impero d’Oriente da affiancare all’Impero romano. Preso il potere alla morte del marito per conto del figlio minorenne, istituì un regno autonomo ed estese il proprio controllo su tutta l’Asia Minore romana, fino ad arrivare in Egitto. Questo regno indipendente in un primo momento venne tollerato dall’imperatore Aureliano perché creava uno “stato cuscinetto” contro l’espansionismo dell’impero persiano sasanide. Ma quando Zenobia, contrariamente alla politica filo-romana condotta dal defunto marito iniziò ad avvantaggiare l’impero persiano, fu attaccata dalle truppe imperiali romane che assoggettarono la città  nel 272,  sciogliendo di fatto il regno. La regina e suo figlio furono catturati e Zenobia fu costretta a sfilare in catene d’oro nel corteo trionfale, vestita di un abito talmente carico di oro e gemme da renderle difficile il camminare. Si racconta che finì la sua vita in una sorta di prigione dorata in una villa vicino Tivoli.

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Ritratto della regina Zenobia

L’oasi e la città di Palmira furono devastate dalle truppe romane solo nel 273, a seguito di una nuova ribellione: si volle punire la popolazione saccheggiandola dei suoi cospicui tesori e abbattendo le mura della città; Palmira fu così obbligata a ridimensionare le proprie ambizioni. Comunque la città godette di una discreta fama anche nel periodo bizantino e in quello arabo, perché le si riconosceva la sua importanza strategica per i commerci,  tanto che, dopo la conquista nel 634,  vicino ad essa la dinastia degli Omayyadi fece costruire due castelli (ancora oggi il Qalaat Ibn Maan domina dal un’altura il sito). Seguì un lungo periodo di declino, interrotto solo nel 1678, quando alcuni mercanti inglesi decisero di tentare di rintracciare i resti della città di cui parlavano diversi racconti arabi.  Palmira venne ritrovata nel 1691, ma gli studiosi europei si interessarono ad essa solo dopo la pubblicazione di un blocchetto di schizzi, Les Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert, pubblicato nel 1753. Soltanto a partire dalla fine del XIX secolo il sito fu studiato in modo scientifico: in una prima fase furono copiate e tradotte le iscrizioni, poi si intrapresero gli scavi archeologici, che riportarono alla luce una città dai traffici vivaci e dalle architetture monumentali.

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Palmira, la via colonnata

Come abbiamo accennato, il periodo d’oro della città di Palmira può collocarsi fra il I e il III secolo d. C., e questo è ben visibile dalle architetture giunte fino a noi, di chiara impronta ellenistico-romana. L’urbanistica romana qui trova un compimento che non poté attuarsi nella capitale: la città si presenta razionalmente divisa in due da una grande via colonnata, lunga complessivamente più di un chilometro, che partiva dal tempio dedicato a Baal  e sulla quale si affacciavano i palazzi del potere, i templi dedicati ad altri dei autoctoni, le terme di Diocleziano (che si racconta furono usate come palazzo reale da Zenobia), il teatro del II secolo d. C. conservato pressoché intatto, botteghe e abitazioni. Le sottili colonne corinzie che componevano il colonnato sono alte dieci metri, e a metà fusto presentano mensole sulle quali dovevano essere collocate le statue di dignitari cittadini. La via termina il suo primo tratto con un arco severiano a tre fornici, costruito per non rendere troppo percepibile il cambio di direzione di 30 gradi che assume nella sua seconda parte. Il monumento più rilevante era il grande tempio di Baal, il dio più importante della religione palmirena, assimilabile alla figura di Giove. Un tempo le sue dimensioni erano ragguardevoli, con un ingresso monumentale e un recinto sacro di forma quadrata che misurava più di duecento metri per lato. Oggi, del tempio rimane la cella tripartita per ospitare le statue della triade palmirena composta da Baal, Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna), circondata da un recinto rettangolare e da un porticato con colonne corinzie che nell’antichità avevano i capitelli di bronzo dorato. La presenza sul muro meridionale della cella di un mihrab (sorta di abside che indica la direzione della Mecca, dove volgere le proprie preghiere) documenta come in epoca araba la cella fu trasformata in moschea.

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Palmira, il teatro romano

Palmira presenta anche i resti di una vasta necropoli che si estende nella zona sud del sito ed è composta da sepolcri a torre a pianta quadrata. Al loro interno, si vedono magnifiche pitture e decorazioni, e ogni loculo ospitato era coperto da una lastra in pietra calcarea in cui era scolpita l’immagine del defunto, abbigliato riccamente e spesso circondato dai suoi familiari. La rappresentazione frontale, i grandi occhi spalancati, la rigidità con cui erano rese le fitte pieghe delle vesti, investono le figure di ieraticità e rimandano alle caratteristiche dello stile dei Parti, come anche di ascendenza orientale era la resa  dei minuziosi dettagli dei tessuti.

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Palmira, scultura funebre

Nella speranza che la follia dei miliziani dell’ISIS non si compia e ci sottragga questo tesoro, vi invito a guardare questo breve filmato.

Pamela D’Andrea

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