Storia d’amore e di coltello: Bernini e il busto di Costanza Bonarelli

Gian Lorenzo Bernini, Costanza Bonarelli (1636-38 ca., marmo, h. 72 cm., Firenze, Museo del Bargello)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Esistono opere che, mentre le ammiriamo, catturano la nostra attenzione, mostrano dei particolari che ci restano impressi. Magari non riusciamo subito a identificare ciò che ha destato il nostro interesse, ma questa sensazione solletica la nostra curiosità spingendoci ad approfondire la sua storia. E questa, si rivela veramente interessante, al giorno d’oggi si direbbe degna di una fiction televisiva.

Ecco ciò che capita a chi osserva il busto scolpito da Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), raffigurante una donna, Costanza Bonarelli. Partiamo da una precisazione: avere il proprio ritratto scolpito, e per di più dallo scultore più talentuoso del periodo, era un privilegio accessibile solo ad alte cariche ecclesiastiche e politiche, che potevano permettersi tale committenza. E dai documenti, non risulta che Bernini avesse ricevuto alcun incarico di rappresentare la Bonarelli, per giunta nella posa poco “ufficiale” che la connota. Inoltre, la sensazione palpabile del desiderio, che ci arriva come un sospiro esalato da Costanza, ci fa intuire quale tipo di legame intercorresse tra modella e artista. Sappiamo, dalle memorie di Domenico Bernini, figlio dell’artista, che quel busto il padre lo aveva scolpito per sé, per averla sempre accanto. E racconta che in casa c’era anche un ritratto dipinto di tale Costanza, raffigurata accanto al padre, ma la tela venne divisa a metà e di quella immagine se ne sono perse le tracce. Così, capiamo che Costanza fu un grande amore del Bernini, ma la loro relazione non ebbe un finale fiabesco, piuttosto ebbe un epilogo che sfiorò la tragedia e ad un certo punto, la permanenza delle sue effigi in casa divenne “scomoda”, determinandone una blanda damnatio memoriae.

Facciamo un passo indietro. Costanza era la moglie di un collaboratore del Bernini, lo scultore lucchese Matteo Bonarelli. Donna dotata di una certa cultura e di gran gusto, nella bottega del marito (sita di fronte all’abitazione romana del Bernini, in vicolo Scanderbeg) si occupava della vendita di opere d’arte, avendo come acquirenti anche gente molto facoltosa. Vedendola raffigurata con i capelli scarmigliati e una camiciola scomposta, non cadiamo nel tranello, come fecero in passato, di pensarla come una popolana: discendeva da un ramo cadetto della famiglia Piccolomini, che già annoverava ben due papi in epoca rinascimentale. Una donna passionale e determinata, che non si faceva troppi problemi delle chiacchiere riguardo la sua condotta licenziosa come donna sposata. Cosa che non sembrava turbare neanche suo marito, circa l’interesse del suo maestro nei riguardi della bella moglie.

Bernini, completamente assorbito da questo amore, decise di immortalare le fattezze della sua amata scolpendo un ritratto così intimo, dove Costanza ci appare colta di sorpresa, come appena alzata dal letto, il respiro trattenuto per un attimo, la bocca semichiusa e gli occhi spalancati, la camicetta aperta a farci intravedere il seno, i capelli intorno al volto in disordine. Non è difficile supporre che una simile immagine fosse il ricordo dell’amata dopo un incontro amoroso. Bernini riuscì magistralmente a rendere il marmo vivo, palpitante, sensuale. E sensuale sembra essere l’aggettivo che descriveva meglio l’atteggiamento della Bonarelli, che non aveva nel solo Bernini l’unico amante.

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Ma questo delicato equilibrio si ruppe quando Costanza intrecciò una relazione clandestina anche con il fratello minore di Gian Lorenzo, Luigi. Il doppio tradimento accecò d’ira Gian Lorenzo, che decise di cogliere in flagranza i due amanti, dopo aver detto loro che sarebbe partito per un viaggio. Aspettò la notte e fece finta di essere tornato all’improvviso. Sorprese il fratello mentre usciva dalla casa di Costanza. Non potendo dissimulare diversamente la realtà dei fatti, a Luigi, colpito a sprangate dal fratello, toccò scappare e cercare rifugio nella vicina basilica di Santa Maria Maggiore per evitare la furia di Gian Lorenzo, che voleva ucciderlo.

Non si salvò neanche Costanza, per la quale Bernini architettò una punizione più subdola: inviò un suo servitore con due fiaschi di vino in dono, istruendolo che, non appena lei avesse avuto le mani impegnate, la sfregiasse al volto con un rasoio, per lasciare un ricordo perpetuo del suo tradimento.

Il servitore venne arrestato prima che potesse compiere questo gesto, ma in conseguenza dell’episodio, salito agli onori delle cronache europee, anche Costanza fu accusata pubblicamente di adulterio e condotta in carcere. La madre dei due Bernini, subodorando che la furia del figlio più grande non fosse stata saziata, inviò una supplica al cardinal Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII, in cui chiedeva si prevedesse un periodo di allontanamento da Roma per Gian Lorenzo, che aveva disonorato un luogo di culto con l’intento di uccidere al suo interno il fratello. Per tutta risposta, il Papa dispose che in esilio ci andasse Luigi, poiché Gian Lorenzo era assai più utile a Roma come strumento per la costruzione della gloria della Chiesa e implicitamente della famiglia Barberini. A Gian Lorenzo venne data da pagare un’ammenda, che pare non sia stata saldata, in cambio della promessa di non pensare più a quella donna, di prendere moglie e non ripetere più gesti così scellerati. Così il Bernini, pochi mesi dopo, sposò quella che per le cronache del tempo era la più bella donna di Roma, Caterina Tezio, che, una volta diventata sua moglie, pretese che scomparissero le immagini dedicate alla donna tanto amata dal marito. Così il quadro con il doppio ritratto fu diviso in due. La parte con l’autoritratto dell’artista è quella conservata alla Galleria Borghese (un’effigie che risulta familiare perché era quella che compariva sulla banconota da cinquantamila lire).

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Gian Lorenzo Bernini, Autoritratto (1638 ca., olio su tela, Roma, Galleria Borghese)

Il busto fu donato al cardinale Giovan Carlo de’ Medici, che nel 1645 lo collocò agli Uffizi accanto al Bruto michelangiolesco. A quanto pare, in possesso dell’artista rimase solo il suo modello in terracotta, che Bernini esponeva nel suo studio accanto ai modelli di papi e cardinali. Data la scabrosità dell’episodio, le prime due fonti autorevoli sull’opera berniniana, quella del Baldinucci e il racconto del figlio dell’artista, Domenico, citano questo busto come il ritratto di Costanza Piccolomini, per non permettere un’immediata riconoscibilità dell’identità della donna raffigurata.

Ma quale fu il destino di Costanza, una volta sopita l’attenzione nei riguardi di questo scandalo? Fino alla sua morte, avvenuta nel 1662, tornò a gestire le attività di commercio d’arte nella bottega del marito, che addirittura collaborò nuovamente con Bernini e fu da lui segnalato a Velàsquez per eseguire dodici leoni in bronzo per Filippo IV di Spagna nel 1649. A proposito del pittore spagnolo, sembra che abbia sicuramente visto il busto della Bonarelli, e non è escluso che la abbia conosciuta di persona. Rimase così colpito da questa figura da ispirarsi a lei per la sua Sibilla, eseguita nel 1650. Con due medium differenti, quello pittorico e quello scultoreo, entrambi gli artisti riescono a restituire un immagine intima e affascinante, sottilmente carnale.

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Diego Velàsquez, Sibilla con Tabula Rasa (1648, olio su tela, Dallas, Meadows Museum)

C’è un ulteriore seguito della storia. Tra il 1644 e il 1648 Bernini si dedicò alla realizzazione del busto della Medusa, attualmente conservato ai Musei Capitolini. Ma a differenza delle tradizionali rappresentazioni, che prediligono il momento nel mito in cui la testa della Gorgone viene tagliata dall’eroe Perseo, qui Medusa, come raccontava Ovidio nelle Metamorfosi, è colta nel momento in cui realizza di essere stata trasformata in un mostro, il volto contratto in una smorfia in bilico tra il dolore e l’angoscia. Nelle fattezze del viso, dai tratti morbidi e con quella bocca semichiusa, recenti studi ravvisano l’immagine di Costanza. Probabilmente, anche se il Bernini intendeva porre l’accento sulla similitudine fra questa figura mitologica e la sua bravura come scultore, nel saper rendere le sue sculture così vive da sembrare umane (e quindi esaltare il suo lavoro come se il suo fosse il procedimento opposto all’azione di Medusa), scelse di elaborare un’immagine nei cui tratti si riconoscesse la sua antica amante, una bellissima donna che si era trasformata in una creatura mostruosa che dava la morte a chi la guardava.

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Gian Lorenzo Bernini, Medusa (1644-1648 ca., marmo, h. 68, Roma, Musei Capitolini)

Al momento, il busto di Costanza Bonarelli è ospitato nella mostra romana Barocco a Roma, la meraviglia delle arti a Palazzo Cipolla, promossa dalla Fondazione Roma Museo (dal 1 aprile al 26 luglio):

http://www.mostrabaroccoroma.it

Consiglio anche la visione della puntata condotta dallo storico dell’arte Tomaso Montanari, nella quale si parla di quest’opera:

La libertà di Bernini: Bernini pittore (1623-1640)

 

Pamela D’Andrea

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