Cappella Sansevero di Napoli: l’orgoglio dinastico genera capolavori

Cappella Sansevero, Napoli (1593-1766)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. In una tranquilla stradina nel centro storico di Napoli è custodito un piccolo capolavoro del barocco napoletano, la sconsacrata chiesa di Santa Maria della Pietà, o Pietatella, come la chiamavano familiarmente i suoi frequentatori, meglio nota come Cappella Sansevero. Dall’esterno non si può intuire la magnificenza delle decorazioni che contraddistinguono questo piccolo museo, che conserva pressoché inalterata la disposizione delle opere così come dovevano essere collocate quando era un luogo di culto.

La chiesa era stata edificata a partire dal 1593 come ex-voto dal duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, nel luogo dove, si racconta, era comparsa un’immagine della Madonna ritenuta miracolosa, alla quale si era affidato lo stesso duca per guarire da una grave malattia. Presto, la piccola chiesa prese le caratteristiche di una cappella gentilizia (sorge poco distante dal palazzo dei Sansevero) atta ad ospitare le spoglie di tutti i di Sangro e per questo motivo venne ampliata e abbellita con statue raffiguranti i primi principi della dinastia. Ma la vera trasformazione che la promosse da monumento celebrativo  a capolavoro avvenne a partire dal 1744, sotto le direttive del principe Raimondo (1710-1771).

img.2-Raimondo di Sangro

Ritratto di Raimondo di Sangro, VII principe di Sansevero

Il principe in quegli anni era già una leggenda vivente (mito che contribuiva egli stesso ad alimentare), famoso per la sua cultura sterminata e la poliedricità dei suo interessi, nei quali si distingueva per bravura e acume. Strabiliava i contemporanei con invenzioni scientifiche realizzate nei sotterranei del suo palazzo, puntando la sua attenzione soprattutto sulle discipline di carattere esoterico. Non stupisce quindi la sua adesione alla massoneria, che lo portò nel giro di pochi anni a divenire Gran Maestro di tutte le Logge napoletane. Il suo messaggio come intellettuale ci arriva attraverso le opere che fece pubblicare, ma soprattutto tramite il simbolismo di cui volle fosse intrisa la cappella di famiglia, per la decorazione della quale non badò a spese pur di assicurarsi gli artisti più talentuosi, portandolo a contrarre forti debiti.

Il progetto di risistemazione della cappella era molto articolato, e il principe fu un committente estremamente esigente, al punto di dirigere personalmente i lavori e di partecipare alla realizzazione di alcuni materiali utilizzati per la decorazione affinché tutto rispondesse esattamente al programma iconografico che aveva messo a punto, il cui cardine erano le dieci statue che rappresentavano le Virtù  delle quali alcuni esponenti del casato venivano resi interpreti. Non di sola celebrazione però si parla, ma si possono ravvisare, nella scelta di queste qualità da esaltare, significati allegorici riconducibili al mondo della massoneria, come a mostrare, agli occhi degli iniziati, un vero cammino spirituale, che conducesse a una miglior conoscenza e perfezionamento di sé. E il pavimento in tarsie marmoree raffigurante un labirinto (andato pressoché perduto nel parziale crollo della Cappella nel 1889 e sostituito da un semplice pavimento in cotto) era parte integrante di questo cammino.

La cappella ha pianta rettangolare, si presenta ad una sola navata nella quale si affacciano lungo le pareti laterali otto cappellette, quattro per lato, che ospitano monumenti funebri e altari dei santi protettori del casato; infine un grande arco separa la navata dall’area del presbiterio, dove si colloca l’altare maggiore. La prima opera che catalizza lo sguardo del visitatore è l’estesa decorazione ad affresco della volta, raffigurante la Gloria del Paradiso, o Paradiso dei Sangro, opera di un artista locale, Francesco Maria Russo, che utilizzò per la sua realizzazione i colori messi a punto dal principe Raimondo, che risultano essere maggiormente resistenti alle azioni degli agenti atmosferici e regalano una pittura ancora oggi molto brillante. Scendendo con lo sguardo, di fronte all’ingresso, l’altare maggiore ospita una Deposizione in altorilievo di Francesco Celebrano, che nella drammaticità dei volti e dei gesti e nello sconfinamento delle figure che fuoriescono dalla scena ne fanno un perfetto esempio di arte barocca.

Ma sono tre le statue, poste in prossimità del presbiterio, che sbalordiscono per la loro esecuzione tecnica. Queste tre opere sono accomunate da una bravura tecnica talmente fuori dal comune che si alimentò la credenza per la quale la resa così realistica dei veli e della rete fossero il risultato di una delle ipotetiche invenzioni del principe alchimista, che era riuscito nel processo di marmorizzazione dei materiali.

La prima, la Pudicizia, raffigura una figura femminile interamente avvolta in un velo semitrasparente, che aderisce con naturalezza al corpo nudo e che sostiene una cintura di rose all’altezza della vita. Fu realizzata da un allora anziano Antonio Corradini, scultore veneto famoso per la sua bravura nel realizzare statue velate.

img. 3- Pudicizia

Antonio Corradini, La Pudicizia, (1752, marmo, Napoli, Cappella Sansevero)

La lapide spezzata accanto a questa personificazione rende nota la dedica a Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre del principe Raimondo, morta prematuramente quando il figlio non aveva ancora compiuto un anno. Il sottostante bassorilievo con la scena del Noli me tangere rafforza la tematica della resurrezione dopo la morte. È considerata a ragione il capolavoro del Corradini, che morì poco dopo averla terminata. Viene vista anche come allegoria della Sapienza, perché ripropone una delle iconografie della dea egizia Iside, divinità protettrice delle scienze iniziatiche, per questo rappresentata velata. Di più: secondo un’antica tradizione, la statua della Pudicizia sarebbe stata collocata nel posto in cui si diceva fosse posta una statua di Iside presente nella Neapolis greca. Sottolineerei inoltre che anche il Corradini era un affiliato alla massoneria, quindi sicuramente ebbe un ruolo importante nella definizione della scelta delle iconografie proposte per la Cappella.

Al lato opposto rispetto alla Pudicizia si presenta il Disinganno, opera di un allievo del Corradini, Francesco Queirolo, e dedicata al padre di Raimondo, il duca Antonio di Sangro.

img.4-Disinganno

Francesco Queirolo, Il Disinganno (1753-54, marmo, Napoli, Cappella Sansevero)

L’iconografia è nuova e interamente d’invenzione del principe, che la ammantò di una simbologia complessa per descrivere il percorso di vita del padre, volto a una riabilitazione della sua figura. Difatti il duca non ebbe una buona fama tra i contemporanei: una volta morta la moglie, iniziò a condurre una vita disordinata e dissoluta, nella quale si contano due omicidi su commissione e fughe per sfuggire all’incarcerazione. Sentendo il peso degli anni, il duca decise di tornare a casa e, pentitosi dei peccati commessi, prese i voti finendo la sua vita in un convento. Così, il gruppo scultoreo presenta un uomo che tenta di districarsi da una pesante rete simboleggiante il peccato; riuscirà ad uscirne solo con l’aiuto dell’intelletto umano, impersonato da un genio alato che gli indica il globo terrestre, simbolo di mondanità, collocato vicino ai suoi piedi. A fianco del globo, come strumento di redenzione, è posta una bibbia aperta (testo caro anche ai massoni) e sul basamento si riconosce, nella scena in bassorilievo, l’episodio di Gesù che restituisce la vista al cieco, che rafforza il significato dell’allegoria. L’attenzione dello spettatore è catturata dalla resa magistrale della rete: qui Queirolo riuscì a dare talmente tanta verosimiglianza da aver creato un timore reverenziale negli artigiani che avrebbero dovuto aiutarlo a levigare la superficie con la pietra pomice, ma che si rifiutarono per paura di romperla, costringendo l’artista a procedere personalmente alla sua finitura.

Infine, al centro della navata, si colloca l’ultimo capolavoro voluto dal principe, ma che nel suo progetto non aveva questa collocazione: si tratta di un Cristo velato, eseguito dall’allora sconosciuto Giuseppe Sanmartino, subentrato all’incarico al Corradini, che già ne aveva eseguito un bozzetto in terracotta prima della sua morte.

img.5-Cristo Velato

Giuseppe Sanmartino, Cristo velato (1754, marmo, Napoli, Cappella Sansevero)

Ma Sanmartino decise di procedere secondo il suo stile, pur rispettando i dettami indicati dal principe: una figura del Cristo a grandezza naturale, adagiato su un materasso e coperto da un sudario trasparente realizzato nello stesso blocco della statua. Il risultato è strepitoso: il velo riesce ad avere pieghe morbide e plastiche che in nessun punto celano il corpo e il volto del Cristo, anzi, riescono a far emergere il costato scavato e ferito, evidenziandone la sofferenza patita. L’abbandono della figura e gli strumenti del martirio, posti vicino al corpo, accentuano questo senso di verosimiglianza, che doveva essere ancora più accentuato da quella che doveva essere la collocazione prevista per la statua: nella “cavea sotterranea”, illuminato dalla luce di lumi perpetui ideati dal principe.

Come sempre, ne consiglio la visita, per lasciarsi completamente affascinare da queste opere. Mai come in questo caso, la visita dal vivo restituisce delle suggestioni impagabili.

http://www.museosansevero.it/it/

 

Pamela D’Andrea

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