Antonio Canova, interprete di un mito abusato

Manifesto della mostra di Aosta con il particolare della Danzatrice con le mani sui fianchi

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Il protagonista di questa puntata è Antonio Canova (1757-1822), il miglior esponente dell’arte neoclassica italiana.

Ha sempre goduto di una grande e meritata considerazione, sia in vita che postuma, e il suo nome ormai ha un peso specifico non indifferente, al punto di assistere a quel processo di onnipresenza che già si nota quando si organizzano eventi che coinvolgano (spesso in maniera marginale) nomi come Leonardo, Michelangelo, Raffaello e Caravaggio. Ne è riprova la sua presenza in tre esposizioni distinte, che, per nostra fortuna, propongono approcci conoscitivi distinti fra di loro. Alcuni estremamente originali, come nella piccola mostra fotografica che si tiene nel Museo Gipsoteca di Possagno, paese natale dello scultore, dove si è voluto rievocare il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale mostrando i devastanti danni che causarono i bombardamenti avvenuti nel vicino fronte del Grappa sui modelli in gesso custoditi nel museo. Con l’occasione, verrà proposta anche una ricostruzione ottenuta con la tecnologia della stampa 3D delle parti mancanti nella statua della Ebe coppiera degli dei. L’intento è di mostrare l’efficacia di tale tecnica, già applicata con successo sui gessi della Paolina Bonaparte, della Danzatrice con i cembali, del Principe Lubomirski e delle Grazie.

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Antonio Canova, Ebe (post 1796, gesso, Possagno, Museo Gipsoteca Antonio Canova)

Come ho già accennato, anche Canova si sta trasformando in un nome che nobilita programmi espositivi che possono apparire un po’ anonimi, come capita, a mio avviso, per la mostra in atto a Carrara. Nell’intento di voler tributare i protagonisti della Scuola Carrarese, sono state messe in mostra le opere degli artisti locali che furono commissionate o acquistate dallo zar Nicola I per la sua prestigiosa collezione ospitata nell’Ermitage di San Pietroburgo. Il nostro Canova è presente con la replica di una statua del suo periodo giovanile, l’Orfeo, che però appare slegata dal contesto proposto, ovvero il passaggio dalla scultura neoclassica a quella verista. Difatti per l’Orfeo non si può propriamente parlare di opera neoclassica: fu eseguita nel 1776, quando l’artista era appena diciannovenne e, comprensibilmente, non aveva ancora avuto modo di confrontarsi (come fece pochi anni dopo, a partire dal suo viaggio a Roma del 1779) con le teorie proposte da Winkelmann, considerato, nel suo invito a imitare l’antico, il padre ideologico del Neoclassicismo. Così, la statua dell’Orfeo (insieme a quella dell’Euridice, suo completamento) presenta ancora delle caratteristiche compositive di gusto barocco e un pathos che ricorda l’opera del Bernini. E mi sembra un po’ ruffiano da parte degli organizzatori mettere il suo nome davanti a quelli di artisti maggiormente rappresentati in mostra, ma ovviamente misconosciuti.

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Antonio Canova, Orfeo (1777, marmo, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage)

Infine, arriviamo a parlare della mostra di Aosta. La Fondazione Canova presenta più di sessanta opere, per lo più gessi, ma anche esempi della sua produzione pittorica. L’intento, dettato dal titolo, è quello di mostrare il processo creativo che sottende alla realizzazione dell’opera scultorea  canoviana che, dato il vasto consenso con cui veniva accolta, è reputata essa stessa un mito perché si era già mitizzato il proprio autore. Infatti, ogni nuova statua che Canova proponeva, riscuoteva un successo tale da portarlo a realizzare più copie dello stesso soggetto per più committenti.

Il modo di lavorare di Canova consisteva in varie fasi, che gli permettevano di poter intraprendere in varie riprese una meditazione sulla resa compositiva che voleva dare all’opera.

Si cominciava con il realizzare una serie di schizzi, sulla base dei quali eseguiva il bozzetto in terracotta. A questo seguiva l’esecuzione di una statua in argilla a grandezza naturale, sulla quale veniva colato il gesso per farne un calco. La statua di gesso era il modello per la statua di marmo, e il procedimento per ottenere una replica esatta in marmo può sembrare macchinoso, ma Canova lo aveva desunto dalla statuaria antica: nel gesso si fissavano dei chiodini di piombo detti repére, che fungevano da punti di riferimento per riportare le misure sul blocco di marmo. Queste venivano prese grazie ad un’impalcatura, detta “squadra”, posizionata sopra il blocco marmoreo e il modello in gesso e dalla quale venivano fatti calare dei fili a piombo. La distanza tra i fili e i répere veniva calcolata tramite l’uso di un pantografo. Agli assistenti veniva dato il compito di sbozzare il marmo sulla base delle misure del modello e, una volta finita questa fase, il maestro terminava con il suo tocco la statua. E lo faceva cercando di raggiungere la sua idea di perfezione plastica e formale, sicuramente debitrice dei lunghi e dettagliati studi effettuati su originali di epoca greca o loro copie ellenistiche, ma che venivano sempre reinterpretati e filtrati alla luce della sua sensibilità. Quindi la sua arte non era mera imitazione dell’antico: le pose risultano naturali, volte a suggerire un senso di armonia che pervade l’opera. Non risulta facile intuire quanto lavoro intellettuale e materiale ci fosse dietro ogni sua singola opera.

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Antonio Canova, Autoritratto (gesso, Possagno, Museo Gipsoteca Antonio Canova)

L’unico appunto che mi sento di sollevare alla visita di questa mostra riguarda la scelta delle opere esposte: mi sembra di assistere alla riproposizione della collezione scelta due anni fa per una mostra tenutasi ad Assisi, presentata dallo stesso comitato che ha pensato questa aostana. E se pur si volesse pensare ad un’idea originale per far conoscere quello che fu il modus operandi del Canova al di fuori del suo museo a Possagno, vorrei ricordare che proprio per l’esposizione di Assisi si assistette ad una gravosa perdita: durante le operazioni di trasporto dall’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia alla vicina Assisi, il personale della ditta di trasporto ha urtato accidentalmente con un’altra opera il bassorilievo in gesso con la scena dell’Uccisione di Priamo che, cadendo a terra, è andato in mille pezzi irrecuperabili. Perché troppo spesso, chi organizza eventi dimentica quanto siano delicate le statue, indicate fra i beni culturali più a rischio in caso di trasferimento per mostre.

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Antonio Canova, Morte di Priamo, distrutto (gesso, Perugia, Accademia delle Belle Arti Pietro Vannucci, photo credits: www.laboratoriocreativo.org)

Personalmente abbraccio la posizione di storici d’arte e critici che ritengono sia inutile e dannoso stressare opere d’arte sottoponendole a vagabondaggi, quando a sostegno dei loro spostamenti ci sono programmi espositivi un po’ poveri di contenuti.

Lascio comunque i riferimenti per le visite:

Antonio Canova. Alle origini del mito, Aosta, Centro Saint-Bénin, 12 giugno-11 ottobre 2015

http://www.lovevda.it/it/banca-dati/2/mostre/aosta/antonio-canova-all’origine-del-mito/56974

Canova e i Maestri del Marmo, Carrara, Palazzo Cucchiari, 13 giugno-4 ottobre 2015

http://www.canovacarrara.it/percorso-mostra/

Antonio Canova. L’Arte violata nella Grande Guerra, Possagno, Museo Gipsoteca Antonio Canova, 26 luglio 2015-28 febbraio 2016

http://www.museocanova.it

 

Pamela D’Andrea

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