Le figure femminili di Mucha: gioiose creature o maliziose maliarde?

Locandina della mostra attualmente a Milano

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Finalmente, anche in Italia è possibile ammirare il poliedrico genio di Alfons Mucha (1860-1939), uno degli artisti che, con la sua riconoscibilissima cifra stilistica, contribuì a creare una precisa identificazione degli aspetti connotativi dell’Art Nouveau parigino.

La mostra, attualmente presente a Milano, verrà anche ospitata a Genova dalla prossima primavera, e cerca di offrire con le sue circa centocinquanta opere autografe una panoramica esaustiva dell’arte del pittore ceco, famoso soprattutto per il suo impiego nella grafica ornamentale applicata alla pubblicità, i cui risultati furono imitati per almeno un decennio negli anni a cavallo del 1900.

Il suo percorso previde un’educazione artistico-accademica convenzionale, arricchita da esperienze come scenografo per un teatro viennese. È importante conoscere questo antecedente per comprendere la sua bravura nel creare figure dai gesti eloquenti che si stagliavano davanti a fondali evocativi ed accuratamente decorati.  Una volta che il teatro andò distrutto da un incendio, lasciandolo senza lavoro, Mucha continuò a coltivare questa passione parallelamente al suo perfezionamento artistico nelle accademie, prima a Monaco di Baviera, poi a Parigi dove si stabilì dal 1887. Dopo un primo periodo che lo vide impiegato come illustratore per alcune riviste, ricevette alla fine del 1894 la commissione per il manifesto del nuovo spettacolo che da lì a pochi giorni sarebbe stato messo in scena al Théâtre de la Reinassance, interpretato dalla “divina” Sarah Bernhardt.

Img. 2 Gismonda

Alfons Mucha, manifesto per la Gismonda, commissionato il 24 dicembre 1894 e affisso il 1° gennaio 1895

Mucha propose un innovativo formato rettangolare, stretto e alto quasi due metri, in cui la figura dell’attrice, unica protagonista, era di dimensioni reali, con le didascalie dello spettacolo ospitate nella parte alta e in quella bassa del manifesto. La linea netta che delimitava i contorni e il ricco decorativismo presente nella veste e nel finto mosaico usato per i titoli, conquistarono subito il consenso del pubblico e impressionarono così favorevolmente l’attrice che scritturò Mucha come esecutore esclusivo dei suoi manifesti per i successivi sei anni. Consideriamo che all’epoca del sodalizio la Bernhardt aveva appena compiuto cinquant’anni (portati benissimo, aggiungerei), ma l’interpretazione che Mucha fece dei suoi lineamenti restituiva un’immagine senza tempo, elegante e magnetica, che rendeva estremamente bene il suo carisma d’attrice. Ma, ricollegandomi a quanto ho fatto presente prima, questo stretto rapporto permise a Mucha di cimentarsi anche nella creazione apposita di mobilio per le scenografie delle nuove pièce teatrali e di gioielli indossati durante la messa in scena.

Img.3-Bernhardt

Foto d’epoca nella quale Sarah Bernhardt indossa la corona disegnata da Mucha  per La Princesse Lointaine  di Edmond Rostand (1895)

Da qui si può far partire la consacrazione artistica del pittore ceco. Le richieste per ottenere i suoi pannelli decorativi si moltiplicarono, così come varie furono le aziende per le quali sviluppò le pubblicità. Tra le più famose troviamo gli champagne della Moët & Chandon, le cartine per sigarette Job, i biscotti LU o i prodotti per l’infanzia della Nestlé.

img. 4 Pubblicità

Alfons Mucha, poster pubblicitario per promuovere il nuovo champagne secco della Moët & Chandon (1899). Spesso scelse di utilizzare il formato già impiegato per le locandine teatrali.

Le (allora) recenti tecniche litografiche permettevano una vasta riproduzione del poster pubblicitario, contribuendo ad avere una visibilità inimmaginabile solo pochi anni prima. In più, la scelta di rappresentare quasi sempre leggiadre figure femminili drappeggiate di sottili veli o stoffe preziose e dalle fluenti chiome sciolte o raccolte da diademi preziosi, la predilezione per passaggi cromatici morbidi e raramente stridenti carpiva l’ammirazione del pubblico.

Non solo. Fu stimolato, sulla spinta della richiesta di calendari, a creare delle serie di pannelli decorativi accomunati da un tema portante: ecco così le varie versioni delle Stagioni, spesso impiegate per i calendari; le Pietre Preziose, le Arti, le Ore del giorno e le Stelle della notte.

Im. 5 stagioni

Alfons Mucha, Le Quattro stagioni (1896, serie di quattro pannelli decorativi, litografia)

In alcune di queste immagini ci troviamo di fronte a delle donne-ninfe, immerse in una natura lussureggiante, svelandoci un’attenzione non scontata per il disegno botanico; in altre vediamo pose più eleganti e fascinose, caratterizzate da sguardi assorti. Ciò che le accomuna è la particolarità di essere inserite in contesti lontani dal mondo reale, sono figure atemporali che risultano sempre piacevoli. Ma a ben vedere, raccontano, nelle simbologie delle piante scelte e degli animali che occasionalmente compaiono, il gusto della propria epoca, ricercato ed esotico. Così come è significativo il tratto grafico marcato che contorna le figure, sicuro riferimento all’esempio di stampa giapponese che aveva avuto un forte impatto sugli artisti parigini dell’epoca (un altro artista che ne subì il fascino è stato Toulouse-Lautrec: http://virgoletteblog.it/2015/12/05/appunti-darte-34).

A questa linea così marcata e sinuosa si accompagnava la bidimensionalità e una stilizzazione delle forme del paesaggio naturale.

Mucha non guardò solo agli esempi dell’Estremo Oriente: molto del suo stile parla di un’attitudine, la definirei “bizantina”, a sovraccaricare la scena di preziosi attributi o decorazioni, quali i copricapi, l’oreficeria (per la quale compose anche disegni per la realizzazione di gioielli da indossare), modulando il tutto in maniera che l’immagine restasse ariosa ma innegabilmente ricca.

A volte sembra si avverta un vago senso di sacro, di religioso. E la risposta la troviamo lì, in quei caratteristici cerchi che coronano le sue figure, apposte quasi come aureole. L’arte sacra fece sicuramente parte della formazione di Mucha, prevalentemente reinterpretata nei ricordi degli anni moravi. E proprio di ritorno da un viaggio nella sua terra natale nel 1898 iniziò a pensare ad un ciclo pittorico che dimostrasse il suo interessamento per la causa slava, mostrandosi disponibile ad un impegno culturale e politico-celebrativo della propria terra. La creazione dell’Epopea Slava, un progetto ambizioso, si compone di venti tele di grande formato (6×8 metri) e venne sviluppato nell’arco di quasi vent’anni e, al suo completamento, donato alla città di Praga nel 1928. Sempre per la nascente Cecoslovacchia (creata dopo la Prima Guerra Mondiale), eseguì la decorazione per le banconote, per i francobolli e per altri documenti governativi.

Img. 6 Epos slavo

Alfons Mucha, La celebrazione di Svantovit (1912, olio su tela, Praga, Galleria Nazionale-Palazzo delle Fiere)

Un talento così poliedrico merita di essere visto dal vivo, per perdersi nelle volute di quelle chiome e cogliere tutti i dettagli che ha saputo disseminare nelle sue illustrazioni. Lascio i riferimenti per la visita:

Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau, Milano, Palazzo Reale 10 dicembre 2015 – 20 marzo 2016 / Genova, Palazzo Ducale 30 aprile 2016 – 18 settembre 2016

www.mostramucha.it

 

Pamela D’Andrea

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