L’iconografia di Santo Stefano: se sei cristiano, ti tirano le pietre

Carlo Crivelli, Polittico di San Domenico, pannello con Santo Stefano (1476, tempera e oro su tavola, Londra, National Gallery)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Questa settimana, influenzata dal calendario, desidero proporre un approfondimento sull’iconografia di un santo piuttosto famoso a livello di rappresentazioni artistiche, che, in alcuni periodi storici, ora ci appaiono quantomeno bizzarre.

Partiamo dalla storia di Stefano, per poter poi desumere dal racconto della sua breve vita le scelte iconografiche compiute dagli artisti.

Stefano è riconosciuto dalla Chiesa come Protomartire, ovvero il primo seguace di Cristo a morire in suo nome. Si ritiene che appartenesse ad una comunità ellenica che si era stabilita in Gerusalemme tempo addietro, assimilandone religione e costumi. Di sicuro, fu tra i primi giudei a convertirsi al cristianesimo e ad affiancare gli Apostoli nelle attività di evangelizzazione e nella gestione pratica della nascente comunità cristiana. Gli Apostoli infatti nominarono sette diaconi (dal greco diákonos, che significa “servitore”) che si occupassero delle attività assistenziali, e tra questi, Stefano fu il primo chiamato a ricoprire questo ruolo. E Stefano, ci raccontano gli Atti degli Apostoli, condusse i suoi compiti con tale appassionata partecipazione da riuscire a convertire molti ebrei, soprattutto nella comunità ellenica. La faccenda destò preoccupazione tra gli anziani e gli scribi, che decisero di intervenire prelevandolo di sorpresa e trascinandolo nel Sinedrio, dove venne pubblicamente accusato di aver condotto discorsi blasfemi contro Dio e Mosè.

Il discorso che Stefano pronunciò in risposta alle accuse a lui rivolte si trasformò a sua volta in un’accusa nei confronti degli Ebrei, che non seppero riconoscere la venuta del Messia e, in linea con il torto fatto a Cristo, a suo tempo screditarono e perseguitarono i profeti che ne annunciarono la venuta. Non solo: attribuì loro la parte dei traditori e uccisori del Figlio di Dio. Queste ultime affermazioni, e in generale la bravura oratoria con la quale aveva condotto il confronto, scatenò la rabbia degli astanti che condussero fuori dal Sinedrio Stefano e decisero seduta stante di giustiziarlo lapidandolo.

img.2 Beato Angelico

Beato Angelico e aiuti, Santo Stefano condotto al martirio e Lapidazione di Santo Stefano (1447-48, affresco, Città del Vaticano, Cappella Niccolina)

La scelta della modalità punitiva ci offre un indizio sulla data in cui si svolsero i fatti, che quasi con certezza sono da collocarsi pochi giorni dopo la Pentecoste del 36 d.C. In quell’anno infatti, a seguito dell’eccessiva violenza usata per sedare la rivolta del monte Gazirim, venne deposto Ponzio Pilato, e durante il periodo di vacanza del ruolo di governatore romano, il Sinedrio amministrava la giustizia. Nel dichiarare colpevole Stefano di blasfemia, questa assemblea lo aveva condannato a morte, che, a differenza della legge romana, non poteva essere applicata tramite crocifissione, ma era usanza punire tramite lapidazione.

La celebrazione liturgica del suo martirio non coincide con l’effettivo periodo in cui si svolse (presumibilmente l’inizio di luglio), ma, già nella redazione dei primi martirologi era sembrato più adatto spostarla al giorno dopo il Natale, per dare maggior risalto alle figure dei cosiddetti comites Christi, ovvero coloro che per primi resero testimonianza della venuta messianica con le loro opere e con il loro martirio.

Analizziamo ora in quale modo è stato raffigurato nei secoli Santo Stefano. Il suo primo tratto distintivo è costituito dall’inossare la dalmatica, un tipo di veste di epoca romana lunga fino al ginocchio e dalle ampie maniche, che dall’originaria destinazione civile rimase in uso come paramento liturgico. A volte, soprattutto in epoca medievale, veniva raffigurato con la tonsura chiericale. Il suo secondo attributo era rappresentato dalle pietre, a testimoniare il tipo di martirio subito. Si poteva trovare una pietra unica o più pietre, dalla grandezza variabile, solitamente poste in artificioso equilibrio sul capo.

Img.3 Giotto

Giotto, Santo Stefano (1330-35, tempera e oro su tavola, Firenze, Museo Horne)

In sostituzione, o più spesso a rafforzarne il ricordo, il Santo può tenere in mano la palma del martirio. Nell’altra mano invece ha un libro, a ricordare il suo profondo studio per le Sacre Scritture che gli avevano permesso di sostenere efficacemente il discorso nel Sinedrio.

A tal proposito, vorrei ricordare il ciclo di cinque teleri (dei quali uno è andato purtroppo perduto) che Vittore Carpaccio eseguì per la Scuola di Santo Stefano a Venezia, commissionata dalla corporazione dei Laneri. Appartenente alla fase finale della carriera del pittore veneziano, questo ciclo mostra ripetizioni di schemi e una totale impermeabilità alle novità compositive e coloristiche introdotte da Giorgione e dal giovane Tiziano. Gli episodi rispondono alle esigenze narrative in voga nella fine del Quattrocento, con immagini affollate da personaggi di contorno e ambientazioni dalle architetture fantasiose. Probabilmente l’episodio meglio riuscito stilisticamente è quello della Disputa di Santo Stefano, ma al momento mi sembra più interessante porre attenzione sul telero con la Lapidazione di Santo Stefano.

img.4 Carpaccio

Vittore Carpaccio, Lapidazione di Santo Stefano (1520, olio su tela, Stoccarda, Staatgalerie)

Il santo subisce serenamente il suo martirio, ammirando la discesa della Grazia di Dio su di lui.  Ma chi cattura la mia attenzione è il personaggio seduto per terra in basso a sinistra, vicino ad alcuni mantelli deposti dai carnefici per non avere intralcio nell’atto lapidatorio. Come raccontano gli Atti degli Apostoli, in quel personaggio a guardia dei mantelli si dovrebbe riconoscere Saulo, che dopo aver assistito al martirio decise di convertirsi al cristianesimo, assumendo il nome di Paolo e diventando, di lì a poco, il famoso “Apostolo delle genti”.

Nell’arte precedente al Concilio di Trento generalmente le scene di martirio vedevano il santo affrontare la morte con serena accettazione, mentre una resa più cruenta della scena si assiste a seguito dei nuovi precetti controriformistici in merito all’arte sacra, nei quali veniva richiesta una verosimile rappresentazione della sofferenza, per permettere al fedele una maggiore immedesimazione. In questo tipo di soggetti sembrò specializzarsi il Pomarancio (soprannome di Niccolò Circignani, 1530-1597) che eseguì due cicli di soggetto analogo nelle due chiese romane di Santo Stefano Rotondo al Celio e dei Santi Nereo e Achilleo. Non poteva ovviamente mancare la rappresentazione del supplizio del primo martire.

Img. 5 Pomarancio

Niccolò Circignani detto Pomarancio, Martirio di Santo Stefano (1582-83, affresco, Roma, Santo Stefano Rotondo)

Concludo questi esempi iconografici con il consueto accostamento della figura di Santo Stefano a quella di San Lorenzo, accomunati dall’investimento della carica di diaconi. Non solo: una piccola parte delle reliquie di Santo Stefano sono ospitate nella basilica di San Lorenzo fuori le mura, vicino alle spoglie del santo omonimo. A supporto di questa tradizione, spesso i due santi vengono raffigurati l’uno accanto all’altro come colti durante una Sacra Conversazione, mentre espongono i propri strumenti di martirio (nel caso di San Lorenzo, la graticola sul quale venne arso vivo).

img.6 Donatello

Donatello, Santi Stefano e Lorenzo (1428-1443, stucco policromo, firenze, Basilica di San Lorenzo)

 

Pamela D’Andrea

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