Il Salar de Uyuni: caccia al litio dove la terra sfiora il cielo

Vicino alla cresta delle Ande, a 3.656 metri sul livello del mare tra le regioni di Potosí e  Oruro, la Bolivia si specchia nella più grande distesa salata del mondo: il Salar de Uyuni. Con i suoi 10.582 km quadrati e circa 10 miliardi di tonnellate di sale, ci troviamo in uno dei posti più affascinanti e surreali al mondo e, al contempo, nella più cospicua riserva di litio del pianeta. Undici strati sormontati da quello superficiale, di oltre 10 metri, compongono questa distesa abbagliante che per la sua unicità attira un sempre crescente numero di turisti.

Sono circa 200.000 coloro che ogni anno si lasciano incantare da questo luogo incredibile, dove il bianco del sale si staglia contro il blu intenso del cielo durante la stagione secca (da aprile a ottobre), per trasformarsi durante la stagione umida (da novembre a marzo) in un indescrivibile specchio d’acqua di scarsissima profondità. Esso riflette sbalorditivamente qualsiasi oggetto sulla superficie, annullando i confini tra cielo e terra e trasportando sotto i nostri piedi le candide nubi che puntellano la volta celeste.

Salar allagato

Salar de Uyuni durante la stagione umida

Il periodo migliore per esplorare il Salar è generalmente a cavallo tra le due stagioni, quando si può sperare di vederlo in tutta la sua magnificenza, fatta dall’alternanza di zone aride e allagate. Un luogo spettacolare e capace di mozzare il fiato anche ai più pretenziosi, che cela metalli preziosi e ambiti, riserva inestimabile del Paese e pericolo costante di ingerenze e razzie.

Una leggenda Aymara collega la genesi del Salar ai giganti Kusina, Kusku e Tunupa, i tre monti che circondano questo bacino. Quando Kusku tradì con Kusina la moglie Tunupa, quest’ultima pianse tanto disperatamente da riempire con le sue lacrime tutta la distesa, dando origine al deserto di sale. Una variante della leggenda vuole invece che le lacrime di Tunupa, abbandonata dal marito Kusku con il figlio appena nato, si fossero mescolate al suo latte dando origine a questa bianca distesa salata.

In realtà il processo di formazione ebbe inizio circa 40.000 anni fa, quando l’assenza di sbocchi nell’altipiano su cui si trovava il deserto determinò la formazione di un immenso lago preistorico, il lago Minchin. Il suo prosciugamento, causato dal forte sole andino e dall’elevatissima salinità dell’area, generò poi i laghi Poopó e Uru Uru e lasciò al suolo la spessa e piattissima crosta di sale che caratterizza lo sconfinato Salar de Uyuni e il Salar de Coipasa.

Il percorso turistico tipo, che permettere di assaporare al meglio le ineguagliabili meraviglie di questi luoghi, ci porta per tre-quattro giorni tra paesaggi naturali variegati e surreali, sotto una cappa infinita di stelle, in rifugi spartani privi di riscaldamento, energia elettrica e acqua corrente. Solo così è possibile perdersi a pieno della meraviglia di questi luoghi isolati, rare e inestimabili gemme del nostro pianeta dove si riscopre la profonda connessione con il circostante e si percepisce la sua commuovente, disarmante immensità.

stelle

Salar de Uyuni di notte durante la stazione umida

Orientarsi è un compito difficilissimo e gli effetti del sole sono amplificati a dismisura, ragion per cui l’accompagnamento di un’autista-guida dotato di una 4×4 è davvero essenziale in questo tour nel cuore dell’America Latina. Quando però il sole scivola al di là dell’orizzonte le temperature divengono rigidissime, scendendo rapidamente sotto allo zero.

Verso nord, tra le stupefacenti distese di sale sorge la Isla de Pescado, che conserva numerosi  giacimenti archeologici della cultura Tiahuanaco e Inca. È una sorta di oasi dalla forma simile a quella di un pesce, nota soprattutto per i suoi cactus giganti che possono raggiungere i 10 metri d’altezza e che vengono utilizzati anche per la costruzione di utensili e fabbricati.

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Isla de Pescado

Proseguendo verso il confine con il Cile entriamo nella Riserva Nazionale Eduardo Avaroa. Ai piedi del vulcano Licancabur, 4300 metri s.l.m., sorge la Laguna Verde, che deve il suo spettacolare colore ai minerali di rame depositati sul fondo. Una lingua di terra la separa dalla Laguna Blanca, dalle tonalità bianco-azzurre date dall’alta quantità di  minerali.

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Laguna Verde

Laguna_Blanca

Laguna Blanca

La Laguna Colorada è invece prevalentemente rossa, per via di una rara alga che vivifica nelle sue acque. È in lizza per essere riconosciuta come Meraviglia del Mondo, proprio mentre lancia un disperato grido d’aiuto, in quanto questa e le altre lagune dell’area stanno gradualmente perdendo i vivaci colori originari.

laguna colorada

Laguna Coloroda

Nel mese di novembre innumerevoli fenicotteri cileni, James e andini si ritrovano sulle loro ricche acque variopinte, che invase da queste eleganti creature trasmettono quell’irrefrenabile pulsare della vita che non si spegne neanche nei territori apparentemente più inospitali.

Continuiamo a salire fino ai 4.850 metri e raggiungiamo il Sol de Mañana, area a intensa attività vulcanica costellata di pozze di fango bollente, fumarole sulfuree e geyser, che al mattino liberano immensi getti di vapore alti fino a 50 metri.

Sol de Mañana Geyser 2

Geyser a Sol de Mañana

Riscendendo leggermente ci immergiamo nelle rilassanti acque sulfuree a 30° gradi delle Termas de Polques.

Termas de Polques 1

Termas de Polques

Termas de Polques2

Termas de Polques

Con l’Árbol de Piedra, che si erge solitario nel deserto sabbioso del Siloli, concludiamo questo tour che ci mostra solo in parte la grande eterogeneità del territorio boliviano.

Árbol de Piedra

Árbol de Piedra

Ma come anticipato, la zona di Uyuni non è soltanto turismo: sotto la candida crosta superficiale, le acque sono in realtà una salamoia composta da una soluzione satura di vari sali del cloro e cloruro di litio ad alta concentrazione, che rende il Salar de Uyuni la più grande riserva di litio al mondo. Secondo la USGS (US Geological Survey), la Bolivia costudirebbe il 43% delle riserve mondiali, la maggior parte delle quali proprio sotto il Salar, mentre secondo altre stime si arriverebbe fino al 70%. Questo prezioso e leggerissimo metallo è destinato a crescere di valore, per via della sua rarità (ne sono ricchi solo il Cile e, in misura minore, la Cina e l’Australia), ma soprattutto in quanto elemento essenziale per la produzione di batterie: i nostri computer portatili, automobili ibride o elettriche, cellulari, navigatori GPS, orologi e altri apparecchi elettrici funzionano proprio grazie al litio. È utilizzato anche per la lavorazione di farmaci antipsicotici, per il trasferimento di calore, nella produzione di ricambi aeronautici e nel settore bellico.

Già dal 1980 le prime compagnie minerarie internazionali puntarono gli occhi su questo immenso tesoro, ma la forte opposizione delle popolazioni locali impedì l’avvio di attività industriali. Con l’elezione di Evo Morales, primo presidente indigeno del Paese, è stato sancito formalmente il divieto per le imprese straniere di sfruttare le materie prime boliviane, compreso il litio. L’obiettivo è, da una parte, limitare le ingerenze esterne e la razzia di materie prime che da sempre devasta la Bolivia; dall’altra, sviluppare capacità scientifiche, tecnologiche ed industriali proprie, per porre un freno al neocolonialismo che si nutre dei limiti dei PVS.

Per fare in modo che la Bolivia possa salvaguardare la propria autonomia trattando tutta la filiera del litio, dall’estrazione fino almeno alla prima lavorazione, nel 2008 venne definito un progetto pilota. Emersero rapidamente problematiche connesse a difficoltà estrattive, superabili con tecnologie molto avanzate che la Bolivia non possiede. Purtroppo, si palesò anche il pesante impatto ambientale connesso all’estrazione: le operazioni sono molto invasive, il consumo di acqua è elevatissimo e si producono rifiuti chimici particolarmente tossici.

Il Presidente vuole che la il Paese abbandoni il ruolo di mera esportatrice di materie prime con basso valore aggiunto, per questo è necessario porre direttamente sul suolo boliviano gli impianti per l’industrializzazione del litio. Riconosce però gli oggettivi limiti tecnologici che invocano un aiuto dall’estero e, al fine di acquisire la loro conoscenza scientifica, si è avvicinato ad Austria e Olanda.

Ancora una volta la Bolivia si barcamena tra la necessità di garantire la propria sovranità e, al contempo, industrializzarsi e affermarsi nel mercato globale. E ancora una volta non mancano le brame di potenze come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Nel 2011 il consorzio coreano KORES, POSCO SK innovation Co e LG Chemical Ltd hanno firmato con il Governo boliviano una serie di accordi per una joint venture finalizzata alla produzione di una nuova batteria. Sia i cinesi che i sudcoreani hanno acconsentito al trasferimento in loco della tecnologia necessaria alla produzione e Morales, dal canto suo, ha garantito mano d’opera specializzata e il gas naturale necessario per alimentare gli impianti.

Una nuova sfida sta impegnando la Bolivia, proprio mentre nel continente crollano vari governi promotori del socialismo comunitario. Il suo patrimonio culturale e naturalistico è tra i più eccezionali al mondo e rappresenta il vero grande tesoro di questa terra, sempre in sospeso tra progresso, etica e necessità di autotutela, desiderio di cambiamento e ostacoli che paiono insormontabili, ferite del passato e l’indeterminatezza del futuro.

Martina Masi

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