Trastevere, dove perdersi equivale a ritrovarsi

Trastevere, Piazza dei Mercanti (photo credits: Giorgio Clementi)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Trastevere è tradizionalmente uno dei quartieri in cui si concentra la movida romana, soprattutto tra i pittoreschi vicoli che collegano Piazza Trilussa a Piazza di Santa Maria in Trastevere. Ma la parte del rione che sembra rimasta più fedele all’immaginario comune che la vede pittorescamente ferma all’epoca medievale è quella contenuta nell’ansa del Tevere appena sotto l’isola Tiberina, per intenderci la porzione di vie che vanno dal Ponte Palatino al Ponte Sublicio. Complice la conformazione dei vicoli, a volte stretti e tortuosi, l’uso della macchina è abbastanza disincentivato, permettendo così di lasciarsi avvolgere da un’atmosfera che riporta alla memoria i ritmi di vita di un secolo fa, fatta di piccole botteghe artigiane e osterie dai gusti veraci. Non è un caso che questa “tipicità” della zona abbia più volte ospitato set cinematografici.

Il percorso che vorrei proporre è abbastanza lineare e segue l’asse parallelo al Lungotevere Ripa, da Via di San Michele alla piccola Piazza dei Ponziani. Prima dell’erezione dei muraglioni che servivano a contenere gli straripamenti del Tevere, qui era presente il porto fluviale di Ripa Grande, dove già in epoca romana e fino alla fine dell’Ottocento venivano movimentate le merci che da Fiumicino risalivano verso la città. In realtà il primo Emporium atto a stoccare le merci si trovava nella riva opposta, a ridosso di Testaccio e del colle Aventino. Dal nono secolo il traffico fluviale si spostò sulla riva trasteverina, inizialmente come approdo dei battelli con i pellegrini (e per questo chiamata Ripa Romea) poi, con l’aumento dei traffici commerciali, si decise di dare un nuovo assetto all’approdo e di dotarlo di alcuni locali che fungessero da uffici doganali. Nella seconda metà del Cinquecento i commerci cittadini subirono una forte contrazione per i cessati introiti da parte dei Paesi convertiti al protestantesimo. Questa condizione generò un preoccupante stato di indigenza di buona parte della popolazione, che iniziò a creare anche disordini, al punto che la famiglia Odescalchi, proprietaria dei terreni immediatamente alle spalle del porto di Ripa, decise, in virtù della salita al soglio pontificio di un proprio esponente con il nome di Innocenzo XI (1676-89), di creare un ospizio apostolico che si occupasse degli orfani, non solo dandogli assistenza ma permettendo loro di apprendere un mestiere collegabile anche alle attività del vicino porto. Il progetto principale del grande complesso (che ha la ragguardevole lunghezza di 334 metri e per il completamento del quale occorsero circa centocinquant’anni) intitolato in seguito a San Michele fu affidato a Carlo Fontana e i suoi successori seguirono in gran parte le direttive per l’edificazione delle successive aggiunte. Dagli anni Settanta ospita il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo.

A livello cinematografico le parti che ci interessano sono quelle dei due edifici correttivi (minorile e femminile) che si trovano nel prospetto sud del complesso. E il primo film che scomodiamo è il capolavoro neorealista di Vittorio De Sica, “Ladri di biciclette” (1948). La ricerca della bici rubata porta il protagonista, seguito dal figlioletto, al mercato di Porta Portese. Un improvviso acquazzone li costringe a trovare riparo a ridosso delle mura del carcere femminile, accanto a un gruppo di seminaristi. Tra questi si riconosce il futuro regista Sergio Leone in una piccola partecipazione.

Img. 2- Ladri biciclette

Scena di Ladri di biciclette (1948) in cui si può riconoscere nel ruolo del seminarista con gli occhiali accanto al protagonista un giovane Sergio Leone, cresciuto proprio a Trastevere.

Vittorio De Sica aveva già scelto gli esterni del contiguo carcere minorile per il suo Sciuscià (1946), ma a quanto pare gli interni non furono utilizzati perché l’istituto correttivo era ancora in funzione. Dopo il 1972, anno in cui fu dismesso il carcere, i suoi imponenti interni settecenteschi furono impiegati in alcuni film molto popolari. La scena più famosa è sicuramente l’episodio di Fantozzi che si fa ricoverare nella Clinica dimagrante delle Magnolie. Inevitabilmente, non solo il ragioniere non perderà peso, ma verrà finanziariamente “alleggerito” dai discutibili traffici dei dipendenti della clinica:

Ora questi locali, recentemente restaurati, sono stati assegnati all’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, che in alcune occasioni patrocinate dal MiBACT sono visitabili al pubblico. Hanno anche ospitato il programma “Strinarte” di cui ho parlato in un precedente post (http://virgoletteblog.it/2016/01/16/appunti-darte-40/).

Carlo Fontana, Carcere minorile (1701-04, Roma, Complesso del San Michele a Ripa)

Carlo Fontana, Carcere minorile (1701-04, Roma, Complesso del San Michele a Ripa)

Procedendo lungo Via di San Michele si giunge in una tranquilla piazza dove l’imponenza degli edifici sette-ottocenteschi lascia il posto all’affastellarsi di palazzetti con particolari strutture architettoniche tipiche del Medioevo, come la casa-torre che è posta all’angolo tra Piazza di Santa Cecilia e Piazza dei Mercanti, nota come Casa di Ettore Fieramosca per un presunto soggiorno del capitano di ventura dopo aver vinto la leggendaria disfida di Barletta del 1503. Questa piazza risulterà familiare a chi ha visto la commedia autoironica “Gianni e le donne” di Gianni Di Gregorio (2011).

Ettore Roesler Franz, Case medievali sulla piazza di Santa Cecilia (1881, acquarello su carta)

Ettore Roesler Franz, Case medievali sulla piazza di Santa Cecilia (1881, acquarello su carta)

E basta voltarsi per trovare l’imponente portico barocco che definisce l’ingresso alla basilica di Santa Cecilia. Si accede in un cortile dove sembra che il tempo sia sospeso: un ameno giardino al centro del quale è collocata una grande vasca sormontata da un càntaro, grande anfora in pietra che ricorda il rituale delle abluzioni che i fedeli dovevano effettuare prima di entrare nel luogo di culto.

Non ci si può esimere dal visitare l’interno della chiesa, di origine medievale ma stravolta dagli interventi settecenteschi che hanno comunque trovato un equilibrio con le preziose decorazioni musive dell’abside e con lo splendido ciborio di Arnolfo di Cambio del 1293, evoluzione in chiave classica dell’analogo ciborio per San Paolo fuori le mura. La sua riflessione sulle antichità classiche è testimoniata dalla figura equestre di San Tiburzio, che inevitabilmente ha come pietra di paragone l’ammiratissimo Marco Aurelio. Le sculture di Arnolfo sono quanto di più innovativo poteva essere creato in ambito gotico: le figure vennero lavorate in base al punto di vista ottimale stabilito dall’artista. Peccato che l’attuale assetto della chiesa nasconda un altro piccolo gioiello coevo al ciborio, ora nascosto dall’imponente organo e dal coro delle monache: il Giudizio Universale di Pietro Cavallini, il più alto esempio pittorico a Roma prima della venuta di Giotto. Quello che colpisce sono gli armoniosi passaggi cromatici degli incarnati e delle ali dei cherubini, come anche delle vesti del consesso apostolico.

Pietro Cavallini, Giudizio Universale, particolare (1293 ca, affresco, Santa Cecilia in Trastevere, controfacciata)

Pietro Cavallini, Giudizio Universale, particolare (1293 ca, affresco, Santa Cecilia in Trastevere, controfacciata)

E infine, tornando verso l’altare, troviamo la teca contenente la meravigliosa e toccante scultura di Stefano Maderno raffigurante nel minimo dettaglio il corpo di Santa Cecilia come miracolosamente si presentò quando, in occasione del restauro ordinato dal cardinal Sfrondati, si decise di riesumare la salma per valutarne lo stato di conservazione. La santa è raffigurata rannicchiata, con il capo avvolto da un velo che però permette di vedere il punto in cui il boia la decapitò.  Nella distensione delle tre dita della mano destra si è voluto vedere un gesto che testimoniasse la Trinità.

Stefano Maderno, Santa Cecilia (1600, marmo bianco, basilica di Santa Cecilia in Trastevere)

Stefano Maderno, Santa Cecilia (1600, marmo bianco, basilica di Santa Cecilia in Trastevere)

Ma di storie interessanti questo angolo di Trastevere ne riserva ancora. Chi si sentisse stuzzicato e volesse approfondire può approfittare della passeggiata che Roma Slow Tour ha in programma per il 13 marzo:

https://www.facebook.com/events/1777416165822272/

A breve verranno pubblicate nuove date.

Come accennavo, da poco è visitabile la chiesa di Santa Maria in cappella e il suo museo. L’associazione culturale Artesìa si occupa delle visite e qui trovate tutti i riferimenti:

http://www.artesiaroma.it/musei/santa-maria-in-cappella

Qui invece trovate gli orari per visitare gli affreschi di Cavallini e gli scavi dell’antico titulus Caeciliae, il luogo di culto precedente all’edificazione della chiesa:

http://www.060608.it/it/cultura-e-svago/luoghi-di-culto-di-interesse-storico-artistico/chiese-cattoliche/santa-cecilia-in-trastevere.html

 

Pamela D’Andrea

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