Trivelle sì trivelle no: molto rumore per nulla?

In questa rubrica non amo addentrarmi nelle vicende politiche di stampo ambientale, non perché prive di interesse, anzi, ma perché la scienza non ha e non deve avere colore politico. Il compito di chi ne scrive dovrebbe essere quello di stimolare il lettore a costruirsi un proprio pensiero, questo, però, solo dopo essere stato messo al corrente di tutto ciò che la scienza può dire su un determinato argomento.

Come molti di voi sapranno, il 17 aprile è stato indetto un referendum abrogativo sulla legge ambientale che regola le trivellazioni in mare su iniziativa di alcune regioni. I media e i social sono sommersi da campagne per il “si” e per il “no” (decisamente più numerose le prime), con immagini di ogni tipo volte a sensibilizzare le persone sia dal punto di vista “emotivo” (salviamo i dolci delfinotti) sia da quello “sociale” (salviamo millemilamilioni di lavoratori).

Di fronte a situazioni del genere occorre andare a fondo e capire per cosa veramente si vota dal momento che la politica difficilmente è trasparente, come invece sarebbe necessario ed essenziale, per poter coinvolgere davvero le persone.

Essendo una naturalista con un percorso inerente agli ecosistemi marini la “faccenda” mi interessa. Come avrà intuito chi legge la rubrica, la tutela dell’ambiente per me è una, anzi, direi la priorità. Per questo ho “scandagliato” la rete cercando informazioni il più possibile reali, veritiere e non partigiane. Non è stato facile.

Vi racconto cosa ho trovato.

Di sicuro ci sono delle incomprensioni, iniziamo con il chiarire quelle.

Innanzitutto il testo del quesito referendario è il seguente:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)‘, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale‘?” 

Ci chiede, sostanzialmente, se vogliamo eliminare la frase per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale dal testo dell’articolo.

Inizierei col puntualizzare alcune cose.

Non si parla di trivelle bensì di piattaforme, sul sito Greenpeace ha ammesso nelle faq che l’utilizzo nella campagna No-Triv del termine trivelle è di comodità, diciamo “giornalistico”. Lo ribadisco per maggior chiarezza, ho notato che molti credono di fermare trivellazioni, non è così, è già stato “trivellato”, si bloccano estrazioni.

Il quesito si riferisce alle concessioni già operative, dal momento che già non è possibile avviare nuove attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi gassosi o liquidi entro le 12 miglia dalla costa (sempre con riferimento al decreto legislativo 152). Concessioni che, in caso di vittoria del “si”, si bloccherebbero al termine del contratto attivo, ossia non potrebbero essere rinnovate. Il che, quindi, non significa che le piattaforme verrebbero smantellate all’indomani del risultato referendario, bensì che, alla scadenza delle concessioni (in alcuni casi si parla di 20 anni ma i primi effetti si avranno tra i 5 e i 10 anni), non potrebbero più estrarre anche se il giacimento non fosse esaurito.

– Quante sono? Si tratta di 21 concessioni, di cui 3 si trovano nel Mare Adriatico Settentrionale, 4 nel Mare Adriatico Centrale, 7 nel Mare Ionico e 7 nel Canale di Sicilia.

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Mappa delle concessioni interessate. Fonte: Il Sole 24 ORE

– Che cos’è una concessione? In Italia i giacimenti di idrocarburi sono patrimonio dello Stato: le imprese private che vogliono utilizzare tali risorse devono richiedere delle concessioni e pagare delle royalties allo Stato, alle Regioni ed ai Comuni interessati.

– Cosa estraggono queste piattaforme? Per lo più gas naturale. Il petrolio c’è, ma poca roba.

– Quanto ne estraggono? I comitati No-Triv sostengono che si tratti di quantitativi irrisori che non necessitano di dover essere rimpiazzate da un incremento di importazioni fossili, di contro i comitati per il “no” al referendum sono convinti che la vittoria del “si” aumenterebbe l’importazione degli idrocarburi causando, addirittura, un maggiore inquinamento.

– Le piattaforme inquinano? Certo che inquinano. L’ultimo rapporto di Greenpeace “Trivelle fuorilegge” raccoglie e rilegge criticamente i dati dell’ISPRA che monitorano l’inquinamento generato dall’attività estrattiva.

Il rapporto evidenzia che non tutti i dati sulle ispezioni sono disponibili, denunciando la necessità di una maggiore trasparenza. Che non fa mai male, aggiungerei.

Mi piacerebbe che fosse chiaro un punto, le piattaforme sono controllate a norma di legge per quanto riguarda l’inquinamento che provocano così come lo sono molte altre attività antropiche ma questo non vuol dire che non abbiano un impatto ambientale. Significa che esistono dei parametri di legge da rispettare per ridurlo ed è importante che i controlli siano efficienti.

Allo stesso modo, però, dev’essere chiaro che esistono strutture molto più comuni e meno controllate, come le navi cargo, le grandi petroliere e le navi da crociera, per non parlare degli scarichi industriali, i lavaggi dei serbatoi delle navi, discariche abusive e via dicendo, che inquinano molto di più i nostri mari.

Per non parlare del drammatico problema dei rifiuti, delle plastiche che si trovano regolarmente nelle acque marine. Chi li produce? Da dove vengono?

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Ad esser pignoli il mare lo inquini anche quando ti tuffi a mezzogiorno d’agosto, cosparso di crema solare.

Tutto quello che facciamo ha un impatto ambientale, è chiaro. Occorre avere più informazione sull’entità di tali impatti nonché persone competenti che possano spiegarlo a chi, giustamente, se ne preoccupa.

L’estrazione del gas naturale è un’attività inquinante ma il suo utilizzo per i riscaldamenti delle nostre case lo è molto di più.

Per questo motivo, benché non sia un’amante delle polemiche, posso comprendere il punto di vista di Cattaneo che, nel suo editoriale su Le Scienze del 12 marzo ricorda, seppure in tono provocatorio, a tutti quelli che hanno veramente a cuore l’ambiente che ci sono mille modi con cui preservarlo nella vita di tutti i giorni.

Io, sinceramente, concordo con lui sul fatto che il modo migliore per agire in tal senso sia ridurre i consumi.

Attualmente il gas naturale è impiegato per la maggior parte in usi civili, coinvolge moltissime attività quotidiane, a partire dal riscaldamento domestico. Pensare alle cucine e alle caldaie è facile ma il metano è utilizzato per la produzione energetica e come combustibile per auto, per non parlare dell’impiego nel settore industriale.

E’ superfluo ribadire quanto occorra puntare sulle rinnovabili ma, come sempre, l’educazione è ancora più importante. Per noi figli del consumismo degli anni ’80, è fondamentale capire l’importanza della riduzione del nostro fabbisogno energetico in termini di salvaguardia del pianeta. Per chi volesse scoprire quanto le sue abitudini impattano sul pianeta consiglio questo link

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Geografia dell’impronta ecologica. Fonte: Wikipedia (Jolly Janner – Self-made with data from list of countries by ecological footprint.)

Immagino che molti di voi già siano impegnati nel ridurre gli sprechi e i consumi delle proprie famiglie ma quanti invece non hanno idea di quanto il loro stile di vita necessiti di grandi quantità di energia? Quanti spengono il riscaldamento o si premurano di ridurre gli imballaggi, quanti limitano gli spostamenti in auto e quanti il consumo di materie plastiche? Quanti cercano il più possibile di acquistare a km zero e di mangiare meno derivati animali?

Spero sempre più persone perché, altrimenti, condividere un’immagine su facebook o votare ai referendum sarebbe solo un mero espediente per lavarsi la coscienza.

Ma torniamo agli effetti, o meglio, ai non-effetti del referendum.

Il referendum non impedisce di compiere nuove trivellazioni oltre le 12 miglia o di ricercare e sfruttare giacimenti sulla terraferma. Contrariamente a quello che sembra guardando molte delle immagini che circolano online, la vittoria del “si” non salverà i nostri mari dalla ricerca e dallo sfruttamento degli idrocarburi.

E’ da notare che uno degli aspetti più impattanti dell’industria estrattiva per l’ambiente marino riguarda, in realtà, l’utilizzo degli air-gun nella fase di ricerca degli idrocarburi che possono danneggiare gravemente la fauna marina, soprattutto i cetacei.

Il risultato del referendum non agisce sul via vai di petroliere che bazzicano i nostri mari, tantomeno sul nostro consumo di idrocarburi. Né aiuta la ricerca sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili.

Insomma, forse spegnerò gli entusiasmi ma sembra veramente poca roba, come si dice dalle mie parti. Lungi da me dare indicazioni di voto, semplicemente però confesso la mia delusione nell’aver approfondito l’entità del referendum, dal fermento che ho osservato online mi aspettavo che fosse più significativo.

Veniamo all’unico aspetto rimasto, almeno dal punto di vista ambientale, perché l’economia e il mondo del lavoro non sono di mia pertinenza.

I comitati No-Triv ritengono che il valore politico del referendum sia quello di dare un segnale agli organi di governo ad indirizzarsi verso un maggior utilizzo delle rinnovabili ed ad abbandonare lo sfruttamento degli idrocarburi.

Sarò disincantata ma credo sia illusorio sperare che serva a questo scopo, magari lo fosse perché, al netto del risultato, per i mari italiani non mi sembra cambi molto.

Non reagire è una reazione: siamo altrettanto responsabili di ciò che non facciamo. (Jonathan Safran Foer)

Serena Piccardi

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1 Commento
  1. […] infatti è il punto. E’ vero che per molti aspetti, soprattutto scientifici, come abbiamo visto, il referendum qualora avesse raggiunto il quorum e fosse passato non avrebbe stravolto la politica […]

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