Il ghetto ebraico di Roma, mura e strade che trasudano memorie

Il Portico di Ottavia, monumento simbolo dell’ex ghetto romano

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Con la sua presenza bimillenaria nella Città Eterna, la comunità ebraica vanta dei gradi di “romanità” di tutto rispetto. Suo è anche un altro primato, meno invidiabile: tramite bolla papale Cum nimis absurdum emanata nel 1555 da Paolo IV, si stabilì che tutti gli ebrei residenti in Roma fossero costretti a risiedere nella zona prospiciente l’isola Tiberina che si estendeva fino al teatro di Marcello. Il provvedimento così creò il secondo ghetto più antico al mondo, successivo solo a quello veneziano istituito quarant’anni prima. Non solo: oltre a dover indossare indumenti che li rendessero riconoscibili e sottostare al coprifuoco al tramonto (con tanto di chiusure delle porte di accesso al quartiere) gli ebrei romani non potevano possedere beni immobili ed era loro concesso solo il commercio di stracci e quello di robivecchi.

Queste disposizioni determinarono alcuni aspetti caratteristici del quartiere. Innanzi tutto, la conformazione delle abitazioni: non potendo estendere i confini del territorio assegnato, per ospitare tutti gli appartenenti della comunità si costruirono edifici di cinque o sei piani, che si mostrarono essere per molti anni un unicum nel panorama cittadino. Queste costruzioni (spesso fatiscenti perché nessuno, non potendo essere di proprietà, si occupava della loro conservazione) si susseguivano lungo vie molto anguste, spesso buie, che unite agli inevitabili miasmi causati dalle frequenti esondazioni del Tevere (sul quale si affacciavano direttamente molte palazzine) e dagli scarti del mercato del pesce che si teneva sotto il Portico di Ottavia, creavano un ambiente insalubre e poco ospitale.

Le condizioni dei suoi abitanti cambiarono con la designazione di Roma quale capitale del neonato Regno d’Italia. Un tale stato di degrado non poteva essere tollerato, in più si poneva con urgenza la ricerca di una soluzione convincente per risolvere l’annoso problema del contenere le acque del Tevere: la scelta di erigere muraglioni che arginassero il fiume determinò l’abbattimento di più di un terzo del ghetto, sostituito, nel 1885, dalla creazione di tre nuovi assi viari (via del Portico di Ottavia, via Catalana e via del Tempio) con annesse anonime palazzine in stile umbertino e la costruzione di una nuova, imponente sinagoga, che raccogliesse gli arredi e le memorie delle cinque “scole” sinagogali, divise per nazionalità, ospitate fino ad allora in un palazzetto demolito nel 1910.

Il Tempio Maggiore di Roma, progettato dagli architetti Armanni e Costa (1901-1904)

Il Tempio Maggiore di Roma, progettato dagli architetti Armanni e Costa (1901-1904)

Il Tempio, come viene chiamato dagli ebrei, è un edificio di dimensioni ragguardevoli, che oltre ad avere un significato religioso, rappresentava il riottenimento dei diritti civili della comunità. Per questo, fu richiesto fosse ben visibile dai vari punti panoramici della città, mentre per l’architettura si scelse di utilizzare nuove forme che lo distinguessero dagli edifici cattolici: ha pianta a croce greca, con una caratteristica cupola che poggia su un tamburo quadrato e suggestioni decorative che rimandano all’arte assiro-babilonese, per sottolineare le origini mediorientali del culto. In facciata, oltre alle iscrizioni in ebraico, sono presenti simboli quali la Menorah, le Tavole della Legge, i Lulav. L’interno è diviso in due piani: quello seminterrato ospita la cosiddetta sinagoga spagnola e il museo della comunità ebraica, ricco di cimeli. Al piano terra si trova la sinagoga grande, decorata da famosi esponenti del Liberty della capitale. Appena più in là, proprio all’inizio di Via del Tempio, in quegli stessi anni fu edificato il Villino Astengo, dal cognome dei prestigiosi committenti, uomini di legge ben inseriti anche in politica, cui fanno riferimento le quattro figurazioni allegoriche dipinte sulle mura del villino e incorniciate da motivi liberty: la Scienza, la Verità, la Giustizia e la Legge. Forse furono proprio queste immagini ad ispirare il regista Elio Petri, quale ironica e significativa ambientazione per il delitto perpetrato dal capo della sezione Omicidi, interpretato da un indimenticabile Gian Maria Volonté in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970).

Ma quella finora incontrata è la memoria recente di questo quartiere. Dov’è possibile cogliere quell’aria intrisa di storie secolari? Bisogna innanzi tutto spostarsi verso il Portico d’Ottavia, l’antichissimo passaggio edificato già in epoca repubblicana e reintitolato dall’imperatore Augusto alla sorella Ottavia, costituito da un recinto porticato con doppio ingresso entro il quale erano compresi i templi di Giunone Regina e Giove Statore e  che conservava numerose opere greche bottino della campagna contro i Macedoni.

Anche questo edificio, a causa di un sisma nel 442 d. C. che fece parzialmente cadere parte della struttura, fu spoliato e impiegato in epoca medievale, data la sua prossimità al fiume, come sede del mercato del pesce, esistente qui fino alla costruzione dei muraglioni.

Ricostruzione di come doveva apparire il Portico di Ottavia in età imperiale. All’estrema destra, in alto, si può riconoscere il teatro di Marcello.

Ricostruzione di come doveva apparire il Portico di Ottavia in età imperiale. All’estrema destra, in alto, si può riconoscere il teatro di Marcello.

La vicina Casa dei Vallati, di epoca tardomedievale, ospita una targa in cui si ricorda la data del rastrellamento della popolazione del ghetto, il 16 ottobre 1943, il terribile “sabato nero”. Di prima mattina, le truppe delle SS raccolsero qui più di mille ebrei per destinarli alla deportazione.

La storia dei giorni appena precedenti a questa fatidica data è ripercorsa dal film di Carlo Lizzani “L’oro di Roma” (1961). La struggente scena finale vede la giovane Giulia, ebrea che per amore decide di farsi battezzare, imbattersi nei concitati momenti del rastrellamento. Riconosciuti i suoi familiari tra le persone caricate su una camionetta, decide di consegnarsi spontaneamente per rispetto alla sua gente e di seguirne il tragico destino.

Passeggiando per i vicoli un’ulteriore, recente memoria degli avvenimenti della persecuzione razziale è costituita dall’inserimento nel manto stradale delle “pietre d’inciampo”, speciali sampietrini rivestiti con una targa d’ottone che riporta i dati anagrafici dei deportati, collocati davanti all’uscio delle abitazioni dalle quali sono stati strappati. Sono opera dell’artista tedesco Gunter Demnig, che porta tuttora avanti questo progetto in tutta Europa. Per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Pietre_d%27inciampo

“Pietra d’inciampo” in Via della Reginella (photo credits: Roma Slow Tour)

“Pietra d’inciampo” in Via della Reginella (photo credits: Roma Slow Tour)

Una volta percorsa Via della Reginella, esempio di come doveva presentarsi il tessuto urbano dell’antico ghetto, si arriva nella silenziosa e raccolta Piazza Mattei, il cui fulcro è costituito dalla bellissima Fontana delle Tartarughe, ideata da Giacomo Della Porta, il maestro delle fontane monumentali di Roma durante la fine del Cinquecento. Nella vasca di forma mistilinea, collocata sotto il piano stradale, si collocano quattro conchiglioni marmorei sui quali si alternano quattro efebi poggiando un piede su altrettanti delfini, realizzati in bronzo da Taddeo Landini. La grande vasca posta sopra le loro teste è impreziosita dalla presenza di quattro tartarughe bronzee che, in bilico, cercano di arrivare all’acqua grazie al sostegno dei fanciulli, ritenute opera di Bernini. Dopo numerosi furti, le tartarughe originali vennero tolte e conservate nei Musei Capitolini e sulla fontana ora sono presenti le loro copie.

Particolare della Fontana delle Tartarughe (1581-84, photo credits: Roma Slow Tour)

Particolare della Fontana delle Tartarughe (1581-84, photo credits: Roma Slow Tour)

Questo incantevole angolo della città è stato più volte impiegato nella cinematografia e nelle fiction televisive, tra le ultime per ospitare l’esecuzione del Freddo nella serie tv “Romanzo criminale”.

Ecco un decalogo, a cura della Roma Slow Tour, che raccoglie le maggiori pellicole che hanno ambientato intere storie o solo delle scene tra le strade e gli edifici di questa zona e che solo in parte ho citato:

http://www.romaslowtour.com/10-location-cinematografiche-dei-film-piu-famosi-girati-nel-ghetto/?lang=it

L’appuntamento nell’ex ghetto per una passeggiata con le ragazze di Roma Slow Tour è per il prossimo 10 aprile. Ma qui potere trovare le date delle loro iniziative fino alla fine di maggio:

http://www.romaslowtour.com/programma-slow-tour-aprile-maggio-2016/?lang=it

Per chi fosse interessato, ecco i riferimenti per visitare il Museo Ebraico di Roma:

http://lnx.museoebraico.roma.it/w/?page_id=31

Pamela D’Andrea 

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