Veloce come il vento – Matteo Rovere

“Se hai tutto sotto controllo, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce”. Con questa enigmatica frase, si apre il terzo film di Matteo Rovere, regista sceneggiatore che in passato non aveva mai particolarmente brillato. Dopo alcuni anni di silenzio, torna in pista con un film di genere, sostenuto da una corposa sceneggiatura e da un cast più che mai efficace.

Giulia, è una diciassettenne che vive in una cascina dell’Emilia Romagna, insieme al padre e al fratellino. Ciò che la differenzia dalle sue coetanee, è la passione per le auto da corsa, che la spinge quasi ogni giorno a gareggiare e a sfidare limiti e velocità. Dopo la morte improvvisa del genitore, la sua vita sarà sconvolta dall’arrivo di Loris, fratello tossico che vive in una roulotte di cui si erano perse le tracce anni prima. Il rapporto tra i tre fratelli, non sarà dei più semplici, ma sarà proprio grazie ai loro contrasti, misti a fragilità, che riusciranno a non mandare del tutto in rovina le loro sbandate esistenze.

Uno dei pregi del film è senza dubbio il ribaltamento dei ruoli, concetto quasi inesistente nel cinema italiano. L’ottima Matilda De Angelis, che dà corpo e anima alla sua Giulia, è una realtà che vorremmo vedere più spesso e che tiene testa ad uno Stefano Accorsi diretto discendente del Freccia, che interpretò per Luciano Ligabue circa vent’anni fa. Non era facile tenere in equilibro due personaggi così “tosti” e avvitati nelle loro complessità, senza che uno dei due prendesse il sopravvento sull’altro.

Eppure Rovere in questo riesce alla grande. Arginare il personaggio di Loris e non far straripare la sua malsana esuberanza, non era impresa da poco, ma Stefano Accorsi, regala una grande performance, a tratti comica, ma più spesso disperata, come il suo sguardo perso nel vuoto e il suo corpo emaciato, che non rinuncia a lottare e a tagliare le curve della sua esistenza. La sua disperata vitalità, ce lo fa in qualche modo amare, perché sappiamo bene che la sua estrema filosofia di vita contiene molte verità. E lo sa bene anche Giulia, che sulle prime lo insulta e lo respinge, ma che alla fine non può che cedere ad un sentimento controverso e irrisolto.

Anche se la storia, non approfondisce in modo più deciso le psicologie dei personaggi, il film mantiene un’ottima tenuta, grazie anche all’adrenalina sprigionata, durante le scene di gara, che lo accomunano non poco a certi film statunitensi, clienti abituali dei nostri schermi. Ma Rovere, è bravo a non privare la storia di un’anima tutta italiana. Ecco perché ci è apparso così bello ritrovare il dialetto inconfondibile e sanguigno di Stefano Accorsi, che regala alla sua interpretazione quella genuinità che aveva tralasciato nel corso della sua carriera. Un buon risultato, per questo regista, forse incompreso, che può iniziare proprio da qui a dimostrare un talento e un’idea di cinema insospettabili.

 Laura Pozzi

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