GLI ANNI ’80, L’INIZIO DELLA FINE

Come abbiamo fatto a diventare un Paese così superficiale ed individualista? È possibile che ognuno di noi si creda così speciale ed importante al punto da vivere costantemente in una sorta di esibizionismo collettivo? Senza generalizzare ovviamente, se si osserva il comportamento dei nostri connazionali, nelle strade, negli uffici, nelle case, non si possono non notare questi atteggiamenti.

L’editoriale di questo mese vuole recuperare un articolo che è stato pubblicato da Il Manifesto qualche anno fa (2010) e che riprendeva la relazione del prof. Pasquale Santomassimo al convegno «Società e stato, sfera del berlusconismo» svoltosi a Firenze, organizzato da Libertà e giustizia e dalla rivista storica Passato e presente.

Articolo che mi è capitato di leggere per caso negli scorsi giorni e che credo sia ancora molto attuale, nonostante alcuni soggetti non siano più direttamente in scena (Berlusconi), in quanto chiarisce bene alcuni passaggi vissuti dal nostro Paese, partendo dagli anni che più hanno contribuito a portarci fino a qui. Buona lettura.

«Come siamo arrivati a questo punto? Bisogna sì partire da lontano, ma senza esagerare, senza indulgere a rivangare considerazioni plurisecolari sul “carattere” degli italiani. È più utile cercare vicino, nel passato a noi più prossimo. La tesi di fondo è gli anni Ottanta sono alle origini dell’Italia attuale, della “costruzione degli italiani” di oggi. Certo si può anche dire che l’humus profondo del berlusconismo viene da più lontano, è forse ancora più atavico del fascismo stesso, ma si ha la sensazione che alcune caratteristiche specifiche dell’Italia di oggi decollino proprio in questi anni, senza che vengano percepite e comprese dagli stessi soggetti in campo.
Riprenderei la formulazione usata da Giulio Bollati, quasi a suggello di una lunghissima diatriba sul rapporto tra fascismo e prefascismo: «Nulla è nel fascismo quod prius non fuerit nella società, nella cultura, nella politica italiana, tranne il fascismo stesso». Cosa si voleva dire? Che erano già presenti nella situazione italiana tutti gli elementi che sarebbero confluiti nel fascismo, ma che era decisiva la nascita, appunto, di un catalizzatore che li aggregasse e li fondesse, in una situazione particolarissima. Non era, quindi, lo sbocco inevitabile di tutta la precedente storia italiana. Lo stesso discorso si può fare per il rapporto tra gli anni Ottanta e il berlusconismo, che fu nel decennio successivo l’ascesa – più che mai “resistibile”, da parte di avversari meno disarmati e insipienti – di una cultura diffusa, di un sistema di potere economico, politico e mediatico che avrebbero potuto essere contrastati e sconfitti. Gli anni Ottanta non vanno demonizzati, anzi bisogna confrontarsi con un decennio che probabilmente diverrà oggetto di celebrazione e di revival, di cui già si percepiscono le prime avvisaglie.
Quegli anni sono in fondo l’eterno presente in cui vivono o si illudono ancora di vivere gli italiani di oggi, sono gli anni in cui si è costruita la loro mentalità. Italiani che continuano a coltivare il rimpianto di quel decennio e lottano per la perpetuazione dello status acquisito allora nonostante il declino ormai ventennale che stiamo vivendo come paese.
Gli anni Ottanta ovviamente ci sono stati in tutto il mondo, con caratteri sostanzialmente simili sul piano politico e culturale. Hanno avuto effetti devastanti e duraturi in tutto l’Occidente, ma solo in Italia daranno luogo a un esito come quello che stiamo vivendo da molti anni: predominio di una destra populista e retriva, inabissamento della sinistra e sfarinamento del suo insediamento nel territorio.
Bisogna ricordare cosa furono quegli anni: senza dubbio anni di grande vitalità e di benessere diffuso che si traduceva in una vistosa esplosione dei consumi. Anni in cui si esprimeva il sollievo collettivo per la lenta uscita dagli anni del terrorismo. In cui sembrava prevalere, in contrasto con il decennio precedente, il trionfo del “privato”. Già nella seconda metà degli anni Settanta si parla di “riflusso”, si celebra l’elogio del disimpegno, i libri Adelphi scalzano i libri Einaudi nelle mode culturali. È un decennio che cerca la sua definizione in gran parte in contrasto con quello precedente. Gli anni Settanta erano stati tante cose, nel bene e nel male, che non è possibile qui rievocare. Ma si è persa a distanza la consapevolezza che quelli erano stati anche gli anni dell’eguaglianza, forse gli unici nella nostra storia. Quel decennio fu l’unico in cui la forbice tra le classi sociali si assottigliò sensibilmente nella storia repubblicana, per riprendere a crescere nel decennio successivo fino agli eccessi dell’ultimo quindicennio.
Individualismo è sicuramente una delle parole-chiavi del decennio. Già alla fine degli anni Settanta, nella particolare “modernità” italiana, vengono definendosi «modelli acquisitivi individuali» – di cui parlerà ampiamente il Censis nelle sue analisi degli anni Ottanta – che implicano «difesa dallo Stato» e «rifiuto dello Stato», che si innestano su una lunga tradizione e propensione, dando vita però a una forma di società che è nuova nella sua ideologia e nelle sue culture diffuse.
Anni di riscossa proprietaria, inaugurati dalla sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, dalla marcia dei quarantamila (erano la metà, ma rimane questa cifra nella memoria) capi e quadri Fiat per le strade di Torino. Ci sarà progressivamente, come è stato notato, la cancellazione delle tute blu dall’immaginario diffuso degli italiani: non perché gli operai cessino di esistere, ma perché si conviene di non parlarne più. La borghesia in tutte le sue forme diviene realmente la vera classe universale. Sembra decollare una finanza popolare: molti italiani prendono a investire in Borsa, a seguire quotidianamente i listini, a scorrere ansiosamente il Televideo per informarsi delle valutazioni dei loro titoli. L’investimento nei Bot e nei Cct a interessi elevatissimi diviene fenomeno di massa e per molte categorie anche destinazione remunerativa dell’evasione fiscale.
Sono anni dell’opulenza, del vivere molto al di sopra dei propri mezzi. Chi gira in Europa in quegli anni nota subito – mettendo a confronto ciò che vede – l’esibizione da parte degli italiani di un tenore di vita che è anche ostentazione di un lusso sopra le righe. Ricchezza privata e povertà pubblica, di mezzi, di infrastrutture, di servizi e di decoro: si afferma stabilmente nell’opinione pubblica europea l’immagine dell’Italia come di «un paese povero abitato da ricchi».
Sappiamo oggi – in realtà lo si sapeva anche allora, ma si fingeva di non saperlo – che quella ricchezza si fondava su basi effimere: svalutazione competitiva della lira per trainare l’esportazione, enorme incremento del debito pubblico.
Si afferma un individualismo proprietario, che è trionfo di ceti emergenti o rampanti, frutto della enorme redistribuzione di ricchezza indotta dalla lunga svalutazione gestita dai governi del pentapartito.
Ci sono fenomeni che vengono da lontano ma si ingigantiscono in maniera abnorme. Il doppio regime fiscale, per lavoratori dipendenti e autonomi è sempre stato caratteristico del paese, ma qui abbiamo attraverso la redistribuzione del reddito l’avvio di una spoliazione del lavoro dipendente che procede costante fino ai nostri giorni, mentre si afferma una altrettanto abnorme diffusione del lavoro autonomo in tutte le sue forme che non ha paragoni in Europa.
Un timido tentativo operato dal ministro Visentini nel 1984 di introdurre lo scontrino fiscale verrà vissuto da molte categorie come un sopruso.
Ci sono aree del paese, come il mitico Nord-Est, che conoscono una ricchezza improvvisa, e da cui muoverà quel paradosso culturale dell’Italia degli ultimi trent’anni che vuole più indignate contro le tasse proprio le categorie che più evadono il fisco.
L’economia sommersa, ignota alla fiscalità, viene vantata come risorsa di un paese in cui “la nave va” (l’uso del termine «sommerso» da parte di Craxi in una conferenza stampa a New York produrrà singolari equivoci presso la stampa americana, che ricondurrà l’economia underground alla mafia).
Sono gli anni del trionfo del liberismo in tutto l’Occidente, in cui la formula meno Stato più mercato diviene un mantra per tutti i politici e gli opinionisti in ascesa. Con alcune novità: per la prima volta il liberismo diviene ideologia di massa, popolare e populista. Ma soprattutto non ci troviamo di fronte alla consueta oscillazione del pendolo tra Stato e mercato che si è sempre verificata negli ultimi due secoli. Il liberismo che trionfa in questi anni è una ideologia intimamente totalitaria, che non postula né consente dubbi o alternative possibili, che si presenta come un dato di natura con la stessa ferrea necessità di una legge scientifica. Sono i presupposti di quello che diverrà il cosiddetto pensiero unico dopo il 1989, e che verrà lentamente introiettato anche dalle sue vittime. Questo trionfo si verifica in anni decisivi, che ipotecano il futuro. La costruzione europea avverrà sulla base di questi principi. I parametri di Maastricht, giustamente definiti «stupidi» nella loro rigidità da Romano Prodi negli anni a venire, verranno assunti non solo come vincolo empirico, ma anche come dogma indefettibile (e ancora oggi, contraddicendo le lezioni di un secolo e mezzo di crisi economiche, il primato del contenimento della spesa su quello degli investimenti spinge al lento suicidio l’economia europea).
Nell’immaginario collettivo si affermano parole chiave: modernità, modernizzazione, confusa ideologia che è il vero porto delle nebbie cui approda una generazione di marxisti pentiti. Successo è un’altra parola chiave del decennio, assieme a professionalità, tanto più evocata quanto più difetta. «Le parole sono importanti» diceva Nanni Moretti alla fine del decennio in Palombella rossa, dopo avere schiaffeggiato la giornalista che dava la stura ai più vieti luoghi comuni del linguaggio d’epoca. Arrogance, Égoïste sono alcune delle pubblicità più invadenti del decennio, impensabili dieci anni prima.
Naturalmente in tutto questo incide moltissimo la televisione. «Pertini non avrebbe firmato» si legge spesso nei cartelli dei manifestanti davanti al Quirinale in prossimità di promulgazioni di leggi o decreti controversi. Purtroppo Pertini firmò il decreto più incredibile nella storia repubblicana, il cosiddetto Decreto Salvapuffi disposto con urgenza da Bettino Craxi il 20 ottobre 1984, che riaccendeva le televisioni di Berlusconi spente da un pretore e sanciva di fatto l’esistenza di un monopolio nazionale nella televisione privata.
È solo in parte una “nuova” televisione. In realtà è anche un recupero della “vecchia” televisione familiare, con i suoi Mike Bongiorno, i suoi Corrado e le sue Raffaella Carrà, proprio nel momento in cui la Rai stava innovando il suo linguaggio e le sue tematiche. La concorrenza al ribasso spegnerà sul nascere questa fase di autonomia e creatività. Già nel 1985, solo cinque anni dopo l’avvio dell’avventura di Canale 5, Federico Fellini filma Ginger e Fred, con al centro la volgarità e l’invadenza del cavalier Fulvio Lombardoni nelle vite degli italiani. Il film non avrà successo, e dopo pochi anni verrà trasmesso da Rete4, massacrato dagli spot televisivi che aveva voluto denunciare».

 

Filippo Piccini

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