Caravaggio ritrovato, tesoro inaspettato. Ma sarà davvero così?

L’esperto Eric Turquin presenta in conferenza stampa il presunto Caravaggio ritrovato (photo credits: la Repubblica.it)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. Un nuovo Caravaggio da ammirare, riemerso in circostanze fortuite in un’abitazione di Tolosa, nel sud della Francia. La notizia, diffusa a livello mondiale il 12 aprile scorso, ha destato un immediato clamore e un acceso dibattito tra gli esperti del grande maestro lombardo. Il ritrovamento in realtà è avvenuto due anni fa, quando i proprietari di un’abitazione bicentenaria furono costretti a fare degli interventi di riparazione nel sottotetto a causa di una perdita alle condutture. E qui, in un’intercapedine, è stata estratta la suddetta tela, tra l’altro in un stato conservativo molto buono.

Il tono drammatico in cui era condotto il racconto della Giuditta e Oloferne e la teatralità della messa in scena nella composizione fecero pensare ad un inaspettato quanto insperato capolavoro perduto di Caravaggio, tanto da consegnarlo per una valutazione alla società d’expertise di Eric Turquin a Parigi. Che, tenuta prudentemente nascosta la notizia del rinvenimento dell’opera e dopo aver effettuato alcune verifiche, ha deciso di pronunciarsi per un netto ed entusiasta riconoscimento della mano del maestro lombardo.

Il ministero della Cultura francese, su consiglio del Louvre che sarebbe interessato ad acquisirlo nelle sue collezioni, ha preventivamente dato il divieto d’uscita dal territorio dell’opera per i prossimi trenta mesi e l’ha inserita nella lista dei “Tesori nazionali”. Questo tempo sarà utilizzato per ulteriori indagini organizzate proprio dal comitato scientifico del grande museo e per permettergli di raccogliere la considerevole cifra della sua stima, circa centoventi milioni di euro, per la quale avrà bisogno anche del sostegno di mecenati privati. Trascorso questo termine senza una proposta d’acquisto, l’opera potrà essere venduta al miglior offerente.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio (attribuito), Giuditta e Oloferne (1606-07, olio su tela, 144x173,5 cm)

Michelangelo Merisi detto Caravaggio (attribuito), Giuditta e Oloferne (1606-07, olio su tela, 144×173,5 cm)

Cosa ha portato Eric Turquin a pronunciarsi così chiaramente sull’attribuzione? Non guasta, dopo aver raccontato la vicenda, contestualizzare alcuni aspetti per seguire meglio gli schieramenti degli studiosi, tra chi si trova d’accordo e chi invece ne contesta l’autografia.

Partiamo dal soggetto: Caravaggio (1571-1610) aveva già eseguito nel 1599 per il banchiere Ottavio Costa una bellissima e innovativa rappresentazione del racconto biblico dell’uccisione del generale assiro Oloferne per mano della avvenente vedova ebrea Giuditta, presentatasi a lui come traditrice del suo popolo per poter entrare nelle sue grazie, ma col segreto proposito di eliminarlo dopo averlo fatto ubriacare.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Giuditta e Oloferne (1599, olio su tela, 145x195 cm, Roma, Galleria nazionale di arte antica Palazzo Barberini)

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Giuditta e Oloferne (1599, olio su tela, 145×195 cm, Roma, Galleria nazionale di arte antica Palazzo Barberini)

La scena rappresenta l’acme drammatico dell’episodio: Giuditta, con un colpo deciso si accinge a staccare la testa di Oloferne, ancora non perfettamente conscio di chi lo sta uccidendo. O forse, nell’attimo in cui lo realizza, resta incredulo. Lo sguardo dell’uomo è vitreo e il suo urlo è muto, con gli ultimi spasimi cerca di voltare il suo corpo per fronteggiare Giuditta. Ma la donna afferra saldamente i suoi capelli con una mano, mentre con l’altra procede alla decollazione con la daga del generale. Pone fra sé e l’uomo una distanza che suggerisce repulsione verso l’uomo che voleva assoggettare il suo popolo e verso il gesto risolutivo che si è proposta di compiere per salvare la sua gente, lo sguardo è fisso e l’espressione è assolutamente concentrata. Indossa vesti bianche che contribuiscono ad indicare gli alti valori morali incarnati da questa figura. Accanto a lei l’anziana serva, pronta a tenderle il sacco in cui dovranno deporre la testa. La sua espressione arcigna, che risente degli studi di fisiognomica desunti da Leonardo, serviva a rinforzare la purezza dell’eroina, anche se colta in un gesto tremendo.

I protagonisti della tela di Tolosa sono gli stessi, così come simile sembra l’ambientazione, caratterizzata dal letto panneggiato con un lenzuolo bianco e dal drappo rosso della tenda. Nella Giuditta, anche qui abbigliata con vesti contemporanee, si è voluta riconoscere la stessa modella che posò per la prima versione, la cortigiana Fillide Melandroni. Ma oltre il colore delle vesti, qui nere forse per ricordare il lutto della vedova, ciò che più colpisce è che il volto di Giuditta sia rivolto allo spettatore, il gesto sospeso come da un repentino pensiero, mentre la serva, sempre molto rugosa e con un gran gozzo sul collo, sembra richiamarla al concludere il taglio della testa. Oloferne qui è rappresentato in una smorfia di dolore più accentuata, i suoi movimenti più plateali.

Questa raffigurazione, prima della scoperta della tela francese, già si conosceva tramite un quadro dipinto nel 1607 da un artista fiammingo, Louis Finson, (contemporaneo di Caravaggio, suo collezionista ed emulo), conservato nel Palazzo Zevallos di Napoli.

Louis Finson, Giuditta decapita Oloferne (1607, olio su tela, 140x160 cm, Napoli, Palazzo Zevallos)

Louis Finson, Giuditta decapita Oloferne (1607, olio su tela, 140×160 cm, Napoli, Palazzo Zevallos)

Chiaramente, la sua qualità è modesta, e da tempo veniva considerata una copia eseguita sulla base di un originale del maestro che era andato disperso. E che Turquin riconosce nel quadro di Tolosa, innegabilmente di miglior fattura. Per avvalorare la propria tesi punta l’attenzione sul taglio della luce, tipico di molte composizioni del Merisi, la tipologia dei personaggi che sembrano coerenti con altre rappresentazioni analoghe e ne ravvede la forte tensione drammatica. Con lui si schierano il professore Nicola Spinosa, ex direttore della galleria di Palazzo Zevallos e il restauratore Bruno Arciprete, quali esperti dell’arte di Caravaggio.

La tela, appurata la filiazione dell’opera di Finson, sarebbe arrivata in Francia tramite un ufficiale delle truppe napoleoniche che, eseguito il saccheggio delle opere di maggior pregio durante le campagne italiane, decise di trattenere per sé quest’opera, nascondendola nel sottotetto della sua abitazione per paura che gliela requisissero. Così, duecento anni dopo, i suoi discendenti si sono imbattuti in un inaspettato tesoro.

Ma c’è un mistero nel mistero. In occasione della conferenza stampa del 12 aprile un altro grande studioso francese di Caravaggio, Mickaël Zsanto, ha fatto presente che, in base ad alcuni documenti consultati negli archivi comunali di Tolosa, è verificata la presenza di Finson nella città nel 1615 nel periodo in cui, in collaborazione con il mercante suo conterraneo Peter de Bruye, organizzavano in varie città delle aste-lotterie, durante le quali venivano assegnate opere d’arte. A Tolosa risulta essere stata estratta un’opera di Caravaggio, ma il soggetto non coincide: si parla di un “Davide e Golia”. C’è quindi un ulteriore capolavoro perduto da rintracciare in Francia? E forse, questo presunto Caravaggio è in Francia da più tempo di quello finora ipotizzato. Qui l’articolo originale: http://www.lefigaro.fr/arts-expositions/2016/04/12/

Il fronte del disconoscimento o del più cauto scetticismo è capeggiato da quella che è considerata la più grande esperta del Merisi, Mina Gregori, l’ultima allieva ancora in vita del grande storico dell’arte Roberto Longhi al quale dobbiamo la riscoperta dell’arte di Caravaggio dopo secoli di oblio. Pur riconoscendo una pittura di qualità, non ravvisa i tratti distintivi del maestro. Come lei la pensa anche un’esperta restauratrice di Caravaggio, Valeria Merlini, che ritiene il secondo soggiorno napoletano dell’artista troppo breve per aver potuto eseguire tutte le opere che gli vengono attribuite. E sul piano stilistico, si sono pronunciati senza troppi peli sulla lingua sia Tomaso Montanari, (http://articolo9.blogautore.repubblica.it/2016/04/12/la-madre-dei-caravaggio-e-sempre-incinta/) che Jonathan Jones di The Guardian, secondo il quale manca l’intensità psicologica che caratterizza i personaggi raffigurati dal pittore, mentre si colgono dei dettagli “sbagliati”, come le mani brune (intese come sporche) di Oloferne, quando, per il ruolo militare che ricopriva, non avrebbe dovuto averle. Il suo intervento si può leggere qui:

http://www.theguardian.com/artanddesign/jonathanjonesblog/

In attesa degli accertamenti che verranno effettuati nei prossimi mesi, mi sento di abbracciare un tiepido entusiasmo, volto al ritrovamento di un’opera di buona fattura, ma non attribuibile direttamente al Caravaggio, forse, piuttosto, ascrivibile ad un suo stretto seguace. Quello che invece vorrei si evitasse è il classico caso per il quale sia il mercato dell’arte e gli interessi che ci sono dietro a determinare il riconoscimento e l’importanza di un’opera d’arte. Ma sembra che la strada sia stata già imboccata.

Pamela D’Andrea

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1 Commento
  1. […] C’è da dire che non tutte le opere confiscate furono esposte a Parigi, ma furono anche ospitate in cittadine più piccole o trattenute come personale bottino di guerra da alcuni militari (come si pensa sia accaduto con il presunto Caravaggio rinvenuto a Tolosa. […]

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