ELEZIONI ROMA, LA VERA SFIDA È TRA MARCHINI E RAGGI

Ad un mese dalle elezioni amministrative di Roma, credo che valga la pena fare il punto della situazione sugli attuali candidati sindaco e su chi potrebbe diventare il prossimo amministratore della Capitale.

I principali nomi (escludendo i minori, come il presidente del Codacons Rienzi, o gli estremisti di destra Di Stefano e Iorio per Casapound e Forza Nuova) sono Virginia Raggi per il M5S, Roberto Giachetti per il PD, Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia-Lega, Stefano Fassina per Sinistra Italiana ed Alfio Marchini per il movimento civico da lui stesso fondato.

Ora, la prima domanda da porsi per capire qualcosa di più sulle attuali elezioni è perché ci sono delle elezioni.

Ignazio Marino, eletto nel 2013, ha visto cadere la sua giunta dopo che, mollato politicamente dallo stesso Renzi, ha incassato, a seguito di una serie di scandali più o meno pilotati, la sfiducia della sua maggioranza ed è stato costretto a dimettersi nello scorso novembre per essere sostituito dallo “sceriffo” Tronca, attualmente in carica come commissario prefettizio. Lo scandalo principale che ha attanagliato Roma nel’ultimo periodo e che ha sconquassato il sistema che si era venuto negli anni a costituire è stato senza dubbio Mafia Capitale, come avevo già scritto in questo articolo, che ha visto coinvolti (checché se ne dica) in una quasi eguale misura sia la Sinistra che la Destra capitoline. Panda rossa parcheggiata in divieto di sosta, rimborsi spese extra con la carta di credito del Comune, inviti non riconosciuti dal Papa e quant’altro, hanno fatto poi il resto. Di fatto, Marino non rappresentava più la città di Roma perché non era più espressione della maggioranza dei delegati che i romani avevano portato in Campidoglio, e per questo è “andato a casa”.

Allo stato attuale abbiamo, quindi, gli ultimi quindici anni di Roma amministrati da due giunte e mezzo di centro-sinistra e una di centro-destra. L’epilogo è stato disastroso. È evidente che il “sistema Roma” ha retto bene fino ad un certo periodo e che si è inceppato nell’ultima decade; ma ciò che non si può tralasciare è che la maggior parte dei candidati che si presentano oggi sono la continuazione diretta di quelle amministrazioni che ci hanno portato fino a qui.

Non si può negare che Giachetti, ex-fedelissimo di Rutelli, faccia parte di quell’attuale PD romano che, non a caso, è ancora commissariato a causa degli scandali seguiti a Mafia Capitale; né che Giorgia Meloni, nonostante le ultime dovute prese di distanza, sia stata una compagna strettissima di partito dell’ex sindaco Alemanno e che, qualora diventasse anche lei primo cittadino rappresenterebbe una continuazione di quell’amministrazione, a cominciare dalle persone alle quali potrebbe affidare i ruoli chiave della città. Il discorso per Stefano Fassina è molto simile a quello che si può fare per Giachetti, dato che SEL è stata nella giunta Marino e che anche essa è stata, in qualche modo, coinvolta nello scandalo capitolino, essendo emersa una “disponibilità” dell’allora vicesindaco Luigi Nieri nei confronti dell’ex ras delle cooperative rosse Salvatore Buzzi.

Roma è grande, ma è inevitabile che l’influenza degli ex-partito non possa essere poi così diversa da quella presente fino a non molti mesi fa.

Considerando questi elementi e considerando, per ovvi motivi, il voto ai candidati dei partiti più piccoli come non utile ai fini dell’elezione del sindaco, non si può non ritenere che la vera sfida sia tra gli esponenti di quegli schieramenti che fino ad ora non hanno mai governato a Roma, Virginia Raggi ed Alfio Marchini.

Escludendo le valutazioni di merito su ciò che i sindaci grillini hanno fatto finora nelle città in cui sono stati eletti (Parma, Livorno, Pomezia e altri Comuni minori), ed i dubbi su se sia più una risorsa o più una condanna la recente “scommessa” dell’ex-cavaliere sul candidato civico, non mi sento di dare indicazioni di voto, ma di considerare prima di tutto esperienza, provenienza e capacità per poter poi giudicare al meglio.

La città di Roma non si può non considerare un caso a sé rispetto agli scenari di politica nazionale e in questo modo deve essere trattata. È evidente come, a fronte di quanto accaduto con i recenti fatti di cronaca, non si debba votare lo stesso partito che si voterebbe in un’altra occasione elettorale. Anni di potere incrociato hanno contribuito a creare un groviglio di affari (e malaffari) che soltanto rimuovendo i gestori di questo sistema e facendo sì che subentrino persone fino ad ora tenute fuori dai giochi si può pensare di intaccare. Mafia Capitale è stato uno degli scandali più eclatanti degli ultimi anni in Italia, serve un voto che, per novità, sia in grado di stupire allo stesso modo.

Filippo Piccini

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