SENSAZIONALISMO COSTITUZIONALE

Ammetto che in questi giorni sono accaduti molti fatti che meriterebbero una riflessione, a cominciare dal decesso del pilastro storico della politica italiana Marco Pannella, fino alla vittoria risicata del verde Van der Bellen in Austria sulla destra populista e xenofoba che avanza in tutta Europa e non solo (si vedano gli ultimi sondaggi su Donald Trump).

Nonostante ciò, la cosa che più mi ha colpito è stato il clamore suscitato dall’ormai noto intervento di un ragazzo catanese, Alessio Grancagnolo, all’incontro del Ministro Boschi con gli studenti dell’Università di Catania degli scorsi giorni. Clamore scaturito, principalmente, dal fatto che il rettore dell’ateneo ha tolto la parola allo studente, rappresentando questo gesto una sorta di mancanza di democrazia per chissà quale verità si stesse dicendo o si volesse nascondere.

Premetto che, secondo me, molte persone che hanno preso a modello questo ragazzo e ne hanno fatto propria la contestazione non hanno ascoltato fino in fondo quanto ha detto o, per lo meno, non lo hanno poi del tutto capito; c’è da sottolineare come già prima che il ragazzo iniziasse a parlare il rettore si fosse raccomandato affinché il suo intervento fosse breve, per poi chiedergli ben cinque volte di concluderlo prima di togliergli, inevitabilmente, la parola. Lo studente ha esordito con una sorta di disquisizione sui dubbi che aveva avuto in merito al suo stesso intervento, se farlo di una certa lunghezza, tagliare alcune parti oppure no, e sugli appellativi che avrebbe ricevuto per la sua contrarietà alla riforma costituzionale. Tutto questo prima di cominciare a parlare, giusto il tempo di porre per l’appunto una sua domanda.

Le questioni “di merito” e “di metodo” toccate nel resto del discorso sono un insieme di retorica e demagogia. Partono dalla contestazione della presentazione della riforma come disegno di legge, passano per un’accusa di cambiare la nostra democrazia parlamentare in una “democrazia d’investitura” (?), toccano il tema di come gli eletti del Senato non siano legittimati a ricoprire un ruolo nazionale in quanto nominati localmente, finendo con il complotto finanziario internazionale richiamato dal rapporto della JP Morgan sui fattori di ostacolo alla crescita nei Paesi del sud Europa, tra cui appunto l’Italia, rappresentato dalle Costituzioni di stampo sociale.

Chissà se per questo ragazzo, che ieri era ospite in una trasmissione di LA7, si aprirà ora una brillante carriera così come, facendo un parallelismo trasversale, accadde alla governatrice ed ex deputata Debora Serracchiani quando, dopo l’intervento all’assemblea dei circoli PD del marzo 2009, cominciò il suo iter politico personale nel partito. Glielo auguro.

Se si può pensare che le mie impressioni sono state queste perché sono uno dei sostenitori del SI al referendum, ci si sbaglia. Al netto di ogni sensazionalismo e superficialità in merito, nonché retorica sull’attività censoria delle istituzioni (in questo caso del rettore), credo che la domanda da fare al Ministro Boschi sarebbe potuta essere soltanto una: con questa riforma c’è un calo, anche lieve, di democrazia e rappresentatività? Se la risposta fosse stata affermativa, ecco una motivazione sufficiente per andare a votare NO. Fine della storia. È evidente che una possibile deriva autoritaria difficilmente potrà essere incarnata dal Partito di maggioranza attualmente al governo, che è lo stesso che ha ideato la riforma, ma è chiaro qualora un giorno dovesse vincere le elezioni un partito, ad esempio, di estrema destra, xenofobo o semplicemente populista, non si potrà dire la stessa cosa.

Come scritto già nelle scorse settimane, credo che l’appuntamento referendario di ottobre rappresenterà la fine dell’esperienza del governo Renzi, perché i numeri non ci sono e verranno ancor più messi in discussione dall’attacco incrociato di tutte le opposizioni e delle minoranze interne al PD. Sicuramente se ciò dovesse accadere seguirà un periodo di caos istituzionale che non farà per nulla bene al Paese dato che riemergerà una situazione di ingovernabilità dalle elezioni che seguirebbero.

Detto ciò, l’invito è sempre quello di andare oltre e non fermarsi ai sensazionalismi e di non accontentarsi delle soluzioni “meno peggio”. Riflettendo su ciò che ci ha portato fin qui si può osservare che è stato proprio un caos istituzionale, quello che è seguito alla caduta del governo Berlusconi, ultimo esecutivo eletto direttamente dagli italiani, nel novembre 2011. Si è passati per Monti, Letta e adesso Renzi. Tutti nominati dal Presidente della Repubblica, al tempo Giorgio Napolitano. Chissà se il prossimo anno le cose non risulteranno diverse.

Filippo Piccini

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