Il diffamatore: il collega che nessuno dovrebbe avere. Parlare male di qualcuno costituisce reato.

Il reato di diffamazione viene commesso quando, chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione. (Ai sensi dell’art. 595 c.p.,), quando la persona offesa non è  presente o, almeno, che non è stato in grado di percepire l’offesa; in caso contrario sono integrabili, rispettivamente, il reato di ingiuria e il tentativo di ingiuria aggravata.

Si tratta di un reato comune posto a tutela dell’onore in senso oggettivo quale stima che il soggetto passivo riscuote presso i membri della comunità di riferimento.

Commette il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) chi offende l’onore o il decoro di una persona presente, ed è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516,46.

Commette invece il reato di diffamazione (art. 595 c.p.) chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa. In questo caso la pena è della reclusione fino ad un anno e della multa fino a € 1032,91.

Il danno deve essere provato con ogni mezzo a disposizione per poter essere risarcito: bisogna appunto dimostrare che in seguito ad un comportamento lesivo della reputazione il soggetto in questione ha subito una perdita patrimoniale.

Ad esempio, questo può accadere nel caso in cui ad un dipendente venga negato il livello superiore di mansione, oppure quando, a causa di una falsa valutazione di un superiore o di un collega il soggetto non può ottenere un aumento di retribuzione.

Il reato di diffamazione si verifica quando un soggetto, nel comunicare con altre persone, offende la reputazione di un terzo assente.
Anche il semplice pettegolezzo, sia che riguardi fatti realmente accaduti che del tutto falsi, può far scattare il reato di diffamazione se è lesivo dell’altrui reputazione.

Il reato di diffamazione si riconosce quando:

  • un soggetto, comunicando con più persone
  • offende la reputazione di un terzo assente

Che tipo di comunicazione?

  • orale
  • scritta (sms, lettere, e mail, telefonate)
  • diretta ad almeno due persone, anche in tempi diversi, e che
  • le persone coinvolte percepiscono effettivamente il fatto offensivo.

Il pettegolezzo, sia che riguardi fatti veri che inventati, fa scattare la condanna per diffamazione se offende la reputazione altrui, cioè la considerazione che l’individuo ha nella propria famiglia, sul luogo di lavoro, in palestra, in città e, più in generale, in una comunità.

Affinché il reato si configuri è però necessario che le ripetute maldicenze

– abbiano ad oggetto gli stessi fatti

– e siano riportati a più di una persona, anche non contemporaneamente.

Per esempio: se una donna parla male di una propria collega riferendo due fatti diversi a due amiche diverse non commette diffamazione, perché si tratta di due comunicazioni differenti tra loro.

E’ necessario quindi che lo stesso argomento sia comunicato a più persone.

La Cassazione ha trattato più volte cause aventi ad oggetto pettegolezzi nei confronti di vicini di casa o di colleghi di lavoro.

I giudici hanno precisato che le dicerie negative sul conto di qualcuno possono ledere a tal punto l’onore e la reputazione da dover essere punite penalmente a titolo di diffamazione.

Il pettegolo non potrebbe giustificarsi sostenendo che la notizia divulgata sarebbe di interesse pubblico: non vi è alcuna utilità sociale nel sapere che il marito della vicina ha un’amante o che la collega indossa abiti succinti o che faccia la bella vita con i soldi dell’amante.

Spesso con il pettegolezzo vengono divulgate notizie inerenti la sfera più intima e personale dell’individuo, arrecando lesioni alle relazioni sociali, familiari e lavorative della vittima.

In questo caso, il pettegolezzo può costituire violazione della privacy perché ha ad oggetto dati sensibili che non possono essere divulgati senza il consenso dell’interessato.

Qualche anno fa, nel 2011,  la Cassazione ha condannato un uomo per aver comunicato al direttore di una banca che una dipendente aveva una relazione con un collega sposato.

L’imputato è stato condannato sia

  • per diffamazione per il malevolo pettegolezzo ( che si è diffuso velocemente sul posto di lavoro)
  • per violazione della privacy (perché aveva assunto un investigatore privato per acquisire i dati della donna e poi divulgarli)

Ma questo è un altro discorso, forse l’amante voleva essere lui…

e si sa quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba (Cit. detti popolari, i nonni insegnano).

http://www.studiocataldi.it/guide-diritto-penale/diffamazione.asp

http://www.iusetnorma.it/articoli_commenti/brevi_riflessioni_sui_reati_di_in

http://www.penal-lab.it/diffamazione-sul-posto-di-lavoro

Cass. sent. n. 44940/2011.

 

Sabrina Mattia

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