POPULISMO SOLO ANDATA

Si torna a parlare di Brexit, ebbene sì. La scorsa settimana preannunciavamo quanto importante fosse questo referendum, auspicando la vittoria del buon senso rispetto all’ipotesi dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Auspicio disatteso dal risultato del voto che ha visto un 54% dei britannici esprimersi in favore del “Leave”.

Uno dei “cigni neri” in grado di sconquassare l’economia globale si è realizzato e i suoi effetti concreti sono ancora tutti da testare e da verificare. Molto dipenderà da quanto i britannici riusciranno a trattare la fuoriuscita negoziando con Bruxelles le condizioni del “nuovo ordine”, ma la linea dura di questi giorni soprattutto della Germania a favore di un distacco netto e non consensuale, fa presagire che per i Paesi anglosassoni possano prospettarsi degli anni molto difficili.

Sicuramente, se fino a poco tempo fa il Centre for Economic and Business Research (Cebr) pronosticava che la Gran Bretagna entro il 2030 avrebbe superato la Germania in quanto locomotiva dell’Eurozona, le possibilità che a seguito della decisione espressa dal voto referendario questo pronostico venga rispettato sono inesistenti.

Si è parlato di “abuso di democrazia”. Viene da chiedersi se si può pensare che il progresso e il benessere di una società possano essere in alcune occasioni affidati ai mal di pancia del sentire comune. Non arriverei ad invocare il principio presente nella Repubblica di Platone, dove lo Stato ideale era concepito come ingrandimento dell’anima dell’uomo e a governare vi erano i “reggitori”, ovvero i saggi che dall’alto della loro sapienza erano in grado di decidere a vantaggio di tutti, perché sarebbe in discussione lo stesso concetto di democrazia. Diversamente, non credo che la massa, soprattutto se lasciata in balia di se stessa e dei propri problemi, sia in grado di scegliere sempre e in modo inequivocabile le soluzioni migliori.

Le recenti elezioni in Spagna, che hanno visto le forze anti-sistema perdere consenso a favore di quelle più tradizionaliste, come il Partito Popolare, fanno pensare che se un effetto c’è stato si è trattato più di uno shock che di una contaminazione. È chiaro che il dato è troppo prematuro e poco significativo per fare una previsione su quali effetti politici e sociali ci saranno per gli altri stati europei, ma il populismo, inteso per definizione come “l’esaltazione in modo demagogico e velleitario del popolo come depositario di valori totalmente positivi” (cit. Treccani) puó essere digerito soltanto provandolo realmente.

Facendo un paragone, mi viene in mente ciò che diceva Indro Montanelli parlando del berlusconismo, ovvero che l’unico modo per sconfiggerlo è sperimentarlo al pari di una malattia per divenirne poi immuni.

È di oggi un editoriale del Financial Times che individua nell’Italia e nel prossimo referendum di ottobre il possibile innesco di una fuoriuscita anche del nostro Paese dall’UE, in quanto alla crisi di governo potrebbero seguire delle forze populiste che già si sono espresse contro la permanenza nell’Euro e, seppur in modo non netto, nell’intera Comunità europea. Scenario già preventivato anche negli editoriali del nostro blog, a seguito delle cifre sull’ultimo referendum e delle elezioni amministrative.

L’unico problema è che, similmente a quanto successo alla Gran Bretagna, queste spinte anti-sistema portano inevitabilmente verso un isolazionismo fatto di odio, ignoranza e declino economico e morale, senza possibilità di un facile ritorno, a quanto pare, nel caso della Brexit, neanche con l’istituzione di un nuovo referendum.

 

Filippo Piccini

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