Slovacchia alla guida dell’Unione europea. L’agenda: non si cambia il Trattato di Dublino

Sarà una presidenza ricca di sorprese. Pragmatica, a suo modo, come quella degli olandesi uscenti e decisamente non in sintonia con l’europeismo classico dei Paesi fondatori. Aspettiamoci manovre di rottura nel nome del cambiamento, e non è un caso se Robert Fico – premier “socialista” della repubblica slovacca che da domani assume le redine semestrali dell’Unione europea – si compiaccia che il vertice a Ventisette sulla Brexit sia stato convocato a Bratislava per il 16 settembre. «Bruxelles tende ad avere una connotazione negativa di questi tempi», ha affermato in un incontro con la stampa internazionale svoltosi nella sede del governo. Meglio la città bagnata dal Danubio, dunque. Anche perché – nota – «non c’è futuro senza pieno coinvolgimento dei Paesi che entrati dopo il 2004, hanno un’esperienza unica quanto a trasformazioni».

L’agenda Fico  

L’agenda è pesante e insidiosa. Per Fico (pronuncia “Fizo”) dei punti sono irrinunciabili, anche se genereranno controversia. Boccia la riforma del Trattato di Dublino disegnata dalla Commissione e gradita all’Italia, perché alleggerirebbe l’onere di Paese di prima accoglienza; sostiene che «non c’è una maggioranza a sostenerla». Nei giorni scorsi ha dichiarato che i musulmani non devono stare nel Paese e il suo ministro degli esteri Miroslav Laicak ha precisato che, «sì, bisogna ragionare sulla diversità, ma senza ascoltare le paure dei cittadini ci ritroveremo i fascisti al governo». I liberali dell’Europarlamento stanno raccogliendo firme di aperta condanna.

“Pieno ritorno a Schengen entro il 2016”

Il premier slovacco rilancia la volontà della Nuova Europa di essere al centro del campo ed esprime palese disapprovazione «per un’Unione governata da due o tre Paesi», chiaro riferimento all’asse franco-tedesco e a chi lo puntella, come l’Italia. Riconosce che ci sarà un gran dibattito nei prossimi mesi sul dossier “Migrazioni”. È qui che definisce il pieno ritorno a Schengen come «un dovere entro il 2016». Qui che si compiace per l’intesa sulla guardia costiera comune. Qui che esprime dissenso sul fondo europeo per fermare le migrazioni alla radici investendo in Africa. Qui che fa capire la contrarietà a un nuovo “Dublino”. Ce l’ha soprattutto con la sanzione da 250 mila euro per ogni rifugiato non accolto nell’ambito del ricollocamento. «È un’idea irrazionale che osteggiamo da sempre», taglia corto. Il segretario di Stato agli Interni, Denisa Sakova, ha annunciato un’imminente nuova proposta alternativa.

I nodi post-Brexit  

Fico promette di essere un buon mediatore, nonostante le sue idee. Teme che «il terremoto Brexit porterà altri terremoti», però concede che «non conviene nessuno distruggere tutto». Il suo ministro Lajcak confessa «che farebbe di tutto perché si tornasse indietro», quindi ricorda che «rispetta la volontà britannica e tocca a loro decidere sul proprio futuro». Il capo della diplomazia slovacca è, come tutti, colpito da voto degli isolani. Invita tuttavia a usare il buon senso e a non crede che l’inglese sarà bandito dall’Ue: «È la lingua più parlata del mondo». Ma le lingue hanno un valore simbolico. Il premier slovacco ha difatti preferito non usare l’inglese per colloquiare coi giornalisti. «Non abbiamo tante opportunità di parlare slovacco. Così oggi lo faccio», ha confessato. Il suo inglese è buono. Ovvio che voleva dare un segno.

fonte: LASTAMPA.it

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