Tutti vogliono qualcosa – Richard Linklater

Prendendo spunto da “Everybody wants some“, mitica hit anni ’80 dei Van Halen, il poliedrico regista Richard Linklater, ci regala come di consueto una storia alla ricerca del tempo perduto. Stavolta il suo acuto e malinconico sguardo, trova in Jake Bradford l’obiettivo ideale su cui posarsi e focalizzare la giusta attenzione.

Chiamato a far parte, in qualità di lanciatore della super trendy squadra di baseball Southeast Texas State University, Jake si appresta a vivere la nuova avventura che la vita gli ha preservato. Sulle note della celeberrima “My Sharona“, in compagnia dei suoi preziosi vinili, arriva un giovedì di fine agosto, in veste di matricola, nella nuova casa che dovrà dividere con altri compagni affamati di vita (e non solo) come lui. Mancano appena tre giorni al’inizio del nuovo anno scolastico e nel lasso di tempo di un weekend, avrà modo di assaporare il sapore incontaminato della libertà, quella vera, avulsa da obblighi e frontiere, che non tarderanno a manifestarsi nel corso della sua esistenza.

A Linklater, non interessa raccontare una storia, quanto riuscire a cogliere quell’attimo quasi sempre fuggente, per scolpirlo nel tempo e renderlo immortale. Chi conosce la sua filmografia, sa benissimo che la dimensione temporale (come quella musicale) è elemento imprescindibile, nelle sue storie. Fin dagli esordi, contrassegnati dal misconosciuto gioiello “La vita è sogno“, per proseguire con l’originale trilogia “Before Sunrise”, “Before Sunset”, “Before Midnight”, fino ad arrivare al progetto fiume di “Boyhood“, che ha visto luce dopo dodici anni di lavorazione, il regista americano ha creato una visione di cinema personale e indipendente, che pur non abbracciando i canoni del cinema autoriale (ma questo punto meriterebbe un maggior approfondimento), si è da subito distaccata dall’etichetta di teen movie.

Se è innegabile, la sua quasi ossessione per il mondo giovanile, che da sempre popola le sue pellicole, è altrettanto vero, che il perseguirne i passi in modo così preciso e puntuale, vede solo in Francois Truffaut ( con il suo alter ego Antoine Doinel) un illustre precedessore. “Tutti vogliono qualcosa”, appare la summa di tutti i film precedenti, quasi un antefatto, che ha trovato il suo momento d’espressione a parecchi anni di distanza, vivendo una sorta di rewind, che noi spettatori conosciamo già. Impossibile non intravedere nell’incontro tra Jake e Beverly, nei loro dialoghi fuori dal comune, i futuri, ma al tempo stesso passati Celine e Jesse, protagonisti della trilogia. Quello che interessa a Linklater, è azzerare il tempo, creare una continuità tra passato e futuro, per valorizzare al massimo il presente e coglierlo nel  suo inafferrabile zenit. Ecco perchè quest’opera appare fondamentale e non è un caso che trovi realizzazione soltanto adesso.

Catturare il presente nella finzione cinematografica è quasi impossibile, se non in presenza di film documentario, ma Linklater riesce nell’impresa, riproponendo una stagione della vita, che tutti abbiamo vissuto senza prestarle forse la giusta attenzione, per trovarci poi a fare i conti con qualche rimpianto di troppo. La bella e spavalda giovinezza di Jake e compagni, avvolge nella sua leggerezza e imprevedibilità e anche se a volte appare sciocca e superficiale è proprio attraverso di essa che questi giovani riescono a non farsi ingabbiare in nessuna convenzione o genere, sia che si tratti di musica o regole da rispettare.

In un’età dove tutto risulta facile, dove ogni cambiamento non è visto come minaccia, ma come motivo d’orgoglio, questi ragazzi ancora lontani dall’AIDS, dalla nuova tecnologia, da internet e dall’inutilità dei social network, sono una ventata d’aria fresca, destinata (come purtroppo sappiamo) a non durare, ma che sappiamo esserci stata. Ed è lecito pensare, che un giorno possa tornare, magari sotto altre vesti, ma con la stessa carica dirompente di questi giovani assonati, che si apprestano a vivere la loro prima noiosa lezione di college, lasciando a noi spettatori una sensazione strana e indefinibile, ma assolutamente vera e necessaria.

Laura Pozzi

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