Sulle sponsorizzazioni private per i restauri: l’arte vende la propria anima?

Un’immagine dell’allestimento organizzato per la cena celebrativa all’interno del Colosseo il 30 giugno scorso (photo credits: Tearose eventi)

Bentornati nella nostra rubrica d’arte. In questi giorni si stanno susseguendo foto e notizie riguardanti eventi esclusivi svolti in locations finora inimmaginabili, a coronamento di accordi avvenuti tra facoltosi privati spesso legati al mondo della moda (che conoscono bene il meccanismo del ritorno d’immagine in ambito commerciale) e lo Stato, interessando sia il MiBACT che le amministrazioni locali. A questi eventi, appena passati o in fieri, si è sviluppato un vivace dibattito sulla convenienza o meno del riconoscere in questi esempi il futuro scenario per successive iniziative richiedibili da parte di soggetti privati qualora aiutino lo Stato con donazioni finalizzate al recupero di monumenti del patrimonio artistico nazionale.

In merito al dibattito, si sono create prevedibilmente due macro fazioni: da una parte gli studiosi in materie storico-artistiche che guardano con sospetto al diffondersi di questa pratica e richiamano le istituzioni a rispettare la pubblicità e la fruibilità del patrimonio artistico così come è indicato dall’art. 9 della Costituzione, dall’altra uno schieramento più eterogeneo costituito perlopiù da cittadini comuni che non vedono nulla di male se lo sponsor privato, una volta pattuita ed elargita la cospicua somma destinata ad un restauro, negli  accordi ci infila anche la richiesta di svolgere un evento che permetterebbe di dare ulteriore lustro alla propria azienda legando a doppio filo il proprio nome a quello del bene “salvato”.

Per chi si fosse perso gli eventi cui mi riferisco, troviamo, in ordine cronologico, la cena che si è svolta il 30 giugno scorso all’interno del Colosseo per celebrare la conclusione della prima fase dei restauri compiuti sul monumento (che ha interessato la pulitura della facciata esterna) per mezzo della consistente donazione compiuta dal patron del marchio Tod’s, Diego Della Valle. Una cena per trecento ospiti (ovviamente VIP) in un Colosseo illuminato per l’occasione dal tricolore e con l’accompagnamento dell’orchestra dell’accademia Teatro alla Scala. È emerso, pochi giorni dopo l’evento, che per permettere la buona riuscita dell’evento, per tutto il pomeriggio  sia stato impedito a dei gruppi di visitatori, che avevano pagato anticipatamente tour all’interno del famoso monumento, la possibilità di accedere all’arena e al secondo e terzo ordine dove stavano allestendo il catering. Questa interdizione alla visita non comunicata ai tour operator porta inevitabilmente alla memoria il caso che coinvolse qualche mese fa proprio il Colosseo, ma in quel caso era stata un’assemblea sindacale regolarmente preannunciata a suscitare i malumori dei turisti e gli strali del Presidente del Consiglio e del Ministro Franceschini. In questa occasione invece, erano proprio loro tra gli invitati che potevano godere dell’insolito spettacolo e pare non abbiano considerato minimamente l’aspetto della indotta mancata fruibilità, troppo presi a celebrare il successo dell’iniziativa.

La sfilata condotta dalla maison Fendi usando come palcoscenico la Fontana di Trevi restaurata con la sua donazione

La sfilata condotta dalla maison Fendi usando come palcoscenico la Fontana di Trevi restaurata con la sua donazione (photo credits: artemagazine.it)

Il secondo evento riservato ad un ristretto numero di VIP ha interessato, sempre a Roma, la Fontana di Trevi: la maison d’alta moda Fendi, che ha finanziato le operazioni di ripulitura di una delle fontane più famose del mondo, ha chiesto e ottenuto di poter montare delle passerelle trasparenti per far sfilare le modelle e proporre la nuova collezione. Anche qui uno spettacolo di per sé anche suggestivo, ma per allestirlo si sono creati per tre giorni forti disagi ai visitatori, che non hanno potuto nemmeno tirare la tradizionale “monetina” per auspicare una nuova visita alla Città Eterna. Anche in questo caso, il messaggio che è stato fatto passare è che il gruppo Fendi, dopo aver pagato il restauro, era legittimato a richiedere un uso esclusivo del monumento per ambientare il proprio evento, le cui foto e riprese hanno fatto il giro del mondo. In fin dei conti, cosa sono tre giorni di interdizione alla visita quando il loro intervento è stato risolutivo per la restituzione di un’abbacinante spettacolo quale appare ora l’imbattersi nella Fontana di Trevi dopo il restauro?

E lo stesso tono sembra giustificare anche l’evento esclusivo che si sta svolgendo a Napoli, dove fervono i festeggiamenti per i trent’ anni di attività della maison Dolce&Gabbana. I due stilisti hanno individuato nelle caratteristiche strade di Spaccanapoli e in particolare lungo Via di San Gregorio Armeno (la rinomata via dei presepi partenopei) la passerella ideale lungo cui far sfilare modelli e invitati. Strade chiuse al traffico, attività bloccate nello svolgere regolarmente il loro commercio. Il malumore di coloro che da sempre frequentano quelle vie è cresciuto anche dalla dichiarazione del sindaco De Magistris che ha fatto sapere di aver concesso ad uso gratuito il suolo per la manifestazione. Ma per correttezza, vorrei far presente che il colosso della moda ha fatto una consistente donazione (complessivamente più di 100mila euro) per risarcire disagi e pagare servizi di sicurezza e pulizie legati all’evento.

Modelli di Dolce &Gabbana nelle vie dei Decumani a Napoli

Modelli di Dolce &Gabbana nelle vie dei Decumani a Napoli

Tutto a posto? Questi esempi possono essere visti come una possibilità di vivere in modo diverso le bellezze del nostro Paese in un reciproco scambio di visibilità tra sponsor e monumento sponsorizzato? A mio modesto parere questa è una strada estremamente insidiosa, perché foraggia l’idea che con i soldi si possa ottenere ciò che la Costituzione non permetterebbe, una prevaricazione del diritto che tutti noi abbiamo della pubblicità e della fruizione del bene comune. Se assistiamo da troppi anni a una gestione pubblica del patrimonio culturale che definire miope e superficiale è fargli un complimento, non significa che la soluzione da auspicare sia solo in direzione di mecenati che, forti dell’offrire un aiuto ad un ministero da troppo tempo alla canna del gas per quanto riguarda lo stanziamento dei fondi per interventi restaurativi, decidono condurre loro la trattativa, proponendo anche eventi collaterali che servono fondamentalmente a dare maggior visibilità alla propria impresa, non certo al monumento prestigioso che si è voluto “soccorrere”.

Un aspetto assolutamente non trascurabile, ma che purtroppo sfugge ai simpatizzanti delle sponsorizzazioni, è  il modo in cui vengono impiegati i fondi ottenuti, che spesso sono destinati a pagare imprese di lavori non del tutto qualificate nello svolgere un compito così delicato qual è, ad esempio, la pulitura di un monumento bimillenario come l’Anfiteatro Flavio. Di questo aspetto se ne occupa il Ministero, che sembra voglia fare la “cresta” sulla cifra stanziata con le migliori intenzioni dal privato. Il discorso si riassume in una considerazione fatta con buonsenso: una volta avuti a disposizione i preziosi soldi, ci si aspetterebbe che siano dei professionisti del campo, con il loro bagaglio di esperienze pratiche e teoriche a portare avanti il restauro. Invece, sempre più spesso, consorzi di restauratori, che vantano interventi di tutto rispetto su monumenti famosi vengono scavalcati nell’assegnazione degli appalti dalle OG2, imprese generali di edilizia, che per l’occasione reclutano restauratori a mostrare come si compie il lavoro conservativo, che però di fatto viene svolto da personale non qualificato. Questo determina spesso un cattivo modo di procedere che può danneggiare in maniera irreparabile il monumento, perché una scorretta percezione estetica (per il Colosseo riportare il travertino al suo antico biancore) non considera il necessario depositarsi della patina maturata nel tempo. Per intenderci, un restauratore sa fin dove deve spingersi nelle opere di pulitura, mentre non è garantito che lo sappia fare un operaio comune, anche se si accosta ad un lavoro così importante con l’auspicata deferenza. Qui trovate un’interessante intervista che apre gli occhi su questo aspetto:  http://ilmanifesto.info/il-restauro-che-uccide-il-colosseo/

Una panoramica degli scavi di Ercolano, rinati grazie all'aiuto del mecenate statunitense Packard

Una panoramica degli scavi di Ercolano, rinati grazie all’aiuto del mecenate statunitense Packard

In un mio precedente articolo in cui avevo fatto confluire molte riflessioni su come bisognerebbe approcciarsi ai beni culturali e quali aspetti considerare nella sua fruizione (qui: http://virgoletteblog.it/2015/09/26/appunti-darte-24) avevo già parlato di un esempio virtuoso di mecenatismo, che si è rivelato essere anche efficace, quello del magnate statunitense David W. Packard che ha “adottato” il sito archeologico di Ercolano e lo ha fatto letteralmente rinascere. In cambio, una targa commemorativa del restauro con il nome del suo benefattore (e sottolineo che Packard lascia che sia la Soprintendenza a stabilirne la grandezza) e la presenza del nome della fondazione da lui creata per gestire i soldi investiti nel restauro nelle pubblicazioni scientifiche dedicate ad Ercolano.

(http://www.panorama.it/cultura/arte-idee/beni-culturali-ercolano-pompei/)

Quindi esistono esempi che possono ispirare una miglior condotta e impiego di queste generose donazioni, dando anche la possibilità di non svendere l’immagine del patrimonio nostrano, tra l’altro senza intaccare minimamente la pubblicità e fruibilità dei cittadini riguardo quel bene. È un discorso assolutamente necessario, perché non venga meno il fondamentale principio di uguaglianza che sempre più spesso si porta a disattendere.

Pamela D’Andrea

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1 Commento
  1. […] di legare il proprio marchio a monumenti conosciuti a livello mondiale, (rimando a questo mio intervento)e facendo della cerimonia che sancisce la fine del restauro e la restituzione del monumento alla […]

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