Segreti di famiglia – Joachim Trier

Uno dei trailer più avvincenti della stagione, per un film dall’andamento altalenante, che regala momenti di rara intensità, grazie ad un cast stellare ed al talento del norvegese Joachim Trier, che realizza la sua terza opera, la prima in lingua inglese.

Tutta la vicenda ruota intorno alla figura di Isabelle Reed, fotografa di guerra, di fama mondiale, che ha perso la vita durante un incidente stradale, a pochi passi da casa. Isabelle Huppert, che presta volto e corpo all’inquieta protagonista, appare solo in flashback, perchè se è vero, che il centro catalizzatore è lei, la storia trova maggior spazio ed interesse a concentrare l’attenzione, sulle conseguenze che questa scomparsa comporta per chi resta: Gene e i due figli Jonah (il maggiore) e Conrad (il minore).

L’elaborazione del lutto, non è mai cosa facile da rappresentare, ma il regista sceglie una strada drammaturgica, insolita, ma efficace, che in ultima analisi, risulta la cosa migliore dell’opera. I punti di vista, che caratterizzano i personaggi, danno vita a tanti piccoli film nel film, che trovano sorprendentemente un loro equilibrio, senza prevaricare l’uno sull’altro. Così assistiamo al dolore di Gene, che affronta la perdita della moglie in modo “classico”, se così si può dire, lasciando spazio alla rassegnazione, mista a depressione, Jonah che cerca in ogni modo di razionalizzare, a spese dei propri sentimenti, costretti a rimanere implosi, per arrivare a Conrad, il personaggio più complesso della storia, che sceglie la strada della negazione, chiudendosi in una sorta di autismo verso l’esterno. E sarà proprio lui a subire le conseguenze più devastanti, come cita il titolo originale “Più forte di una bomba” quando verrà alla luce, che la morte di Isabelle, non è stata provocata da un incidente, ma molto probabilmente da suicidio.

Trier, per valorizzare al massimo lo stato d’animo dei suoi personaggi e per coinvolgere noi spettatori, in modo diverso dal solito, fa uso sapiente dei strumenti linguistici a sua disposizione. Ad ognuno di loro, corrisponde un diverso modo di narrare: Conrad, piccolo nerd in erba, è accompagnato da immagini pop e sembra vivere il più delle volte in una realtà virtuale, mentre a Gene, corrisponde una narrazione di tipo psicologico, introspettivo, quasi da film autoriale. Questo fa sì che lo svolgimento degli eventi, prenda una strada più dinamica e vista la materia trattata, non è cosa da poco. Senza dimenticare la figura di Isabelle, che pur rimanendo ai margini, rappresenta il personaggio più enigmatico e affascinante del film. I suoi scatti, nascondono molto più di quel che dicono, ed è proprio in quelle immagini, che sembra voler trovare rifugio, la sua anima inquieta.

Non esiste forse cosa più ambigua di una fotografia, sia per chi la realizza, che per chi la osserva. Basta togliere un dettaglio, perchè la foto racconti una storia diversa. La realtà di per sè non è mai oggettiva, e una fotografia, può aspirare solo a fissarne l’attimo, senza arrivare ad afferrarne il senso. Ed è proprio questo che rende l’opera di Trier particolarmente interessante, come se ci trovassimo di colpo, vicino ad un nuovo e novello Michelangelo Antonioni, che con “Blow up”, ha firmato in questo senso uno dei capolavori della storia del cinema.

Laura Pozzi

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