Verso i limiti planetari ed oltre: la recessione ecologica

Popolo della Terra questa non è un’esercitazione: siamo prossimi al superamento dei limiti di sopravvivenza del pianeta, preparatevi ad emigrare e a lasciarlo per sempre.” Parole da un film di fantascienza che speriamo di non sentire mai ma che, purtroppo, si avvicinano sempre di più alla reale situazione della nostra Terra.

Durante tutto l’Olocene, a partire da 11.700 anni fa, la specie umana ha prosperato notevolmente. La storia della nostra specie si concentra proprio qui; dalla scoperta della ruota a quella dell’agricoltura fino all’industrializzazione ed alla modernità. L’Olocene è un intervallo “estivo” concessoci da un pianeta solitamente più freddo ed è il più lungo periodo con un clima e un livello del mare globalmente stabili. Infatti, si può dire che fino a circa 100 anni fa, la Terra si trovava in una condizione di invidiabile stabilità.

Nel corso dell’ultimo secolo, però, alcuni dei parametri che hanno reso l’Olocene così ospitale sono cambiati, proprio a causa nostra.

Si parla di Antropocene per evidenziare l’incredibile aumento dell’influenza dell’uomo iniziato nel secolo scorso. La nuova situazione, però, potrebbe mettere a rischio la stessa umanità che l’ha causata, perché non sappiamo se saremo in grado di mantenere le nostre società in condizioni diverse da quelle che hanno caratterizzato il pianeta negli ultimi 12mila anni.

Nel 2009 i climatologi Johan Rockström dello Stockholm Resilience Centre e Will Steffen dell’Australian National University stabilirono i limiti planetari. Si tratta di limiti di sicurezza entro i quali è possibile continuare a sviluppare le attività antropiche. Si possono distinguere i seguenti 9 ambiti:

  • il cambiamento climatico,
  • l’acidificazione degli oceani,
  • la perdita di biodiversità,
  • la modificazione del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo,
  • l’utilizzo globale di acqua,
  • i cambiamenti nell’utilizzo del suolo,
  • la diffusione dell’ aerosol atmosferico,
  • la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera,
  • l’inquinamento da prodotti chimici antropogenici.

Limiti planetari

Nello stesso anno, i climatologi stabilirono che ben tre limiti planetari erano già stati superati: troppe emissioni di anidride carbonica, troppo azoto sottratto all’atmosfera e perdita progressiva di biodiversità.

L’anno scorso uno studio pubblicato su Science ha annunciato che, grazie soprattutto alla deforestazione, ne abbiamo oltrepassato un altro: quello relativo allo sfruttamento del suolo. Preoccupano anche molto il livello di acidificazione degli oceani e il tasso annuo di consumo di acqua dolce.

Inutile sottolineare come tutti questi fattori siano strettamente collegati: la deforestazione, l’acidificazione e i cambiamenti climatici comportano perdita di biodiversità. Nel 58% della superficie terrestre il declino della biodiversità ha raggiunto livelli tali da compromettere la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane. Parola di uno studio recentemente pubblicato sempre su Science, che ha analizzato i dati di centinaia di ricercatori di tutto il mondo permettendo di stimare come sia cambiato il livello di biodiversità in funzione degli interventi umani.

perdita di biodiversità

Le percentuali rappresentano quello che rimane delle popolazioni delle specie indigene in riferimento alle popolazioni originarie. Più info qui.

Com’è intuibile, i maggiori cambiamenti sono avvenuti nelle zone più densamente popolate, il che può avere serie ripercussioni dal punto di vista della qualità della vita degli abitanti. I benefici forniti dagli ecosistemi al genere umano, infatti, sono stati stimati globalmente in decine di migliaia di miliardi di dollari.

Gli insediamenti umani, la deforestazione e le vie di comunicazione sono, evidentemente, causa diretta di perdita di habitat per moltissime specie selvatiche. Si sa che il patrimonio in termini di biodiversità dei paesi in via di sviluppo è enormemente superiore a quello dei paesi più “moderni”, anche a causa dell’eccessivo sfruttamento del territorio che questi ultimi hanno operato in tanti anni. L’obiettivo adesso è di trovare nuove strade per consentire uno sviluppo sostenibile ai paesi che proprio adesso stanno crescendo in termini di insediamenti e infrastrutture.

Prevenire è quanto di meglio si possa fare perché gli ecosistemi hanno diversa capacità di ritornare al proprio stato iniziale dopo un disturbo, come può essere quello di origine umana. In ecologia la capacità di una comunità, o di un sistema biologico, di ritornare al suo stato iniziale dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato si chiama resilienza. Appare evidente come questa sia maggiore in una brulla prateria preda di frequenti incendi rispetto che in una rigogliosa foresta pluviale dove i fattori ambientali sono molto più benevoli.

La resilienza globale della Terra è molto difficile da quantificare.

La nostra specie, unicamente durante il brevissimo Antropocene, ha cambiato questo pianeta più di quanto avesse fatto in migliaia di anni. Potrebbe essere vicina la fine del mondo come lo conosciamo?

Il concetto di base è che, all’interno dei limiti teorizzati dagli scienziati, la popolazione umana si trova nelle condizioni che le hanno permesso di crescere e progredire fino ad oggi ma non è detto che una volta superati sia l’immediata catastrofe. La verità è che non sappiamo cosa potrebbe accadere, i limiti planetari individuano una “zona di sicurezza” oltre la quale non è possibile fare previsioni. 

Quindi, chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza? Oppure, magari, vista l’enormità del rischio, corriamo ai ripari finché siamo in tempo?

It’s the End of the World as we know it (R.E.M.)

Serena Piccardi

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