Sotto gli ulivi – Omaggio a Abbas Kiarostami

Come preannunciato nelle scorse settimane, la nostra rubrica dedica l’omaggio del mese al regista iraniano Abbas Kiarostami, scomparso agli inizi di luglio. Una morte non proprio improvvisa, per chi conosceva le sue precarie condizioni di salute e che ha comunque colto tutti di sorpresa, lasciando un vuoto incolmabile nella cinematografia mondiale.

Nato a Tehran nel 1940, Kiarostami, si è imposto con il suo cinema di chiara ispirazione neorealista agli inizi degli anni ’90, dopo aver realizzato una serie di corti e documentari, che non avevano mai oltrepassato la sua terra d’origine.

Grazie ai vari passaggi nei festival internazionali, che hanno da sempre accolto con favore le sue opere, il regista iraniano raggiunge il suo apice nel 1997, vincendo la Palma d’oro al festival di Cannes, con “Il sapore della ciliegia“. Il film, considerato in modo unanime il suo capolavoro, attraverso la storia di un uomo che vuole suicidarsi e cerca un complice per portare a compimento il suo progetto, è un’intensa riflessione sui misteri della vita e della morte e rappresenta un’opera insolita nella filmografia dell’autore.

E proprio per dare spazio ad altre pellicole, forse meno note, ma non per questo meno importanti, abbiamo deciso di volgere la nostra attenzione su un film realizzato nel 1994, che compone una trilogia, sul devastante terremoto che sconvolse l’Iran nel 1990. “Sotto gli ulivi“, racconta di un film nel film e mai come in questa storia, finzione e realtà s’intersecano in un connubio imprescindibile. Nel 1990, Kiarostami, realizza “E la vita continua“, una sorta di reportage, sul drammatico evento sopra citato. Un film difficile da raccontare, che si sviluppa intorno alla figura del regista che insieme a suo figlio, a bordo della propria auto, percorre le zone terremotate, alla ricerca di testimonianze e notizie sugli attori del film precedente.

Sotto gli ulivi“, racconta la lavorazione di quel film, introducendo una paradossale storia d’amore, che rende la pellicola un’interessante mix tra cinema e realtà, che rende viva l’immaginazione di ogni spettatore. Un regista iraniano, che vediamo presentarsi all’inizio della storia, vuole girare un film con attori non professionisti. Dopo una lunga selezione, la scelta ricade sulla ribelle Tahereh, che ha perso i genitori durante il terremoto e su Hossein, un ragazzo analfabeta, dal cuore grande che viene richiamato per sostituire l’attore indicato in precedenza.

I due ragazzi che già si conoscono, danno vita ad una misteriosa liason, dove il povero Hossein attende una risposta, alla sua richiesta di matrimonio, mentre Tahereh, con un’ostilità che sfiora la crudeltà, lascia tutti perplessi, fino ad arrivare ad un finale, che non scioglie nessun dubbio, ma emoziona come pochi.

Abbiamo scelto di parlare di “Sotto gli ulivi”, perchè crediamo fermamente che il meraviglioso piano sequenza finale, sia una delle scene più belle della storia del cinema. Basta soffermarsi su questo, per capire e rimpiangere tutto il poetico talento del regista iraniano. Il suo tocco lieve e raffinato, cattura il nostro sguardo, al di là di ogni possibile artificio e il lungo pedinamento attuato da Hossein, nei confronti della scontrosa ragazza, sembra quasi di riviverlo sulla nostra pelle. L’immensa distesa verde, con gli ulivi, che agitano al vento le loro possenti chiome, incanta i nostri sensi, traducendo la realtà in poesia e viceversa.

“Il cinema inizia con D.W. Griffith e finisce con Abbas Kiarostami”, così lo apostrofò il grande Jean Luc Godard, e al di là della conoscenza che abbiamo o meno di quest’autore, non possiamo che inchinarci di fronte a tanta preziosa saggezza.

Laura Pozzi

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