SACCO E VANZETTI, QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI

Si celebra oggi l’anniversario della morte degli italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti avvenuta il 23 agosto del 1927 negli Stati Uniti. I due erano stati accusati ingiustamente di aver ucciso un cassiere e una guardia giurata nel corso di una rapina, alla quale fu provato che non parteciparono. Nonostante i molti appelli giunti da tutto il mondo, a seguito anche della confessione di un pentito che li scagionava del tutto, furono ugualmente giustiziati sulla sedia elettrica.

Nel 1977, dopo che il caso era stato più volte riaperto, il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, riabilitò le loro figure scrivendo nel documento che proclama per il 23 agosto di ogni anno il Sacco & Vanzetti Memorial Day che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi, l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.

È evidente che il loro omicidio voleva essere un monito per tutti gli anarchici (e non) che facevano politica attiva sul territorio americano, in un tempo sicuramente di grande tensione ideologica internazionale, con la rivoluzione bolscevica di pochi anni prima e una crisi economica ormai imminente. Ma è anche vero che Sacco e Vanzetti furono giustiziati in quanto italiani e il loro verdetto serviva contemporaneamente a condannare una minoranza di immigrati, quale appunto quella dei nostri connazionali degli anni ’20 fuggiti negli Stati Uniti in cerca di un posto dove poter, fondamentalmente, mangiare.

Ricordare la storia di questi due italiani è un modo per ricordare la storia di tutti noi ed essere, in ragione di ciò, più obbiettivi quando giudichiamo (troppo) nettamente o superficialmente il problema immigrazione nel nostro Paese. Che l’approccio sia quello alla “benpensante di Capalbio” (mi viene in mente l’ottima vignetta di Mauro Biani per spiegare la polemica degli scorsi giorni) o i fatti più beceri delle ultime ore avvenuti in provincia di Catania, dove tre ragazzi italiani hanno pestato altrettanti egiziani riducendo un sedicenne in fin di vita, non si può non considerare che ciò che divide gli uomini non è l’appartenenza razziale o nazionale, ma la classe sociale e la condizione economica. Da quando il capitalismo si è sviluppato, checché se ne dica, d’accordo col vecchio Karl Marx, si può individuare una sorta di “lotta di classe” più o meno consapevole in ogni tipo di società sviluppata.

In qualsiasi Stato del mondo si vada, che sia uno dei più sviluppati o uno dei più poveri, ci sarà sempre una classe di ricchi che potranno permettersi un tenore di vita tale da poter accedere ad uno status culturale e sociale al quale in condizioni economiche deteriori non avrebbero accesso. Un ricco del Burkina Faso assomiglia molto di più ad una persona benestante che vive in Europa rispetto ad un povero del suo stesso Paese.

Circa cento anni fa gli italiani erano in condizioni simili agli africani di oggi che arrivano in Europa per rifarsi una vita. Venivano trattati né più né meno allo stesso modo in cui trattiamo oggi gli immigrati sul nostro territorio, con tanto di pregiudizi e discriminazioni annesse. Se “un popolo senza memoria è un popolo senza futuro” direi che ricordare, noi italiani, chi siamo e da dove veniamo può impedirci di commettere gli stessi errori di cui siamo stati vittime, non tanto in quanto dovere morale, ma per evitare perdite di energie, di tempo e di obiettivi collettivi.

Filippo Piccini

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