Tra i vetri e i diamanti di Mastro Picchio: la Casina delle Civette, piccolo scrigno di arte vetraria

Una veduta della Casina delle Civette all’interno di Villa Torlonia, esempio dello stile “eclettico” dato dalla somma di interventi avvenuti in vari momenti per adeguare l’abitazione al gusto del principe Giovanni Torlonia junior (photo credits: itineroma.it)

Mi ritengo fortunata nell’aver avuto la possibilità, ormai dieci anni fa, di conseguire la mia laurea occupandomi di una costruzione che mi ha sempre profondamente affascinato e che, nel panorama romano, non ha termini di paragone: la Casina delle Civette di Villa Torlonia, residenza del principe Giovanni jr. (1873-1938) che scelse di non risedere nel Casino Nobile, l’edificio di rappresentanza della tenuta, per poter piuttosto abitare una dimora che rispecchiasse le sue passioni (tra cui quella per gli uccelli notturni, da cui il nuovo nome dell’abitazione) sfruttando una struttura preesistente.

C’è da dire che la personalità del principe era abbastanza particolare: descritto come misantropo, desiderava una vita appartata, lontana dagli impegni che il suo ruolo di esponente di una delle più ricche famiglie nobiliari del centro Italia non gli consentiva. Non si sposò mai e nel tempo libero preferiva dedicarsi agli studi, immerso nella solitudine e nel silenzio. Così, all’interno della villa suburbana, individuò quella che, per la sua posizione defilata, si prestava bene ad essere eletta sua residenza. La Capanna Svizzera, era un edificio realizzato nel 1840 sulla scia delle costruzioni rustiche ospitate nei parchi delle grandi residenze, una moda diffusa in Francia dalla seconda metà del Settecento. Una sorta di omaggio alla propria terra natale: la famiglia Torlonia aveva ascendenze francesi e, una volta insediatasi stabilmente a Roma per officiare i suoi ricchi affari, aveva italianizzato il suo cognome.

Alla Capanna Svizzera, costituita da un corpo a “elle” in cui si inseriva un locale ottagono, vennero aggiunti nuovi prospetti e piccole logge che le conferivano un aspetto medievaleggiante. L’ultimo intervento, commissionato all’architetto Vincenzo Fasolo negli anni tra il 1916 e il 1918 introdusse ulteriori modifiche, quali il grande loggiato, la creazione del minuscolo Salottino dei Satiri, che mantiene la pianta ottagonale della sala sottostante e tutti gli adeguamenti necessari per inserire in maniera armoniosa le vetrate da arredamento che il principe commissionò ad un maestro artigiano dell’epoca, Cesare Picchiarini (1871-1943), noto anche come Mastro Picchio.

Cesare Picchiarini su disegno di Duilio Cambellotti, vetrata con la civetta, la cui presenza quasi ossessiva ha determinato il nome della Casina (1918, photo credits: Pamela D’Andrea)

Cesare Picchiarini su disegno di Duilio Cambellotti, vetrata con la civetta, la cui presenza quasi ossessiva ha determinato il nome della Casina (1918, photo credits: Pamela D’Andrea)

Il suo nome è ignorato dai più, ma fu per merito suo se la tecnica della vetrata artistica in ambito romano conobbe un nuovo impulso e si rivolse a nuovi impieghi, tra i quali quello di pannello decorativo adatto ad arredare i villini, le soluzioni abitative che agli inizi del Novecento avevano avuto una notevole diffusione. Anche il nascente quartiere Nomentano, che si stava sviluppando al di là delle mura della villa, annoverava numerosi e gradevoli esempi di questa tipologia. La differenza con la Casina, semplicemente, la facevano le consistenti finanze su cui il principe poteva contare per arricchire di ricercati dettagli la sua residenza.

Picchiarini era un personaggio veramente singolare. La sua autobiografia sottolinea in più momenti la sua bravura tecnica, l’orgoglio e la passione per la sua professione. A Roma si direbbe “sentisse er mejo fico der bigonzo”, ossia che come lui non c’era nessuno. Sapeva insomma il fatto suo, ma soprattutto, con grande tenacia, sapeva che dalla sua bottega non voleva che uscissero prodotti in cui non credeva, come le vetrate in cui si faceva largo uso della pittura a grisaglia per aggiungere dettagli che altrimenti sarebbe stato difficile rappresentare.

Cesare Picchiarini, Stemma araldico dei Torlonia raffigurante le rose a cinque petali (la vetrata gemella rappresenta l’altro attributo, le comete), 1914. Qui si può vedere in cosa consisteva la pittura a grisaglia su vetro.

Cesare Picchiarini, Stemma araldico dei Torlonia raffigurante le rose a cinque petali (la vetrata gemella rappresenta l’altro attributo, le comete), 1914. Qui si può vedere in cosa consisteva la pittura a grisaglia su vetro.

A suo parere, questa tecnica snaturava l’arte di creare immagini tramite l’accostamento dei vetri. E così, parallelamente a alla realizzazione di prodotti più semplici (quali le vetrate a “fondo di bottiglia” che furono la prima commissione ricevuta dal principe Torlonia per il passaggio soprelevato che collega la Casina con gli ambienti della servitù), cercò di portare avanti un discorso in cui si recuperavano le antiche tecniche di fusione della pasta vitrea e ci si avvalesse di disegni caratterizzati da una stilizzazione del tratto, cosicché fosse più facile adattare il profilo in piombo che assemblava i vetri tagliati come a comporre una tarsia. Una volta trovati gli artisti che capirono quale tecnica disegnativa veniva loro richiesta dal mastro vetrario, il risultato fu strabiliante. Quindi un significativo merito di questa sinergia va ai grandi nomi ai quali Picchiarini si affidò: Duilio Cambellotti (1876-1960), Vittorio Grassi (1878-1958) e Umberto Bottazzi (1865-1932) artisti poliedrici, esponenti del movimento modernista romano che collaboravano con i loro progetti alla rivista “La Casa”, nel quale si proponevano di mostrare il loro senso estetico applicato all’abitazione moderna. A loro va aggiunto Paolo Paschetto (1885-1963), artista piemontese che con Picchiarini collaborò soprattutto per la realizzazione delle vetrate per i nuovi luoghi di culto non cattolici (egli stesso era valdese) che stavano sorgendo in vari punti della città.

Mi sembra arrivato il momento di mostrare, per ognuno di questi nomi, quale sia stato il prodigioso esito del lavoro condotto con Mastro Picchio, non prima di aver spiegato per sommi capi le fasi di lavoro che compongono la realizzazione della vetrata.

Il pittore realizzava il bozzetto in cui segnalava i colori da utilizzare. Poi procedeva ad eseguire il cartone preparatorio, della grandezza della vetrata da comporre. Da qui, il mastro vetrario otteneva con la carta carbone la misura dei singoli tasselli che componevano il disegno (nel quale era già segnalato anche dove erano le piombature da eseguire), li numerava e tagliava il vetro sovrapponendogli il modello, infine procedeva ad unire i vari pezzi con la piombatura. Infine veniva passato dello stucco negli interstizi tra vetro e piombo per stabilizzare il vetro entro il telaio e per impermeabilizzare la vetrata.

Solo se confrontiamo questo processo di esecuzione con quello che fino a poco prima era in uso possiamo cogliere la profonda innovazione perseguita: Picchiarini intendeva sostituire la pittura su vetro dotando le lastre di effetti che suggerissero tridimensionalità o puntando sulla mescolanza di colori e di diversi gradi di opacità.

Aggiungo un’ultima distinzione, che forse non si coglie chiaramente visitando la Casina: non tutte le vetrate presenti sono state concepite per questa abitazione. Ovviamente lo sono le vetrate alloggiate nelle finestre, mentre quelle esposte all’interno appartengono alle famiglie degli artisti che le hanno concesse per rendere più completo il percorso museale o sono state individuate negli anni nel mercato antiquario capitolino e in seguito acquistate dal Comune di Roma.

Cesare Picchiarini su disegno di Umberto Bottazzi, I pavoni (1911, photo credits: Pamela D’Andrea)

Cesare Picchiarini su disegno di Umberto Bottazzi, I pavoni (1911, photo credits: Pamela D’Andrea)

Questo è il caso della meravigliosa vetrata “I pavoni” (1911) su disegno di Umberto Bottazzi, un capolavoro di tecnica ed eleganza, in cui dei pavoni si fronteggiano creando un’immagine speculare con al centro una coppa realizzata con l’impiego di cabochons di pasta vitrea per rendere l’idea delle gemme, ad accentuare la preziosità dell’insieme.

Cesare Picchiarini su disegno di Vittorio Grassi, L’idolo (1917, photo credits: panoramio.com)

Cesare Picchiarini su disegno di Vittorio Grassi, L’idolo (1917, photo credits: panoramio.com)

Anche la vetrata di Vittorio Grassi, “L’idolo” (1917) è stata rintracciata sul mercato antiquario. Qui le suggestioni richiamano la scultura africana, egiziana per la precisione, mentre una grande onda alle sue spalle sta per sopraffarla. Il contrasto tra la tavolozza cupa fatta di vetri bruni, viola e blu usati per rendere l’idea del bronzo e le sfumature che giocano sui verdi per rendere il colore del mare e la sua schiuma crea un’alchimia per la quale l’enigmatico soggetto risulta magnetico e affascinante.

Cesare Picchiarini su disegno di Duilio Cambellotti, La fata (1917, photo credits: Pamela D’Andrea)

Cesare Picchiarini su disegno di Duilio Cambellotti, La fata (1917, photo credits: Pamela D’Andrea)

Negli stessi anni venne eseguita “La fata” dal disegno di Duilio Cambellotti, di formato tondo come lo era la gemella vetrata de “Le Gazze”, andata perduta. Un bozzetto esposto nella stessa sala mostra che Cambellotti sviluppò da un’unica idea i due distinti soggetti. “Le Gazze” avevano una connotazione più triste: gli uccelli sono rappresentati mentre raccolgono con il becco, portandoli via, i cabochons, che apparivano come pietre preziose poggiate per terra, a simboleggiare la vita dei giovani che erano morti durante la Prima Guerra Mondiale.

“La fata” invece è rappresentata da una figura diafana, le cui linee abbandonano lo stile Liberty per accostarsi all’Art Deco, mentre gioca con le stesse preziose pietre rappresentate dai cabochons.

Cesare Picchiarini su disegno di Paolo Paschetto, Rose, nastri e farfalle (1920, photo credits: Pamela D’Andrea)

Cesare Picchiarini su disegno di Paolo Paschetto, Rose, nastri e farfalle (1920, photo credits: Pamela D’Andrea)

Vi invito a passeggiare nel balconcino che ospita la serie delle “Rose, nastri e farfalle”, in cui la linea sciolta di Paschetto disegna delle ricche ghirlande. Ma la vera particolarità si coglie osservando in che modo vengono rese le sfumature dei petali delle rose e, soprattutto, delle variopinte ali delle farfalle. Un occhio attento può notare che in alcune di queste sono stati inseriti vetri lavorati con un inserto floreale come fosse una murrina, oppure apprezzerà l’impiego di vetri con lavorazione a righe, perché nessuno dei componenti di questa scena fosse uguale all’altro.

Infine, vorrei far presente un particolare che reputo importante. Una volta morto il principe Torlonia, la Casina subì un triste processo di abbandono e degrado, durante il quale alcune vetrate andarono distrutte o trafugate. Nel momento in cui il Comune di Roma decise di adibire questo spazio a Museo della vetrata artistica, affidò il restauro e il consolidamento al laboratorio Giuliani, che era già attivo ai tempi di Picchiarini. Il colpo di fortuna ha voluto che furono proprio i Giuliani a rilevare in toto i materiali e i bozzetti che si trovavano in possesso di Picchiarini quando il maestro decise di cedere la sua bottega per sopraggiunti problemi di salute. In questo modo sono stati rintracciati i disegni preparatori originali e alcune lastre di vetro che erano state impiegate per realizzare le vetrate originali, per eseguire le copie ora presenti nella Casina, nel più pieno rispetto delle regole della scuola di restauro italiano.

Cesare Picchiarini su disegno di Duilio Cambellotti, Allodole (1997, eseguito dal Laboratorio d’arte Giuliani sul modello originale eseguito nel 1918 e facente parte della serie degli uccelli migratori, photo credits: Pamela D’Andrea). Si nota, in basso a sinistra, il particolare che informa che questa è una vetrata che sostituisce l’originale andato perduto.

Cesare Picchiarini su disegno di Duilio Cambellotti, Allodole (1997, eseguito dal Laboratorio d’arte Giuliani sul modello originale eseguito nel 1918 e facente parte della serie degli uccelli migratori, photo credits: Pamela D’Andrea). Si nota, in basso a sinistra, il particolare che informa che questa è una vetrata che sostituisce l’originale andato perduto.

Ovviamente la panoramica che ho offerto è solo il racconto parziale dell’affascinante storia della Casina e di tutte le personalità coinvolte nel decorarla. Chi segue questa rubrica avrà notato come anche qui sia stato possibile creare un vero gioiello grazie alla munificenza del committente, che ha cercato per sé i migliori artisti sulla piazza, i quali, dal canto loro, sono riusciti ad interpretare magistralmente i suoi desideri ripagando la fiducia e i mezzi accordati.

Questo è il sito di riferimento per organizzare una visita alla Casina. Se accettate un suggerimento, trovo che il miglior orario per visitarla sia poco prima di mezzogiorno, quando la luce del sole arriva a illuminare la molatura dei vetri nel Salottino delle Ore al piano terra, creando suggestivi arcobaleni sul pavimento.

http://www.museivillatorlonia.it/casina_delle_civette/la_casina_delle_civette

 

Pamela D’Andrea

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