La crisi venezuelana: fallimento del Socialismo latinoamericano o attacco a un modello alternativo?

Il Venezuela sta vivendo dal 2013 una profonda crisi economica e al contempo un grave conflitto istituzionale e sociale, che degenerano progressivamente e rischiano di portare il Paese al collasso. Ma per capire cosa sta succedendo è necessario fare qualche passo indietro.

Siamo negli anni Venti del 900 durante il regime di Juan Vicente Gómez, quando l’attenzione si concentra sugli ingenti giacimenti di greggio, mutando radicalmente la situazione economica e politica del Venezuela. Ad oggi si stima che i venezuelani siedano su oltre 297 miliardi di barili, che salgono a 1.300 miliardi secondo le stime più ottimistiche e lo rendono il territorio con la più grande riserva di petrolio al mondo. La Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), compagnia petrolifera statale con una capacità produttiva di 2,5 milioni di barili al giorno, consacra il Paese 5° maggior produttore tra quelli OPEC e 11° a livello mondiale.

Nel 1998 un nuovo schieramento irrompe sulla scena politica venezuelana. È il Movimiento Quinta República (MVR), partito socialista guidato da Hugo Chávez, ispirato al rivoluzionario Simón Bolívar, che nel 1811 proclamò l’indipendenza del Paese dalla corona spagnola. Salito alla presidenza nel 1999 in aperto contrasto la vecchia classe politica e riconfermato nel 2000, 2004 e 2012, Chávez vara un programma di radicali riforme. a partire dalle elezioni di un’Assemblea costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione, poi approvata a stragrande maggioranza da un referendum popolare.

Inizia così il percorso di trasformazione politica e sociale conosciuto come Revolución Bolivariana e il nome del Paese diviene República Bolivariana de Venezuela, per porre l’accento sulla continuità con la lotta anticolonialista e indipendentista dei primi decenni del XIX secolo.

Con essa nasce il Chavismo, ideologia basata su socialismo, democrazia diretta e anti imperialismo, che al di là delle critiche vanta importanti conquiste e innegabili risultati:

Il Venezuela ha ridotto la povertà al 7%, le Nazioni Unite hanno assegnato a Chávez un riconoscimento per i risultati raggiunti; l’analfabetismo è stato quasi totalmente eradicato; dopo la privatizzazione degli anni Novanta, gli idrocarburi sono stati nazionalizzati portando al Paese uno stratosferico aumento delle entrate; il Venezuela ha preso le distanze dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, creando inoltre una Banca Popolare con bassi crediti per scopi sociali; la riforma agraria ha abbattuto il latifondo e permesso la redistribuzione delle terre; il 60% degli introiti degli ultimi 12 anni sono stati destinati a interventi sociali a supporto dei più deboli mediante investimenti nella scuola e massicci sussidi, che hanno palesemente migliorato il loro tenore di vita; l’assistenza sanitaria è qualitativamente e quantitativamente migliorata, riforme nel settore hanno permesso l’accesso di massa; è stato introdotto il referendum revocatorio per tutte le cariche elettive e create istituzioni partecipative, pur con palesi limiti operativi; una catena di supermercati, Mercal, sovvenzionata dallo Stato, garantisce prezzi stracciati ai meno abbienti; sono state inaugurate 6.000 Casas de Alimentación che distribuiscono pasti gratuiti; l’interesse nella politica dei venezuelani è cresciuta e nel 2013, anno della morte di Cháveza a causa di un cancro, la percentuale dei politicamente attivi era la più alta dell’America Latina; la rete di trasporti è stata potenziata e i costi ridotti; sostenendo modelli di sviluppo economico e politico alternativi e cooperando con i Paesi più poveri del mondo, Chávez ha portato avanti il progetto di un’asse del Bene tra Bolivia, Cuba e Venezuela, contro l’asse del Male di Washington e i suoi alleati con il progetto dell’ALBA (Alianza Bolivariana para America), alternativa ai tradizionali trattati di libero commercio di Washington ed all’ALCA (Area de Libre Comercio de las Americas).

Nonostante i proclami antiamericani, Chávez si è scontrato con l’impossibilità di tagliare ogni ponte con gli USA, processo reso complicato anche dalle nazionalizzazioni nell’area latinoamericana che spesso ostacolano i rapporti commerciali fra i Paesi del subcontinente. Ma innegabilmente potere economico e politico sono da sempre intrecciati e dietro nuove maschere, come i rapporti economici, la lotta al narcotraffico e al terrorismo, si nascondono spesso tentativi di ingerenza e di appropriazione delle ricchezze del territorio. Se si analizza il percorso storico latinoamericano i segni sono ben visibili, pretesti per giustificare azioni dell’Occidente variano nel tempo e nei luoghi per determinare tendenzialmente lo stesso risultato: il permanere dell’ingerenza politica ed economica.

Chávez è stato accusato di autoritarismo, populismo e di aver posto le basi di un sistema fallimentare i cui risultati sono oggi sotto i nostri occhi. Un sistema incapace di potenziare realmente il Paese a livello industriale e infrastrutturale, di diversificare il sistema produttivo, insomma di “seminare il petrolio” favorendo grazie ai proventi derivanti dalla sua esportazione l’affrancamento dall’oro nero, i cui favorevoli prezzi sarebbero prima o poi crollati.

LA CRISI

La situazione è degenerata con l’elezione nel 2013 del suo erede politico, Nicolas Maduro. L’inflazione è aumentata spropositatamente raggiungendo il 159.06 % nel 2015, la moneta locale ha perso quasi metà del suo valore, il PIL è sceso e con esso anche la produzione di petrolio. Il nuovo leader della rivoluzione deve sobbarcarsi gli effetti della grave recessione e delle proteste, impresa ardua anche perché per popolarità e carisma non è certo paragonabile al suo predecessore.

Fin dai primi mesi del suo mandato è emersa una crescente mancanza di beni di prima necessità come latte, farina, zucchero e caffè. L’indice di scarsità si attestava già al 21%, ovvero su 100 beni considerati di prima necessità 21 erano difficili da reperire. Fotografie mostrano tutt’ora al mondo code infinite fuori dai negozi, gente che sgomita per accaparrarsi i beni disponibili. L’alternativa è acquistare in strada dai bachaqueros, che svuotano supermercati e farmacie per rivendere i prodotti a prezzi in media quintuplicati, acuendo tragicamente la crisi alimentare e spingendo molti negli Stati limitrofi per fare la spesa.

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Ci sono poi vari black out giornalieri programmati, con effetti sulla vita quotidiana, sull’apparato produttivo e sui servizi. Le interruzioni nella fornitura di energia hanno aggravato la crisi, suscitato le proteste dei cittadini, atti di vandalismo e repressioni.

Il 6 dicembre 2015  si verifica un profondo capovolgimento politico: alle elezioni per il rinnovo del Parlamento, per la prima volta dopo 17 anni trionfa la coalizione conservatrice Mesa De La Unidad Democratica (112 seggi su 167). Il Partido Socialista Unido De Venezuela di Maduro si trova quindi in minoranza. Sono state oltre due milioni le firme raccolte per chiedere un referendum revocatorio nei suoi confronti, ma il Tribunale Supremo De Jiustizia (TSJ) lo ha definito illegittimo riconfermando la posizione del Presidente. Governo e opposizione si accusano a vicenda di preparare un colpo di Stato.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Proviamo a sintetizzarle le cause della crisi, distinguere tre interpretazioni principali:

1.IL CROLLO DEL PREZZO DEL PETROLIO E LA PROLUNGATA SICCITA’

Finito il tempo della bonanza petrolifera, oggi il Venezuela fa i conti con l’errore di avere creato un’economia in cui oltre il 90% delle entrate statali deriva dall’oro nero, incapace quindi di reagire al crollo dei prezzi, scesi da 140 a meno di 50 dollari al barile. La distribuzione della ricchezza e il PIL sono migliorati fintanto che il prezzo del petrolio è aumentato, fin quando non ci si è trovati a non avere sufficiente denaro per importare beni di prima necessità, che in Venezuela sono prodotti in minima parte.

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Se nella fase di bonanza era più conveniente acquistare dall’estero qualsiasi bene anziché produrlo internamente, diminuiti i dollari in ingresso derivanti dai proventi petroliferi le importazioni (anch’esse in dollari) hanno subito una battuta d’arresto. L’assenza di beni di prima necessità e materie prime ha spinto il Governo a stampare sempre più moneta, il cui aumento non porta però un automatico ingresso nel Paese dei beni mancanti e diminuisce il valore della moneta circolante, aumentando l’inflazione.  È quindi saltato il sistema di controllo cambiario e quello di prezzi calmierati per i beni di prima necessità, prezzi fissi troppo bassi secondo l’opposizione, che avrebbero affossato il settore privato. Risultato: crescente penuria alimentare e predominio del mercato nero, dove i beni vengono venduti a prezzi stratosferici. Povertà in forte aumento e spesa sociale in contrazione.

Ad aggravare la situazione c’è la crisi energetica causata dalla siccità, che ha paralizzato le centrali idroelettriche da cui dipende l’approvvigionamento di 2/3 del Paese. Il Governo ha quindi ridotto la settimana lavorativa dei dipendenti pubblici a due giorni e gli orologi sono stati spostati avanti di mezz’ora, per fruttare la luce solare.

2.LE POLITICHE CHAVISTE E IL MODELLO SOCIALISTA

Con l’arrivo al potere di Hugo Chavez nel 1999, la redistribuzione della rendita petrolifera tra la popolazione ha fatto crescere la domanda interna, ma non è cresciuta parallelamente la produzione di beni. È quindi stato necessario ricorrere a massicce importazioni.  Nel 2003 per ben 165 prodotti l’esecutivo ha previsto prezzi fissi. Se all’inizio questi hanno seguito le ondate inflazioniste, dal 2007 il divario con i costi di produzione si è ampliato, fino a portare alcune aziende al fallimento o a una forte contrazione della produzione.

Il crollo dei prezzi internazionali del petrolio avrebbe quindi solo acuito una crisi di sistema, già in corso da tempo. Al di là dei dati falsati o taciuti dal Governo secondo alcune ricerche, tra cui quella di Moisès Naìm e Francisco Toro, l’inflazione sarebbe stata altissima già da anni a causa della massiccia spesa pubblica per finanziare programmi assistenziali e populisti. Un declino quello attuale causato quindi dall’interventismo statale nell’economia iniziato con la nazionalizzazione della Petróleos de Venezuela (Pdvsa), il licenziamento di tecnici e ingegneri “dissidenti”, investimenti poco oculati, il logoramento delle istituzioni democratiche e il controllo statale dei prezzi. L’obiettivo era mantenere quei beni accessibili ai più poveri, ma quando i prezzi sono stati fissati al di sotto dei costi di produzione, i venditori non sono più riusciti a rifornire gli scaffali dei supermercati.

Crollato il prezzo del petrolio il Governo si è indebitato e ha preso a stampare sempre più moneta, fino a che non sono finiti anche “i soldi per stampare soldi”. Secondo i sostenitori di questa teoria un cambio di leadership, gli appoggi internazionali, del FMI e della Banca mondiale sarebbero ora irrinunciabili per finanziare un piano di rilancio economico e finanziario.

3.IL PIANO DI SOVVERTIMENTO DELL’ORDINE DEMOCRATICO PER LA RIAFFERMAZIONE L’IMPERIALISMO OCCIDENTALE

Non mancano accuse diffuse a un sistema finanziario e a un golpe industriale che, con il sostegno degli Stati Uniti, vuole limitare la produzione per far cadere il Governo. Maduro sostiene che le imprese private, da sempre in collusione con i partiti dell’opposizione, nascondano i prodotti nei magazzini per far salire i prezzi e con questi il malcontento. L’obiettivo sarebbe quindi screditare un sistema economico, politico e sociale che ha portato l’America Latina a emanciparsi, a promuovere un’alternativa al sistema importato dai conquistatori.

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I leader dell’ ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), progetto di cooperazione politica, sociale ed economica

Jacquelyn Jiménez, educatrice venezuelana, spiega in una lettera pubblicata da RT come, con le armi dell’industria capitalistica, i poteri forti siano riusciti alla fine a far saltare il virtuoso sistema di controllo cambiario e la regolazione dei prezzi dei prodotti di base, che tanto ha giovato ai meno abbienti. «Viene messa in discussione la gestione di Maduro, ma non la manipolazione dell’industria, l’accaparramento di alimenti nei grandi magazzini di proprietà dell’industria stessa, la diminuzione della produzione volta a fomentare la protesta popolare (…) Non a caso in una fila con 300 persone si vende dentifricio obbligatoriamente in confezioni da 6 e quando mancano 50 persone si dice loro che il prodotto è terminato. Se si fosse venduto un solo tubetto per persona, più dei 300 lo avrebbero ottenuto. Ma no, è obbligatorio vendere la confezione da 6!».

Non essendo mai riuscite a costruire una proposta politica alternativa, le opposizioni e le élite per portare avanti la scalata al potere hanno colto al volo la crisi e gli errori del Governo. Eduardo Rothe, filosofo e giornalista venezuelano, punta i riflettori sull’assenza da sempre di un apparato produttivo nel Paese. E la ragione è che gli imprenditori non sono interessati a nulla che non sia profitto. Poco conta che sia generato dallo sviluppo del settore industriale, dalle importazioni o dalla speculazione finanziaria, e in Venezuela è stato più redditizio puntare sulle importazioni. “Perché non approfittarne?”, incalza Rothe, “finché gli Stati Uniti pagano l’orchestra non smettiamo di ballare. Grazie al dollaro parallelo non c’è perdita, si arriva anzi a guadagnare di più perché si viene compensati per il rischio.”

A questo si aggiungono altri fattori, ad esempio le valutazioni dell’agenzia di rating Moody che ha scoraggiando gli investitori dando praticamente per certo il fallimento dell’economia venezuelana. La diminuzione del prezzo del petrolio sarebbe poi foraggiata dal “fracking” statunitense e dalla commercializzazione di idrocarburi, sottratti a Libia e Iraq a seguito della loro invasione.

Le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che hanno caratterizzato l’America Latina negli ultimi anni sono state profonde e capillari. Il riconoscimento delle conquiste ottenute grazie a Chávez e alla rivoluzione bolivariana è pressoché unanime. Innegabilmente globalizzazione e diffusione del modello occidentale incidono sull’identità latinoamericana e sulla sua autodeterminazione, da cui la legittima volontà di arginare questo neocolonialismo. I continui attacchi da parte di un’opposizione incapace di attirare consensi, per non aver portato avanti le necessarie riforme strutturali, trovano un argine nei grandi limiti interni ed esterni del Venezuela, che richiedono lunghi tempi per cambiamenti profondi. Trainare il Paese sulla strada della modernità pare richieda l’aprirsi al mondo, implementando quelle essenziali riforme strutturali e cercando di creare le premesse per una sicurezza giuridica che aumenti gli investimenti. Ma farlo significa anche fare i conti con i condizionamenti che ciò comporta: condizionamento economico, che diviene razzia di risorse naturali  e condizionamento politico.

Se aver puntato totalmente sul petrolio è una scelta discutibile, la fornitura di servizi essenziali a un’ampissima parte della popolazione ridotta alla più nera miseria era una priorità, ha portato risultati eccezionali ancora evidenti e posto le basi per una consapevole partecipazione politica che sarebbe stato improbabile “a pancia vuota”. In linea di principio sarebbe stato essenziale in un secondo momento prevedere cambiamenti strutturali più profondi per svincolarsi dalla dipendenza dal petrolio, ma le modalità per farlo sono tutte da discutere. È un eccesso di semplicismo affermare che se quel denaro non fosse stato speso per interventi sociali, ma strutturali, oggi il Paese vivrebbe una situazione sicuramente migliore e molto ci sarebbe da dire sul significato di “migliore”. La fiducia nel libero mercato e nel modello capitalista è parte di una cultura invasiva che, per mille ragioni, non appartiene al Venezuela e all’America Latina, e che in passato con i panni dell’imperialismo ha impoverito e razziato queste terre, incidendo duramente sull’identità di chi ha avuto benefici economici.

l fallimento più grave di Chavez è stato forse non essere stato in grado di formare una classe politica in grado di prendere il suo posto. Ma avrebbe potuto farlo nel contesto venezuelano, caratterizzato da una forte personalizzazione del potere e dall’idolatria del leader carismatico? E come affronterebbe ora questa crisi?

Maduro è messo all’angolo da una situazione ormai fuori controllo, da numeri a lui sfavorevoli in Parlamento, all’interno di un contesto sempre più violento che assegna a Caracas il triste primato di città più pericolosa al mondo. È improbabile che il nuovo leader bolivariano possa riequilibrare la situazione, schiacciato dalle rivolte e dal crescente isolamento per i cambiamenti politici intercorsi in Paesi limitrofi simbolo della rivoluzione. Il modello bolivariano è realmente fallimentare? La situazione attuale mina la progettualità politica latinoamericana, ma non dimentichiamo la crisi sistemica che vive l’Occidente, la quale palesa le contraddizioni del nostro modello di sviluppo.

Martina Masi

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