Hokusai, Hiroshige, Utamaro: la malia del Sol Levante rappresentato nello stile ukiyo-e

Katsushika Hokusai, La grande onda di Kanagawa (1830-31, xilografia policroma) appartiene ad una serie di opere in stile ukiyo-e intitolata Trentasei vedute del Monte Fuji. È forse l’immagine più rappresentativa dell’arte giapponese a livello mondiale.

Nell’ambito degli eventi organizzati per celebrare i centocinquant’anni dalla stipula del Trattato di Amicizia e Commercio tra Giappone e Italia, al Palazzo Reale di Milano sta per aprire i battenti un’importante mostra che tributa i più grandi rappresentanti dello stile ukiyo-e a livello internazionale, Utamaro, Hokusai e Hiroshige. Il corpus della mostra, composto da più di duecento xilografie policrome e libri illustrati dagli artisti, proviene dalla collezione del Honolulu Museum of Art, permettendo, nella varietà degli esemplari esposti, di poter comprendere meglio in cosa consista lo stile ukiyo-e, la varietà dei soggetti rappresentati, le caratteristiche stilistiche dei tre grandi maestri e le dinamiche del mondo dell’editoria giapponese, che commissionava e produceva in grandissime serie queste stampe.

Cominciamo con il definire il termine ukiyo-e, che dà il nome a questo stile. È traducibile con “(immagini del) mondo fluttuante”, e bisogna comprendere il periodo storico in cui si sviluppò, che coincide grosso modo con l’era dello shogunato Tokugawa (1603-1867) insediato ad Edo, l’antico nome di Tokyo. In questi due secoli e mezzo, il Giappone godette di una certa pace interna, ma bisogna sottolineare che questo governo militare aveva promosso una politica di isolamento, con controllati contatti commerciali unicamente con la Cina, la Corea e l’Olanda. In questo clima privo di sconvolgimenti si andò affermando nei grandi centri di Edo, Kyoto e Osaka un tipo di arte che trovava ispirazione negli interessi della classe media circa lo svago cui poteva dedicarsi in questo periodo di pace: l’ukiyo-e veniva impiegato per illustrare romanzi, rappresentare gli attori del teatro kabuki, creare delle guide che raccontassero la vita e la cultura delle grandi città che in quegli anni avevano avuto un eccezionale sviluppo.

Inizialmente queste illustrazioni venivano eseguite con inchiostro cinese, ma una volta riscontrato il loro successo si scelse di utilizzare la stampa xilografica policroma, per avere una maggior diffusione. Il costo contenuto di queste stampe incoraggiò la diffusione dell’ukiyo-e, ampliando la varietà dei soggetti: agli attori e alle belle cortigiane si aggiunsero temi paesaggistici e naturalistici in cui, ad un occhio attento, si notano l’impiego della prospettiva e tagli compositivi desunti dalla tecnica fotografica, ispirazioni del lontano Occidente.

Utagawa Hiroshige, All'interno delsantuario Kameido Tenjin (1857, xilografia policroma)

Utagawa Hiroshige, All’interno delsantuario Kameido Tenjin (1857, xilografia policroma)

Il lavoro dietro ogni ukiyo-e era complesso: l’artista dipingeva la scena ad inchiostro su un foglio di carta di riso, che veniva incollato a faccia in giù su un blocco di legno. Alcuni artigiani incidevano sul legno le parti in cui la carta era rimasta bianca, intaccando il disegno originale che in questo modo andava perduto. Terminata questa operazione il blocco veniva inchiostrato e si procedeva alla stampa di alcune copie. A questo punto, anche queste stampe venivano incollate su nuovi blocchi di legno per creare le matrici delle parti che dovevano essere inchiostrate con un determinato colore. La stampa finale prendeva vita una volta proceduto con l’inchiostratura e l’impressione su carta di ogni singolo colore previsto nel disegno originale. Questa fatica veniva ripagata dall’altissimo numero di copie (nell’ordine delle migliaia) che potevano essere ricavate da un singolo disegno.

Bisogna considerare due fattori: le prime ad essere tirate erano le stampe migliori, poiché comprendevano maggiori dettagli della scena e una ottimale resa dei colori. Dopo un certo periodo, i blocchi di legno subivano l’usura, che rendeva i contorni e gli stacchi di colore meno nitidi. Un altro aspetto interessante riguarda i nomi che firmano l’opera: di solito veniva riportato l’artista che eseguì il disegno originale e l’editore che aveva commissionato l’opera ed al quale appartenevano i blocchi. Questi editori potrebbero essere intesi come degli imprenditori e dei talent scout, che cercavano di assoldare e di trattenere nella loro scuderia artisti di una certa fama, in modo da garantirsi un fiorente mercato di matrici di stampa che potevano anche essere cedute ad altri editori. Sempre agli editori può essere ricondotto lo stimolo della ricerca di formati nuovi e d’impatto (come quello a ventaglio) con i quali si misuravano gli artisti cui commissionavano le opere, in modo tale da stimolare nuovi modi di inquadrare soggetti già prodotti.

Katsushida Hokusai, Il Fuji durante il tempo sereno o Fuji rosso (1830, xilografia policroma) anche questa stampa fa parte delle R Trentasei vedute del Monte Fuji

Katsushida Hokusai, Il Fuji durante il tempo sereno o Fuji rosso (1830, xilografia policroma) anche questa stampa fa parte delle R
Trentasei vedute del Monte Fuji

È il caso di alcune vedute proposte da Katsushida Hokusai (1760-1849), l’artista più famoso, prolifico e sperimentatore tra quelli ospitati in mostra. Probabilmente il suo successo si deve in parte alla sua longevità (più di sessant’anni di carriera), ma anche ad una costante ricerca di uno stile che lo appagasse appieno e che, a pochi anni dalla morte, ancora sentiva di non aver raggiunto, pregando che gli venissero concessi altri anni per potersi cimentare in altre prove. Hokusai ebbe una vita abbastanza movimentata, come se l’inquietudine che regolava il suo estro artistico non gli concedesse pace: cambiò spesso residenza, anche per non sottostare a nessun dettame promosso dalle scuole di pittura cui si affiancò. Voleva che la sua fosse un’arte libera da convenzioni, indipendente, e per perseguire questo intento non disdegnò di cimentarsi in generi considerati minori, come l’illustrazione di manuali di disegno o di romanzi. La sua produzione più famosa è ascrivibile agli anni attorno al 1830, quando, ormai settantenne, concepì le serie paesaggistiche delle “Trentasei vedute del Monte Fuji”, “Vedute di ponti famosi”, “Cascate famose in varie province”.

Sbagliando, spesso si tende a compiere un paragone tra l’arte di Hokusai e quella di Utagawa Hiroshige (1797-1858) come se fra loro fosse esistita una certa rivalità. È giusto sapere che Hiroshige fu molto colpito dall’arte di Hokusai al punto da avvicinarsi alla pittura dopo averlo studiato, ma il suo approccio, per quanto riguardava la formazione e i soggetti, risentivano di un maggior contatto con le innovazioni culturali che filtravano dai commerci con l’Occidente. C’è qualcosa di posato ed armonioso nelle composizioni di Hiroshige, divenuto famoso per “Le cento vedute famose di Edo”, spaccato della vita della classe media nella grande città. Anche la sua produzione di stampe a tema naturalistico si contraddistingueva per la delicatezza dei colori, cui si affiancavano tagli innovativi dell’immagine rappresentata. Hiroshige fu probabilmente l’artista di ukiyo-e più apprezzato dai pittori europei di fine Ottocento, dimostrato anche dalla passione che scatenò in Vincent Van Gogh, che, oltre a collezionare sue opere insieme a suo fratello Theo, volle replicare alcune sue stampe usando il suo caratteristico modo di dipingere ad olio.

Confronto tra la stampa di Hiroshige a sinistra, intitolata "Il giardino di prugni a Kameido" (1857) e la sua riproduzione da parte di Vincent Van Gogh, "Fioritura del prugno" (1887)

Confronto tra la stampa di Hiroshige a sinistra, intitolata “Il giardino di prugni a Kameido” (1857) e la sua riproduzione da parte di Vincent Van Gogh, “Fioritura del prugno” (1887)

Al periodo di isolamento stabilito durante lo shogunato Togukawa, seguì un periodo in cui il Giappone cominciò (obbligato da minacce di guerra, a dirla tutta) a stipulare trattati di amicizia e commercio con diversi stati esteri, primo fra tutti con gli Stati Uniti nel 1853. Cominciarono ad arrivare con maggior facilità sul mercato europeo le stampe ukiyo-e, che catturarono immediatamente l’attenzione dei pittori e dei collezionisti. Questa cultura complessa, mostrata attraverso  figure eleganti e un certo gusto nel bilanciare il decoratissimo, era ciò che probabilmente era stato apprezzato di più nell’arte del terzo maestro di ukiyo-e presente in mostra, Kitagawa Utamaro (1753-1806),  che spinse i pittori impressionisti e post impressionisti come Monet e Van Gogh a cimentarsi in personali rielaborazioni del tema della bellezza femminile, il bijin-ga, in cui Utamaro eccelleva, al punto da essere definito “il pittore delle donne”. I suoi esempi di bellezza erano idealizzati, le figure allungate per conferire una maggior eleganza, ma a questo aspetto si aggiungeva una capacità non comune di riuscire a conferire connotazioni psicologiche.

Kitagawa Utamaro, "Cortigiane di fronte a tsumimono" (1795)

Kitagawa Utamaro, “Cortigiane di fronte a tsumimono” (1795)

In più, bisogna sottolineare che le opere di Utamaro si affermarono quando ancora non era possibile creare stampe con la vasta gamma di colori che poterono utilizzare gli altri due maestri, ma che comunque, pur giocando con pochi toni, riuscì a creare ritratti femminili che fecero scuola e, come dicevamo, ispirarono anche gli artisti occidentali, basti guardare a Monet e a un meno immediato Klimt.

Claude Monet, "La Giapponese (Camille Monet in costume giapponese), 1876, olio su tela

Claude Monet, “La Giapponese (Camille Monet in costume giapponese), 1876, olio su tela

Questa mostra si offre come un’imperdibile occasione per conoscere meglio un’arte regolata da aspetti che non ci sono molto familiari, ma che, nella loro diversità, si rendono comunque affascinanti e immediati. Qui i riferimenti per una visita:

“Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Luoghi e volti del Giappone che ha conquistato l’Occidente”, Milano, Palazzo Reale, 22 settembre 2016 – 29 gennaio 2017

http://www.hokusaimilano.it

 

Pamela D’Andrea

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