LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

L’ultimo vertice europeo che si è svolto a Bratislava ha visto per la prima volta uno strappo formale tra l’Italia di Renzi e l’Unione, o meglio con ciò che di essa resta a livello decisionale, la Germania e la Francia. A questo avvenimento sono seguite critiche alla politica economica e alla gestione dei migranti nella Comunità, con tanto di sfogo con gli Stati Uniti per la linea non condivisa.

Era dai tempi di Berlusconi che non si assisteva ad una cosa simile, da quando, tra un gesto di corna nelle foto di gruppo o un ritardo in più ai ricevimenti per parlare al cellulare, il nostro ex Presidente del Consiglio dava dei “turisti della democrazia” ai suoi colleghi europei e di conseguenza veniva escluso da tavoli e conferenze stampa appena se ne presentava l’occasione.

Certo, alcune cose sono cambiate da allora e sicuramente paragonare Renzi all’ex premier non è una novità, ma ciò che è rimasto pressoché uguale è senza dubbio la situazione italiana.

L’Italia è, infatti, l’ultimo Paese per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione e penultimo per quella destinata alla cultura. Al tempo stesso possiamo vantare invece come primato l’essere tra i primi 8 Paesi esportatori di morte, grazie all’industria di armi e strumenti letali di vario tipo, come ha ricordato in questi giorni Don Ciotti. Economicamente parlando, poi, abbiamo perso un quarto della nostra produzione industriale dal 2008, e se la crescita del Pil continuerà a questi tassi, torneremo ai livelli pre-crisi soltanto nel 2028. Abbiamo, infine, un tasso di disoccupazione giovanile a circa il 38%, migliore soltanto di Grecia e Spagna.

Tutto ciò considerato, non ci si deve sorprendere se si viene esclusi e non bisogna comunque illudersi che nelle condizioni attuali il nostro Paese possa contare realmente qualcosa a livello decisionale. Sicuramente il summit anti-austerity con i Paesi del Mediterraneo al quale ha partecipato Renzi nelle scorse settimane è stato forse il motivo principale che ha spinto la premier tedesca ad escluderci, dato che le dichiarazioni erano state: “Hollande ora è con noi e possiamo finalmente contare e mettere la Merkel sotto pressione” e ancora “I Paesi del Mediterraneo del Sud  rappresentano, per peso economico e politico, la metà dell’Unione europea, con Hollande possiamo fare sentire davvero la nostra voce al vertice di Bratislava del 2016”.

È evidente che il progetto di Unione, soprattutto dopo che la Gran Bretagna ne è uscita, sta passando uno dei momenti più difficili dalla sua costituzione. La crisi dei migranti che si è aggiunta a quella economica, per nulla risolta dall’austerity teutonica, sta seriamente minando gli ideali del Manifesto di Ventotene nato nell’omonima isola durante i primi anni ’40 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann.

Inizialmente il sogno europeo era dettato dalla volontà di evitare altre guerre dato che nei precedenti decenni se ne erano susseguite già due che avevano assunto addirittura una dimensione mondiale; per questo l’ideale di un’Europa unita venne diffuso in modo quasi clandestino in quanto conteneva una visione rivoluzionaria per gli Stati nazione del tempo. Vedere quel progetto realizzato a distanza di alcuni decenni è stato sicuramente, almeno sulla carta, il raggiungimento di un’ “utopia” che, a dispetto della definizione del termine, almeno in un’occasione è sembrata realizzarsi.

Purtroppo la piega tecnocratica e burocrate dell’Unione, oltre che principalmente monetaria (ad esempio, si è creata prima una moneta unica di un esercito comune) ha reso l’Europa qualcosa di sterile che alle prime avvisaglie di crisi si è rimessa presto in discussione.

A fronte della situazione attuale, la soluzione è probabilmente un’ “Europa a due velocità” (così come viene forse in modo denigratorio definita dai media). Due Europe che possano sempre rappresentare un’unica comunità, ma con passi e regole diverse. Si è visto come alcuni Paesi non possono applicare gli stessi stringenti parametri di Paesi più virtuosi, né questi ultimi possono farsi carico di ogni intervento necessario a risanare il bilancio collettivo.

Il summit al quale Renzi ha preso parte insieme ai capi di Stato dell’Europa mediterranea è un prototipo di quanto si vedrebbe nell’ipotesi in cui l’Europa del Sud si costituisse con la propria identità. Sicuramente la decisione della Francia, se rompere con la Merkel o seguire i propri confini meridionali, sarebbe determinante. Bisognerà vedere quanto l’indole da “tedeschi-latini” dei cugini d’oltralpe prevarrà o meno.

Per tornare, come detto sopra, alla motivazione iniziale per la quale è stata costituita l’Unione, a meno che non si tema una possibile guerra tra queste due possibili parti di continente (ed è evidente che non è così) non si vedono altri impedimenti se non quello dell’eventuale perdita di leadership da parte dei Paesi più forti, Germania in testa, che hanno monopolizzato l’Unione e che, come il disilluso Renzi ha provato a sue spese, così tanto ostacolano e temono che i Paesi del Sud possano coalizzarsi per giocare un ruolo da protagonisti.

Filippo Piccini

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