Scienza e società: quando la comunicazione diventa necessità

Sarà l’aria frizzante di settembre con l’inizio delle scuole e l’orientamento nelle università, sarà che per la prima volta, proprio l’anno scorso, le iscrizioni alle facoltà scientifiche hanno superato quelle nelle materie umanistiche, sarà perché sempre più di frequente le bufale scientifiche entrano nella nostra vita passando, nella maggior parte dei casi, da questo guazzabuglio confusionario che chiamiamo internet, sarà per questi motivi che si avverte la necessità di comunicare la scienza e di farlo bene.

Il ruolo che la scienza svolge nella vita quotidiana è spesso dato per scontato e relegato all’ambito delle innovazioni tecnologiche e mediche. Per fortuna la scienza, lo scopre subito chi vi si avvicina, non è solo tecnologia o cure mediche. Non posso fare a meno di insistere sull’aspetto culturale, intellettivo e di crescita personale che le materie scientifiche portano con se, al pari degli ambiti artistici e umanistici di cui la nostra esperienza è ricca. Le scienze della natura raccontano la Terra e l’universo, forniscono gli strumenti per capire quello che ci circonda e stimolano riflessioni profonde sulle origini e le ragioni dei fenomeni.

Purtroppo, il più delle volte, l’opinione pubblica si mobilita solo quando la ricerca, o le nuove scoperte, sollevano questioni morali e spesso, prima che ci si possa formare un’opinione chiara, ci si divide in fazioni manco si trattasse di un derby. Molte delle attuali sfide scientifiche si sono sviluppate in argomenti con forti implicazioni economiche e, talvolta, con risvolti etici. Succede così che il cittadino è invitato ad esprimersi e a decidere su applicazioni complesse come il nucleare, gli OGM o le cellule staminali, senza avere, di frequente, gli strumenti per valutarle.

Diventa importante, quindi, valutare il tasso di alfabetismo scientifico nazionale che, a quanto pare, non ha mai raggiunto vette così elevate.

Chi l’avrebbe mai detto?

L’Annuario Scienza, Tecnologia e Società 2016 di Observa, giunto alla dodicesima edizione, ci racconta di un paese che si interessa sempre di più di questioni scientifiche, cresce l’attenzione per le tematiche ambientali e la fiducia negli scienziati.

Solo il 13% degli intervistati non sa rispondere correttamente a nessuna delle domande poste mentre tre su dieci riescono a rispondere in modo corretto a tutte e tre le domande. Si tratta di buone notizie, considerando che i campioni comprendono individui di tutte le età, estrazione sociale e livello di istruzione ed è noto che le conoscenze scientifiche dei singoli diminuiscono al crescere dell’età e aumentano al crescere del livello di istruzione.

L’osservatorio Observa ogni anno ci offre una panoramica sulle evoluzioni del rapporto tra scienza, tecnologia e opinione pubblica in Italia e, quest’anno, si focalizza proprio sulla comunicazione della scienza.

La scienza è stata considerata per secoli l’unica fonte della conoscenza, spesso appannaggio di ristrette cerchie di specialisti e considerata lontana dal quotidiano. La sua visione nella storia è passata dalla meraviglia per la scoperta all’essere uno strumento per dominare la natura. Durante l’illuminismo la scienza inizia a permeare la società e diviene importante per tutti grazie all’entusiasmo di un grande movimento di diffusione e divulgazione del sapere.

Successivamente, però, il mondo accademico e quello della società civile iniziano ad allontanarsi. Nel secolo scorso argomenti un po’ ostici per il grande pubblico (la relatività o la meccanica quantistica, per esempio) contribuiscono ad aumentare la distanza tra ricercatori e persone comuni. L’immagine dello scienziato schivo e un po’ trasandato, chiuso nel suo laboratorio, con pochi contatti sociali, probabilmente, nasce proprio per questo motivo.

comunicazione doc

In realtà molti protagonisti della scienza, nella storia, si sono occupati di divulgazione.

A tal proposito vi ricordo che la settimana scorsa abbiamo parlato non solo di un grande scienziato inglese ma anche di un importante divulgatore, Michael Faraday. Nella tradizione anglosassone, infatti, la divulgazione scientifica ha avuto, ed ha tuttora , grande spazio, le conferenze pubbliche della Royal Institution godevano di un discreto successo così come le fiere che mostravano gli sviluppi delle innovazioni tecnologiche. L’impostazione di origine anglosassone della comunicazione della scienza si basa su esperienze interattive in cui si cerca il feedback da parte del pubblico, discutendone in luoghi come laboratori rivolti ai ragazzi e caffè scientifici.

I nomi della divulgazione sono di origine anglosassone, anche al giorno d’oggi. Pensate ai documentari di David Attenborough che per i suoi meriti può vantare un Sir davanti al nome, alle celeberrime lezioni di Richard Feynman o alla popolarità di Stephen Hawking e Neil deGrasse Tyson.

Mentre nel secolo scorso il termine “divulgatore” negli ambienti scientifici era diventato quasi un’offesa, quasi non ci si dovesse sporcare le mani con la società civile, oggi, fortunatamente, non è più così. Questo è molto importante dal momento che, spesso, i migliori divulgatori sono proprio gli scienziati.

Viviamo nell’era della comunicazione, soprattutto digitale, e adesso sono proprio le istituzioni scientifiche che spingono i ricercatori a condividere pubblicamente e a spiegare le proprie ricerche. Oggi lo scienziato, per svolgere il suo lavoro, deve ottenere un consenso all’interno della società al fine di richiedere soldi pubblici, inoltre nelle democrazie capita che i cittadini siano chiamati a decidere su questioni di carattere scientifico. Alcune università hanno degli appositi corsi di comunicazione per formare i ricercatori.

Dal momento che sono frequenti gli allarmismi sui media relativi a tematiche che destano interesse e preoccupazione nei cittadini e che, a quanto pare, cresce la fiducia negli scienziati (ma probabilmente cala quella nelle istituzioni), forse sono proprio loro che possono aiutare a chiarirci le idee su tali argomenti.

Non lo trovate terribilmente vicino alla realtà?

Emblematica la faccenda dei vaccini, sono tanti gli argomenti che stanno a cuore al grande pubblico; biotecnologie e nucleare, riscaldamento globale e cure alternative, cellule staminali ed esplorazione spaziale. Una buona comunicazione serve ad evitare allarmismi o paure e a far conoscere e spiegare tecniche e innovazioni anche a chi non è del mestiere.

Un problema è rappresentato dalle spietate regole della comunicazione al giorno d’oggi: l’argomento, per interessare, deve essere spettacolare, sicuro e di veloce spiegazione. La discrepanza sta nel fatto che la ricerca scientifica ha tempi molto lunghi, non può mai dirsi definitiva e spesso non brilla per i colpi di scena.

L’utente medio vuole notizie sicure, eclatanti e immediatamente fruibili. L’incertezza spaventa ma la ricerca funziona a piccoli passi e occorre diffidare di chi ha tutte le risposte in tasca.

Il timore di ciò che è sconosciuto è un tratto che ci caratterizza come esseri umani, proprio per questo, conoscere l’oggetto delle proprie paure, ci aiuta a superarle. Pensate anche solo a quanto è stata osteggiata l’introduzione della locomotiva!

Un’occasione annuale per avvicinare studenti e cittadini all’ambiente scientifico è la notte europea dei ricercatori che, guarda caso, è proprio domani. Proprio per venire incontro alle attuali esigenze comunicative (e anche per divertirsi un po’!) l’iniziativa spazia dalle visite guidate dietro le quinte di laboratori normalmente chiusi al pubblico, agli  spettacoli scientifici interattivi, dagli esperimenti pratici o workshop fino ad indagini poliziesche, performance di teatro scientifico e film.

Ci vogliono dimostrare che la scienza non è solo utile ma è anche arricchimento e, perché no, intrattenimento, spettacolo.

Per una generazione di scienziati cresciuti a pane e Piero Angela, l’intrattenimento scientifico non è certo una novità!

comunicazione superquark

Parola di Piero Angela: “..la divulgazione deve infatti fare i conti con questi due problemi, che richiedono competenza e immaginazione: cioè da un lato comprendere nel modo giusto le cose, interpretandole adeguatamente per trasferirle in un diverso linguaggio: dall’altro essere non solo chiari ma anche non-noiosi, pur mantenendo integro il messaggio (anzi, non aver paura di esser divertenti: l’umorismo è uno dei compagni di strada dell’intelligenza)”

Esistono soltanto due cose: scienza ed opinione; la prima genera conoscenza, la seconda ignoranza. (Ippocrate)

Serena Piccardi

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1 Commento
  1. […] Come abbiamo già detto in passato, un ruolo importante è quello di chi comunica la scienza. A questo punto ci sarebbe da chiedersi: coloro che si sforzano di correggere la falsa informazione, che cercano di divulgare in modo serio e corretto, citando fonti attendibili, aiutano ad arginare il dilagare delle bufale? La risposta dello studio è deludente, proprio no. Sembra che più cerchino di convincerci che quello che sosteniamo sia falso, anche portando prove e testimonianze, più ci cementiamo sulle nostre posizioni. Siamo “capoccioni”, ebbene sì. […]

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