Rione Testaccio, er core de Roma

Particolare decorativo dell’Ex Mattatoio di Testaccio, dal 2000 convertito a spazio di aggregazione che ospita nei suoi ambienti un distaccamento del MACRO, il museo di arte contemporanea, la Città dell’Altra Economia e alcune aule per la facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre. Da notare la decorazione con ghirlande e bucrani ripresa dal monumento a Cecilia Metella sull’Appia Antica (photo credits: Roma Slow Tour)

Il rione Testaccio, contenuto nell’ultima propaggine delle mura aureliane che va da Porta San Paolo alle sponde del Tevere, è tradizionalmente indicato come la roccaforte della romanità schietta e verace cresciuta mangiando coratella e rigatoni alla pajata. Ma la sua storia ha radici più antiche e può raccontare a chi avrà la pazienza di cercarle tradizioni di cui sono rimaste labili ma preziose tracce.

In età repubblicana (193 a. C. circa) fu scelto come sito adatto ad ospitare il nuovo porto fluviale, l’Emporio, che andava a sostituire quello all’altezza del Campo Boario, divenuto troppo piccolo e impossibile da ingrandire, per gestire al meglio le fasi di scarico e stoccaggio delle merci provenienti dalle lontane province, in prevalenza marmi, olio, vino e grano per soddisfare gli aumentati consumi della popolazione della capitale. In base alle iscrizioni riportate sulle anfore, conosciamo la provenienza di questi rifornimenti: l’olio, ad esempio, veniva dall’area andalusa e africana.

Gli scavi dell’antico Emporium visti dal Ponte Sublicio. Nel 1868 l’archeologo Pietro Ercole Visconti, già distintosi negli scavi di Ostia antica, chiese l’autorizzazione a papa Pio IX di cercare su questa sponda del Tevere l’antico porto fluviale. l lavori durarono due anni, durante i quali emerse una banchina lastricata suddivisa in gradinate e rampe verso il fiume e blocchi di travertino sporgenti e forati dove ormeggiare le navi. Sul sovrastante Lungotevere Testaccio, si trova una fontana che commemora questa operazione (photo credits: Roma Slow Tour)

Gli scavi dell’antico Emporium visti dal Ponte Sublicio. Nel 1868 l’archeologo Pietro Ercole Visconti, già distintosi negli scavi di Ostia antica, chiese l’autorizzazione a papa Pio IX di cercare su questa sponda del Tevere l’antico porto fluviale. l lavori durarono due anni, durante i quali emerse una banchina lastricata suddivisa in gradinate e rampe verso il fiume e blocchi di travertino sporgenti e forati dove ormeggiare le navi. Sul sovrastante Lungotevere Testaccio, si trova una fontana che commemora questa operazione (photo credits: Roma Slow Tour)

Una volta scaricate le merci nei magazzini posti alle spalle del porto (probabilmente identificabili nei locali della estesa Porticus Aemilia, in alcuni tratti ancora conservata), bisognava smaltire in modo efficace e igienico le anfore in terracotta che avevano trasportato liquidi e che non potevano essere riutilizzate. Così, si decise di ridurle in cocci (in latino textae) e di disporre in modo ordinato questo materiale, in uno spazio lì vicino, che nei secoli (il porto restò in funzione fino la metà del III secolo d. C.) crebbe formando una collina artificiale di circa 35 metri di altezza su una superficie di 22000 mq, per la quale si stima il deposito di oltre venticinque milioni di anfore. L’altura prese nome di Mons Testaceus, diventando il simbolo della zona al quale si rifece il nome del rione una volta che venne istituito nel 1921.

Particolare della disposizione ordinata dei frammenti di anfore che hanno creato il Monte dei cocci. È possibile visitare il sito solo in gruppo, ci sono diverse associazioni culturali che ne organizzano la visita http://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/monte_testaccio (photo credits: Flickr.com/Hans Dinkelberg)

Particolare della disposizione ordinata dei frammenti di anfore che hanno creato il Monte dei cocci. È possibile visitare il sito solo in gruppo, ci sono diverse associazioni culturali che ne organizzano la visita http://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/monte_testaccio
(photo credits: Flickr.com/Hans Dinkelberg)

Per diversi secoli quest’area rimase pressoché disabitata e venne impiegata dai cittadini per cruenti spettacoli carnascialeschi e per le scampagnate durante le ottobrate romane, fin quando, dopo che Roma divenne la nuova capitale del Regno d’Italia, fu inserita nel piano regolatore del 1873 per ospitare nuovi alloggi destinati soprattutto agli operai della vicina zona industriale. Le prime palazzine furono edificate da imprenditori privati, che però non trovarono profittevole destinarle ad un ceto popolare. Sopraggiunse l’ICP, che affidò i progetti ad alcuni architetti già noti per aver operato in analoghi contesti, come Quadrio Pirani (1878-1970), sostenitore di un’edilizia arricchita da alcune decorazioni in materiali economici, ma efficaci a conferire dignità alle abitazioni per i ceti meno abbienti. Il risultato appare veramente piacevole e lo possiamo ammirare nella scena iniziale di “Fracchia la belva umana“ di Neri Parenti (1981), quando un infagottato Paolo Villaggio, alias il pavido Giandomenico Fracchia, esce dal portale di uno di questi edifici pronto a fare jogging.

Fotogramma iniziale del film “Fracchia la belva umana” (1981, photo credit: www.fanaticidelweb.com)

Fotogramma iniziale del film “Fracchia la belva umana” (1981, photo credit: www.fanaticidelweb.com)

Paolo Villaggio aveva già recitato in questi lotti in “Fantozzi contro tutti”, sempre di Neri Parenti (1980).  Questa volta è una palazzina di via Bodoni ad ospitare la sua casa e la vicina panetteria in cui lavora Cecco (un giovane Diego Abatantuono) del quale si è innamorato la poco considerata Pina (Milena Vukotic). La scena, a base di spassosi doppi sensi, merita di essere rivista:


Torniamo a parlare dell’edilizia del rione. Oltre la soluzione delle palazzine dotate di cortile interno, tra via Franklin e via Manuzio fu sperimentata a partire dal 1920 la costruzione di villini a basso costo che non superavano i tre piani, denominati i “villinetti”. Ebbero vita abbastanza breve: furono demoliti negli anni Sessanta, ma grazie a film molto famosi, quali “I soliti ignoti” di Monicelli (1958) nella scena in cui Cosimo, interpretato da Memmo Carotenuto, compie uno scippo finito tragicamente. Finale analogo nella tormentata storia di “Accattone” di Pasolini (1961): quando compare per la prima volta la motocicletta che Accattone (Franco Citti) di lì a poco inforcherà per scappare, si notano i “villinetti” non ancora abbattuti.


Attualmente al loro posto, dopo varie destinazioni provvisorie, troviamo il nuovo mercato rionale, uno strepitoso concentrato di sapori che spaziano dagli ortaggi allo street food. In precedenza, il mercato si teneva nella piazza più antica del rione, Piazza Testaccio, a suo tempo concepita come spazio di aggregazione per i poveri abitanti delle palazzine che vi si affacciano. Ora, al centro della piazza, ha ripreso la sua collocazione originaria la Fontana delle Anfore, commissionata poco tempo dopo l’istituzione del rione e celebrante le caratteristiche anfore olearie che sono il simbolo di Testaccio. Per diversi anni i romani erano abituati a vederla a Piazza dell’Emporio, uno slargo a ridosso del lungotevere, riconoscibile in alcuni film come ne “La finestra di fronte” di Özpetek (2003), quando Giovanna (Giovanna Mezzogiorno) consegna nel locale di un’amica i dolci che prepara per incrementare le entrate economiche.

La Fontana delle Anfore, realizzaa su progetto dell’architetto Pietro Lombardi nel 1927 (photo credits: Roma Slow Tour)

La Fontana delle Anfore, realizzaa su progetto dell’architetto Pietro Lombardi nel 1927 (photo credits: Roma Slow Tour)

Dopo tanto cinema, torno a parlarvi di arte raccontandovi la particolarità dell’unica chiesa del rione, Santa Maria Liberatrice. La sua intitolazione perpetua il ricordo della perduta, omonima chiesa che era stata edificata sul Palatino nel XIII secolo sopra la struttura di Santa Maria Antiqua al Foro  abbandonata dopo essere stata semisepolta da alcune frane attorno alla metà del IX secolo. Ma nel 1900, quando venne ritrovata la chiesa paleocristiana con le sue preziosissime pitture, si decise di demolire la chiesa soprastante e trasferire i suoi arredi nella nuova chiesa testaccina, che, costruita in stile neoromanico, riporta in facciata su mosaico un tributo ai più importanti soggetti di Santa Maria Antiqua.

Particolare della facciata di Santa Maria Liberatrice (1906-08, photo credits: Roma Slow Tour)

Particolare della facciata di Santa Maria Liberatrice (1906-08, photo credits: Roma Slow Tour)

Se con questa passeggiata virtuale vi ho incuriosito, potete conoscere meglio la storia del rione partecipando al prossimo tour previsto per il 15 ottobre e conoscere altre popolari personalità che hanno risieduto a Testaccio. Per gli altri appuntamenti, consultate la pagina Facebook https://www.facebook.com/RomaSlowTour/

Pamela D’Andrea

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