Yeruldelgger. Morte nella steppa – Ian Manook

Arriva dalla Francia il romanzo del momento; l’autore è armeno con un passato da giramondo e il testo è ambientato in Mongolia. Yeruldelgger è uno dei casi letterari dell’anno.

La storia ci porta in un altro continente, in un paese poco conosciuto e su cui abbiamo poche coordinate storiche. La trama ha spesso contorni esotici, con cibi, bevande e riti che richiamo l’Oriente, anche se talvolta si ha l’impressione che siano buttati lì a bella posta per colpire il lettore europeo. Nel romanzo si ritrova il giallo, la politica, il passato di regime, la voglia di conservare le tradizioni, ma anche lo stordimento per la modernità di un paese ancora in transizione. Gli spazi assumono toni epici, alle steppe mongole si oppongono le yurte o i nuovissimi grattacieli del centro di Ulan Bator. La Mongolia è la vera protagonista di questo romanzo a tratti mistico.

Yeruldelgger non ricalca l’immagine dell’ispettore a cui ci hanno abituato i polizieschi statunitensi (citati forse un po’ troppo spesso); al contrario è un tenebroso, violento, con scarso rispetto dei testimoni, troppo impegnato a (ri)trovarsi per permettere al lettore di leggersi nel suo personaggio.

Il romanzo manca il suo appuntamento più importante: il lettore non si rispecchia nel protagonista, si ritrova molto di più nelle figure secondarie: dall’ispettrice solitaria che lotta in un ambiente maschilista, al bambino di strada, alla dottoressa medico legale.

Yeruldegger è un protagonista monopolizzante, ma assente; non del tutto distante o sgradevole, ma mai del tutto condivisibile; probabilmente gli si rimprovera il non esser morto alla fine della storia.

Ho cercato i pareri sul testo di qualche comunità o associazione mongola, purtroppo non sono riuscito a trovarne: peccato, sarebbe stato interessante sapere cosa ne pensano i diretti interessati (e non noi lettori europei o un armeno che ha vissuto qualche anno fa in Mongolia) del regime comunista, della nuova influenza cinese, giapponese o coreana, del turismo di massa, della perdita delle tradizioni, dell’arrivo dei cognomi (si, in Mongolia fino a qualche anno fa i cognomi non erano necessari; cosa dovrebbe farsene dei cognomi una piccola popolazione nomade sparsa su un territorio immenso e governata da un regime egualitarista che vuole sradicare qualsiasi appartenenza clanica?) o dell’influenza della tv globale o di internet.

Il libro è forse un po’ troppo lungo, rispetto alla trama reale: il giallo viene risolto dal lettore un po’ prima di metà testo.

Nel complesso piacevole. La saga è da monitorare, speriamo solo non si esageri e non la si lasci diventare “troppo lunga”, a risentirne sarebbe solo la qualità.

Voto al libro: 6 +

Gabriele Germani

 

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