IL REFERENDUM, L’IMPOSSIBILITÀ DI RIDURRE TUTTO A UN SÌ O A UN NO

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una lunga serie di consultazioni popolari dall’esito, quando non nefasto, fondamentalmente inutile. L’inizio di questa annata referendaria non ancora conclusa è coinciso con la Brexit, quando il 23 giugno, davanti agli occhi increduli del mondo che assisteva al lento spoglio dei risultati, la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione Europea della quale faceva parte da 43 anni.

Cronologicamente, dopo il blocco estivo che per ovvi motivi non viene considerato quale periodo di votazioni, è seguito il recente referendum svizzero sulla preferenza di trattamento lavorativo nei confronti dei propri connazionali rispetto ai “frontalieri”, ovvero i lavoratori, prevalentemente italiani, che vengono assunti a costo più competitivo rispetto ai nativi del posto, ritenuti per questo  svantaggiati.

A stretto giro, sono seguiti il referendum in Ungheria sul limite da imporre alle quote di migranti da ospitare, che nonostante non abbia raggiunto il quorum (43% di votanti) ha visto una prevalenza dei contrari all’ospitalità al 98%, al punto da far ritenere al premier Orban di poter procedere per la sua strada e continuare con la politica di chiusura delle frontiere.

È di oggi, invece, la notizia che in Colombia, alla consultazione popolare per decidere se spendersi in favore della pace con il gruppo armato delle FARC, da più di 50 anni in lotta con il governo centrale per difendere le comunità agricole autogestite delle regioni più esterne, ha prevalso il non-buonsenso e ha vinto il No. E anche qui, a fronte di un risultato avverso alle intenzioni governative, si è deciso che si procederà ugualmente per la strada già intrapresa.

Come dicevamo, quindi, la consultazione popolare, quando non ha avuto degli esiti potenzialmente disastrosi e bui, come la Brexit, si è rivelata inutile e non se ne è tenuto conto, come in Ungheria e in Colombia. Raramente, nei tempi più recenti, il risultato di un referendum e quindi l’opinione della massa ha assunto una virtuosa decisività.

Riconsiderare il referendum significa riconsiderare il concetto di democrazia diretta. Siamo veramente sicuri che siamo tutti capaci di agire con mentalità legislativa e considerare sempre le scelte migliori per le sorti di un intero Paese? La democrazia rappresentativa seppur spesso criticata e fallibile in quanto a trasparenza e incorruttibilità, è riuscita per decenni a garantire una certa stabilità di governo in tutti i Paesi occidentali dove è stata sotto varie forme applicata, ottenendo il risultato di portare gradualmente, anche per merito delle spinte sociali e culturali quali i movimenti di piazza e le lotte civili, a delle conquiste che sono a disposizione oggi di tutti.

Per sapere cosa pensa il popolo, non tutto, ma la maggior parte, è sufficiente girare un po’ per i social tra commenti e notizie false ricondivise in modo confuso e trasversale. Se si darà credito a quanto viene diffuso e divulgato ci si potrà convincere che, ad esempio, gli immigrati vengono pagati profumatamente ogni giorno e sono puntualmente privilegiati rispetto agli italiani, che i politici rubano tutti indistintamente, che i vaccini fanno venire l’autismo, che il fascismo è stato una cosa buona e che la parola intellettuale è un’offesa. Queste notizie e convinzioni quanto più sono false, tanto più diventano in fretta vere, proprio perché sfruttano il sensazionalismo e la velocità con cui, per questo, vengono ricondivise.

Pensare che il “furor di popolo” e “il sentire comune” siano lo strumento migliore verso il progresso e la civiltà (che personalmente tendo ad associare), è come considerare di sostituirsi al proprio medico cercando i sintomi di una malattia su internet e giungere da sé ad una diagnosi e alla cura migliore. È evidente che, rimanendo in questo esempio, gli anni passati dal dottore a studiare all’Università, a fare dei tirocini e a seguire dei corsi di aggiornamento non potranno essere sostituiti da pochi click uniti a facili conclusioni. I politici sono pur sempre degli “scienziati” e anche se sulla preparazione della classe politica ci sarebbe molto da dire (sicuramente non tutti hanno studiato Scienze Politiche), se si guarda alle persone più preparate e con più esperienza non possiamo che ritenere più idoneo lasciargli fare il proprio lavoro e magari influenzarli indirettamente con degli strumenti di controllo quali il voto, soltanto a mandato ultimato, senza lasciarsi coinvolgere dalla troppo semplicistica scelta di rispondere ad una domanda unicamente con un sì o un no.

Filippo Piccini

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