I Maya a Verona: quando l’arte e l’antropologia svelano i segreti di una civiltà

Incensiere in terracotta policroma (photo credits: www.theartpostblog.it)

La civiltà Maya come non l’avete mai vista. Questo potrebbe essere il sottotitolo della mostra che da oggi, 8 ottobre 2016, sarà presente a Verona, gradito ritorno dopo quella di quasi vent’anni fa tenutasi a Palazzo Grassi di Venezia. È frutto di una preziosa collaborazione tra il messicano Instituto Nacional de Antropologìa e Historia (INAH) che ha selezionato i pezzi da esporre e Kornice, coadiuvato da Arthemisia Group e si propone come la più aggiornata esposizione sulla cultura maya.

Risulta nuovo l’approccio alle opere proposto da Karina Romero Blanco, in cui si predilige raccontare il rapporto che i Maya avevano con il loro corpo: nei diversi modi in cui poteva interpretare il proprio status sociale, sia attraverso modifiche fisiche indotte che nel modo di abbigliare corpo e capelli; visto come tramite tra se stesso e la divinità, alla quale, per seguire alcuni rituali, poteva offrire il proprio sangue autoinfliggendosi ferite; infine nel rendere parte del proprio aspetto simile ad animali legati a divinità o percepiti come propri alter ego.

Così, la mostra espone circa trecento opere attraverso le quali comprendere la complessità della cultura maya non raccontata seguendo un percorso cronologico, ma descritta con quello che si è arrivati a riconoscere come un vero e proprio linguaggio complementare, quello del corpo, come appare nelle sculture, dipinto su suppellettili, negli ornamenti indossati (con un occhio di riguardo ai materiali impiegati, anch’essi interpreti delle aspirazioni della persona che li portava).

Maschera funeraria di re realizzata con tessere di giada a mosaico. Senza di essa, sarebbe stato interdetto l’accesso nell’aldilà. Questa pietra veniva associata al culto del sole e ritenuta benaugurante, al punto che gli esponenti delle alte classi maya usavano incastonarla nei denti (photo credits: www.theartpostblog.it)

Maschera funeraria di re realizzata con tessere di giada a mosaico. Senza di essa, sarebbe stato interdetto l’accesso nell’aldilà. Questa pietra veniva associata al culto del sole e ritenuta benaugurante, al punto che gli esponenti delle alte classi maya usavano incastonarla nei denti (photo credits: www.theartpostblog.it)

Giunti a questo punto, penso sia il caso dare qualche coordinata per comprendere meglio alcuni aspetti di questa civiltà.

La prima distinzione che mi preme fare è che quando si parla di civiltà Maya si sottintende generalmente quella che si sviluppò prima della conquista spagnola, vale a dire in un periodo compreso grosso modo tra il 2000 a.C. e il 1542 d.C. su un territorio che comprendeva le attuali regioni messicane dello Yucatàn, del Chiapas e del Tabasco, il Guatemala, il Belize e la parte settentrionale dello Honduras e di El Salvador. In queste zone abitano ancora discendenti di questa antica popolazione, il cui nome più illustre forse è il premio Nobel per la Pace nel 1992 Rigoberta Menchù. La colonizzazione spagnola, condotta con guerre, conversioni forzate e distruzione dei capisaldi culturali di questa civiltà, determinò la quasi totale perdita delle conoscenze accumulate in più di tremila anni, per sostituirle con quelle occidentali. Con grande fatica, a partire dal 1839 (con la spedizione statunitense del viaggiatore e scrittore John Lloyd Stephens, accompagnato dall’architetto e disegnatore inglese Frederick Catherwood) si cercò di far chiarezza e riscoprire gli elementi che costituivano una civiltà che appariva man mano la più complessa e affascinante tra tutte quelle che si erano sviluppate nella zona mesoamericana.

Mappa dei territori appartenenti alla civiltà Maya con indicate le città – stato succedute nei diversi periodi (photo credits: Wikipedia)

Mappa dei territori appartenenti alla civiltà Maya con indicate le città – stato succedute nei diversi periodi (photo credits: Wikipedia)

La civiltà Maya si componeva di autonome città – stato, che interagivano fra loro con scambi commerciali, entrando a volte in competizione e combattendo guerre. Per questo, quando si parla di arte maya, non bisogna considerare solo le tre grandi suddivisioni cronologiche (il periodo preclassico, che parte dalle origini di questa civiltà attorno al 2000 a.C. fino al 250 d.C.; il periodo classico, considerato l’età dell’oro, che va dal 250 d.C. al 950 d.C., contraddistinto dalla più alta produzione artistica realizzata; il periodo postclassico, dal 950 d.C. al periodo dei conquistadores spagnoli della metà del XVI secolo) ma anche le differenze determinate dai centri artistici (tra i più famosi, quelli sviluppatisi nel bacino del Petén o le città settentrionali come Chichen Itza e Uxmal) che determinavano stili peculiari e venivano portati avanti da maestri, al pari di quello che succedeva in Europa. È proprio questo uno degli aspetti innovativi di questa mostra, l’essere riusciti a rintracciare questi nuclei artistici e aver ricondotto dei manufatti allo stile di determinati maestri.

Come già accennato, i funzionari coloniali cattolici distrussero quasi tutti i manoscritti di questa civiltà, praticamente l’unica ad aver tramandato veri e propri testi sulla propria storia, sulle conoscenze scientifiche che con strabiliante precisione riuscì a sviluppare, sui propri rituali e divinità. Fortunatamente, oltre che nei manoscritti, questi resoconti venivano anche incisi come bassorilievi nelle stele o come decorazioni degli edifici pubblici e religiosi. Grazie allo studio dei numerosi glifi che, al pari dei geroglifici egiziani componevano le loro parole, abbiamo avuto la possibilità di recuperare la loro cultura. Questi glifi risultano davvero caratteristici e veramente belli da osservare nei dettagli, soprattutto quando venivano scolpiti.

Esempio di sequenza di glifi maya incisi su pietra (photo credits: www.veraclasse.it)

Esempio di sequenza di glifi maya incisi su pietra (photo credits: www.veraclasse.it)

In ultimo, parliamo dei canoni estetici dei Maya, che possono apparirci veramente singolari. Ma ciò che ci stupisce maggiormente  è quello che furono disposti a fare per modificare il proprio aspetto. Innanzi tutto, si nota una certa uniformità nelle immagini a noi pervenute, perché il tipo di bellezza ideale per i Maya prevedeva la testa allungata con la fronte molto alta, per avere un’aria più nobile (e per ottenerla, le madri non esitavano a costringere il capo dei neonati tra due assi), il naso aquilino e il labbro inferiore pronunciato. Giacché lo strabismo era considerato un segno di bellezza, questo veniva indotto facendo pendere dalla fronte una pallina legata ai capelli dei bambini e tenuta finché non acquisivano questa caratteristica.

Testa giovanile del re della città di Palenque, Pakal il Grande, vissuto dal 603 al 683 d.C., che sembrava rispondere a i canoni di bellezza dei Maya (photo credits: www.theartpostblog.it)

Testa giovanile del re della città di Palenque, Pakal il Grande, vissuto dal 603 al 683 d.C., che sembrava rispondere a i canoni di bellezza dei Maya (photo credits: www.theartpostblog.it)

Era considerato normale, sia per i maschi che per le femmine, ricorrere a scarnificazioni rituali sulla pelle, limare i denti con la pietra pomice per dargli un aspetto più ferino o per l’inserimento di pietre. Se il corpo veniva tatuato, il viso era dipinto utilizzando colori che informassero sul proprio status sociale: il nero designava i celibi, il rosso era riservato ai guerrieri mentre l’azzurro ai sacerdoti.

Questa costante ricerca di somigliare ad alcune divinità aveva una concezione più profonda della semplice ripresa estetica, e comprendeva il sentirsi in rapporto con il divino, con la forza della natura (rintracciate anche negli animali che fornivano i loro ornamenti, come la pelle e i denti del giaguaro o le cangianti piume del quetzal). Gli animali venivano tenuti in grande considerazione, perché si riteneva facessero da intermediari con il mondo divino, al pari dei propri defunti.

Ma la cosa più strabiliante nell’ammirare le opere esposte è conoscere che i Maya hanno lavorato tutte queste opere con strumenti rudimentali e, per quanto riguardava vasi e contenitori, senza l’uso del tornio. Ma il livello tecnico e l’accuratezza della lavorazione dimostrano la loro grande maestria.

Una teca presente nell’esposizione (photo credits: Angelo Sartori)

Una teca presente nell’esposizione (photo credits: Angelo Sartori)

Data l’eccezionalità del prestito, questa è proprio da considerarsi una mostra-evento, per la quale consiglio caldamente la visita:

“Maya. Il linguaggio della bellezza” Verona, Palazzo della Gran Guardia, 8 ottobre 2016 – 5 marzo 2017

http://www.mayaverona.it

 

Pamela D’Andrea

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1 Commento
  1. […] felice per approfondire la conoscenza sull’arte messicana: oltre la mostra veronese sui Maya, alcuni nuovi appuntamenti permettono di avere una panoramica sull’arte più recente, […]

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