Rischio alimentare: cosa mangiare o QUANTO mangiare?

Sempre più spesso gli italiani si dicono preoccupati per la propria alimentazione; si parte dalla qualità dei cibi che vengono portati in tavola, si passa per la provenienza e si finisce con la loro composizione chimica. L’ansiogena lista dello IARC (International Agency for Research on Cancer) è piena di sostanze di uso comune che, in base a test scientifici, sono risultate potenzialmente cancerogene.

Scorrere la suddetta lista potrebbe portare molti di noi a immotivate crisi di panico perché compaiono parecchie sostanze che fanno naturalmente parte della composizione di alimenti di uso comune. Per questo è importante considerare, innanzitutto, in che gruppo si trova una data sostanza e poi in che dosaggio e durata d’esposizione il rischio diventa reale e non solo teorico (per dimostrare la pericolosità le sostanze della lista vengono testate ad altissime concentrazioni).

I gruppi della lista si trovano elencati per diversi livelli di rischio: il gruppo 1 contiene i carcinogeni umani certi, il 2A quelli probabili, il 2B riunisce i carcinogeni possibili, il 3 le sostanze non classificabili come carcinogene e, infine, il 4 le sostanze probabilmente non carcinogene per l’uomo.

alimentazione classificazione carcinogeni

Infografica sulle categorie di classificazione IARC ( da compoundchem.com)

Esaminandola si nota che, in base alla lista, anche mangiando i cannelloni della nonna preparati con i frutti del proprio orto bio e con animali allevati dal nonno di Heidi possiamo incontrare sostanze potenzialmente cancerogene. Per questo motivo ho utilizzato la parola naturalmente poco fa, per sottolineare che non mi riferivo per forza a conservanti, coloranti o strani additivi.

Ingeriamo, quindi, sostanze tossiche o potenzialmente tossiche tutti i giorni e, senza tirare in ballo magiche ricette depurative, il nostro corpo dispone di sistemi atti a limitare i danni. Siamo, però, nell’epoca della demonizzazione veloce. Tutti ricordiamo il recente inserimento delle carni trasformate (salumi, würstel, etc.) nel gruppo 1 e delle carni rosse nel 2A come un momento di terrore generalizzato sul web e di rivalsa da parte di gruppi di vegetariani “appassionati”.

Anche le bevande alcoliche sono nel primo gruppo, insieme all’esposizione alla luce solare. Ugualmente sostanze contenute nel basilico o nelle banane fanno parte della lista. Questo non significa certo che gli amanti della tintarella o i divoratori di banane sicuramente svilupperanno un tumore, né che evitando il sole e l’esotico frutto saremmo al riparo da una tale eventualità. La classificazione della IARC, inoltre, non è quantitativa ma qualitativa: non ci dice quanto una sostanza sia cancerogena, ma, bensì, se vi sono sufficienti prove che lo sia in qualche misura.

Ricordate quando parlammo di percezione del rischio?

panic

La morale, se così si può dire, ha origine antica e si riassume con la celebre frase dell’alchimista e botanico ParacelsoTutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.

Proprio questo è il messaggio importante; se proprio vogliamo essere esempi di sana alimentazione piuttosto che bandire un alimento dalla tavola, basterà forse non eccedere nel suo consumo? Classifiche a parte, serviva davvero demonizzare l’olio di palma per far si che le mamme si preoccupassero del volume di merendine ingurgitato dai propri pargoli? Così come non era difficile capire che abusare di insaccati è una pratica poco salutare. Prima, però, di temere l’eventualità di sviluppare tumori mi preoccuperei di altre patologie molto più direttamente correlate con la cattiva alimentazione come il diabete o le malattie cardiovascolari. Per non parlare dell’obesità, soprattutto quella infantile.

A lungo si è tentato di spiegare la permanenza dell’obesità nella nostra specie dal punto di vista evolutivo; le caratteristiche che ci rendono meno agili e ci predispongono a gravi malattie dovrebbero essere state “scartate” dalla selezione naturale. Un’ipotesi, detta del gene parsimonioso, sostiene che durante la nostra storia evolutiva come specie umana abbiamo attraversato regolarmente periodi di carestia. In questa circostanza gli individui con geni che stimolano l’accumulo di grasso sarebbero stati favoriti. In questo modo, oggi chi possiede tale gene e si trova in luoghi in cui gli scaffali del supermercato sono sempre pieni non ha occasione di smaltire i depositi e tende all’obesità.

In ogni caso, nonostante la popolarità, questa teoria ha i suoi detrattori.

Complici della cattiva alimentazione sono le abitudini sedentarie dei paesi occidentali che stanno trasformando non solo la silhouette ma, anche e soprattutto, la salute dei cittadini dei paesi “sviluppati”.

alimentazione e obesità infantile

In Italia nel 2014 i bambini in sovrappeso erano il 20,9% e i bambini obesi sono il 9,8% (dati di OKkio alla SALUTE)

I dati dello studio pubblicato a luglio scorso su The Lancet ci illustrano l’impatto economico della situazione. L’indice è puntato sull’inattività che, essendo uno dei fattori che portano all’obesità, è anche causa dell’insorgere delle patologie ad essa collegate. I ricercatori dell’Università di Sydney hanno quantificato il costo della sedentarietà sia dal punto di vista sanitario che in termini di produttività. I risultati mostrano che raggiungiamo i 53,8 miliardi di costi sanitari diretti e 13,7 miliardi dovuti alla perdita di produttività dei malati. Lo studio lascia intendere un peggioramento nel futuro.

Alla luce dei dati di cui siamo in possesso, la saggezza ci suggerisce di non farci prendere dal panico, dar retta al buon Paracelso e, aggiungerei, di farlo muovendoci un po’ di più!

È praticamente finita l’era del “mangio ciò che voglio”, perché una cattiva alimentazione è pericolosa quanto il fumo, sebbene non ci sia la stessa consapevolezza nell’assumere abitudini alimentari sbagliate (Mario Pappagallo)

Serena Piccardi

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