Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni – Edwin A. Abbott

Per questo libro non esiste descrizione migliore di: un piccolo classico della letteratura fantascientifica inglese in epoca vittoriana.

Pubblicato nel 1884 da un noto pedagogo, il romanzo mostra tutti i pregi e i limiti dell’epoca.

Non bisogna approcciarvisi come si farebbe a un testo di fantascienza degli ultimi decenni, quelli dei mostri dallo spazio o dagli abissi per intenderci. Non è questa la somiglianza che possiamo trovare: manca il brivido, manca quel qualcosa che cattura e che tiene sospeso il lettore (e a cui tanto siamo abituati); piuttosto, si deve pensare agli scritti del genere fantastico, di cui furono ricchi il Medio Evo e il mondo classico. Chi leggerà con questo filtro, avrà sicuramente di che rimanere soddisfatto.

Il racconto è una descrizione della terra di Flatlandia – un paese a due dimensioni – e dell’incontro di un suo abitante con una sfera: lo sfortunato attraverserà numerose peripezie quando parlerà ai suoi concittadini della sua scoperta e inizierà ad avanzare bizzarre teorie sulla terza dimensione.

L’elemento più evidente è la grande similitudine tra la società di Flatlandia e quella inglese di fine ‘800: una società classista, con rigide divisioni sociali basate sulla genetica o sulla biologia e solo in piccola parte sui meriti. Ogni persona è riconoscibile in base alla propria forma geometrica (le donne sono linee, gli uomini partono dall’essere triangoli con lati diversi e poi a salire nella scala sociale, fino ai cerchi); forma che a sua volta, proprio per la natura bidimensionale, può essere indagata per lo più solo tramite il tatto. Un mondo paradossale, ma molto simile al contesto storico dell’autore, di cui trapelano gli aspetti più grotteschi e risibili.

Testo veloce e godibile, da leggere nell’ottica del piccolo classico di letteratura fantastica.

Voto al libro: 8

Gabriele Germani

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