L’esperimento (fallito) di Città Giardino Aniene, manifesto di una vita a misura d’uomo

Una panoramica di Piazza Sempione ripresa dalla chiesa dei Santi Angeli Custodi su progetto di Giovannoni (1920)

La cosa che mi piace di più, soprattutto da quando ho il pretesto di parlare di alcuni quartieri di Roma, è scoprire e far guardare con occhi nuovi luoghi che possono esserci da sempre familiari, ma conosciuti solo superficialmente.

Il quartiere Montesacro, sito nel quadrante nordest della città, lascia solo intuire la sua importanza storica, poco considerata rispetto alla quotidiana caoticità del traffico che sfila lentamente lungo la sua strada più importante, la Nomentana. In molti non immaginerebbero mai che in questa zona, a partire dal 1929, durante fortuiti scavi in una cava di ghiaia, emersero alcuni fossili preistorici, tra i quali i più interessanti furono due crani umani non completi, accostabili all’uomo di Neanderthal. Per le loro caratteristiche, questi resti denominarono un nuovo tipo di ominide, noto come l’Uomo di Sacco Pastore, dal nome della tenuta in cui furono rinvenuti, ora ricordati da una targa in Via Valdinievole. Di ulteriori ritrovamenti in zone limitrofe ne aveva già parlato la mia collega Serena Piccardi.

Per raccontare di questo giovane quartiere (fu istituito nel 1951) partirei proprio dalla parte che ha meno fascino, frutto dell’edilizia intensiva del Dopoguerra ma che, a livello cinematografico, offrì diverse location, collocando tra le palazzine in costruzione o appena terminate scene di vita comune della piccola e media borghesia. In particolare, tra Via Val Chisone e Via dei Campi Flegrei sono rintracciabili gli edifici che, ne “L’onorevole Angelina” (1947) la carismatica protagonista (interpretata da Anna Magnani) decide di occupare con le altre donne della borgata per rivalersi della scorrettezza del Commendatore Garrone, il costruttore senza scrupoli che aveva edificato le loro abitazioni in terreni a rischio alluvione.

I palazzi di Via Val Chisone ancora da terminare che ne “L’onorevole Angelina” vengono occupati e che indirettamente spingeranno angelina (Anna Magnani) a fare un’esperienza in politica

I palazzi di Via Val Chisone ancora da terminare che ne “L’onorevole Angelina” vengono occupati e che indirettamente spingeranno angelina (Anna Magnani) a fare un’esperienza in politica

Pochi anni dopo (siamo nel 1958) troviamo Peppe e Capannelle (interpretati da Vittorio Gassman e Carlo Pisacane) passeggiare tra questi palazzi nella scena finale dell’amatissimo “I soliti ignoti” di Monicelli:

E a poca distanza, più precisamente alla fine di Via Val Brembana, non si può trascurare di citare un’esilarante scena tratta da “Un giorno in pretura” (1954), nella quale fa la prima comparsa il personaggio di Nando Mericoni, un giovanotto di borgata con il pallino per tutto ciò che fa parte della cultura degli Stati Uniti. Qui lo vediamo rivolgersi nella sua finta parlata yankee ad uno spaventapasseri, immaginandolo come il generale Custer.

Tornando sulla Nomentana, si ha la possibilità di seguire quello che per anni è stato l’antico tracciato della via e percorrere l’antico Ponte Nomentano che, insieme a Ponte Milvio, era considerato dai Romani tra i ponti extraurbani più importanti. Permetteva di attraversare l’Aniene, il maggior affluente del Tevere, e di raggiungere quel Monte Sacro sul quale gli antichi àuguri compivano i loro vaticini osservando il volo degli uccelli.   Fu edificato in epoca repubblicana utilizzando blocchi di tufo e profili di travertino e presentava tre arcate, di cui rimane ben visibile solo quella centrale.

In epoca medievale venne ricostruito nel 552 sotto Narsete, dopo che era stato distrutto per ordine di Totila, re dei Goti nel 549; un’ulteriore modifica, volta a rafforzare le sue funzioni di difesa, venne eseguita sotto papa Adriano I (772-795): fu fortificato e dotato di torri , in più venne creato un passaggio più stretto per essere più facilmente difeso. Le caratteristiche merlature poste sulla torre e sul passaggio sopraelevato vennero fatte realizzare sotto papa Niccolò V (1447-55)

Veduta del medievale Ponte Nomentano (photo credit: sovrintendenzaroma.it)

Veduta del medievale Ponte Nomentano (photo credit: sovrintendenzaroma.it)

Il 23 novembre dell’800 sul Ponte Nomentano avvenne l’incontro tra Carlo Magno, sceso in Italia per venire in soccorso di papa Leone III (che l’anno precedente era stato vittima di una congiura) e il pontefice stesso, che accolse qui il suo più prestigioso difensore della fede (e un alleato di gran peso politico, giacché la sua autorità in quel periodo era fortemente messa in discussione negli ambienti curiali). Da qualche anno, grazie ad un’associazione culturale si svolge una rievocazione in costume di questo evento.

La particolarità di essere uno dei pochi ponti ad aver mantenuto il suo aspetto medievale portò diversi artisti a raffigurarlo. È suggestivo vedere, ad esempio, quale panorama lo circondava all’inizio dell’Ottocento in questa tela di Corot.

Camille Corot, Ponte Nomentano (1826-1928, olio su tela, Rotterdam, Museum Boijmans van Beuningen, photo credits: wikiart.org)

Camille Corot, Ponte Nomentano (1826-1928, olio su tela, Rotterdam, Museum Boijmans van Beuningen, photo credits: wikiart.org)

Fu anche una location impiegata in diversi film dove, curiosamente, troviamo diverse scene di suicidio, vero o presunto: da “I motorizzati” (1962), nel quale Ugo Tognazzi cerca di sbarazzarsi del cadavere di un’anziana gettandolo nel fiume a quella tratta da “Rugantino” (1973), dove un entusiasta Celentano, nei panni del protagonista, può confessare ad un suicida di essere stato a letto con la bella Rosetta (Mori).

Poco più avanti, si trova, con la medesima destinazione d’uso, la rimessa dei filobus che compariva in “Avanti c’è posto…” (1942), commedia sentimentale con protagonista Aldo Fabrizi.

Ci troviamo ora nei pressi di quel Monte Sacro (in realtà una modesta collina) sul quale nel 448 a.C. si raccolsero tutti i plebei della città per protestare contro le eccessive pretese del patriziato. Grazie al convincente discorso di Menenio Agrippa, fine politico, la protesta si risolse pacificamente.

L’andamento delle strade da qui in poi è sinuoso, alterna diversi saliscendi e vi regna una certa tranquillità. Si capisce di essere entrati in una dimensione diversa da quella incontrata poco prima. Anche se a tratti compromessa dalla sostituzione con palazzine multipiano dal gusto piuttosto anonimo, la zona ospita diversi sviluppi sul tema dei villini, una tipologia abitativa pensata per una borghesia medio alta. Questa fu la soluzione abitativa che venne adottata in via sperimentale per creare un nuovo quartiere che seguisse l’esempio delle “garden cities” anglosassoni.

L’idea della “garden city” venne sviluppata in Inghilterra a partire dalla metà del XIX secolo, per contrastare le condizioni di forte degrado che si stavano creando a seguito dell’aumento di popolazione che si riversava per lavoro nelle grandi città. Aveva il duplice obiettivo di offrire le comodità di una vita cittadina, (grazie alla vicinanza di servizi, negozi, chiesa e luoghi culturali di aggregazione) ma conservando la salubrità degli spazi verdi inseriti nei cortili, dai quali eventualmente trarre sostentamento. In questo modo, si creavano dei centri autosufficienti perché erano provvisti anche di palazzi dove ospitare gli uffici amministrativi. Il tutto, con il proposito di conservare “cuscinetti” verdi (individuabili nelle riserve naturali) che fossero sottratti alla speculazione edilizia.

Un'immagine d'epoca che mostra come appariva la Città Giardino Aniene prima della Seconda Guerra Mondiale (photo credits: romasparita.eu)

Un’immagine d’epoca che mostra come appariva la Città Giardino Aniene prima della Seconda Guerra Mondiale (photo credits: romasparita.eu)

A Roma sono due le zone che presentano queste caratteristiche e che furono progettate negli stessi anni: la Garbatella e il luogo dove ci troviamo, denominato per questo motivo Città Giardino Aniene.

Il compito di redigere il piano urbanistico fu affidato nel 1920 a Gustavo Giovannoni (1873- 1947), che seguì i dettami di Ebenezer Howard, il grande teorizzatore delle “garden cities” prevedendo che i tracciati stradali seguissero l’orografia del territorio collinare. Così, non troviamo lunghi tratti rettilinei (ad eccezione del segmento formato dal Corso Sempione e il ponte dedicato a Tito Tazio, leggendario re dei Sabini che per un periodo governò a fianco di Romolo e che possiamo ammirare nella scena di “Ladri di biciclette” in cui il piccolo Bruno attende il ritorno del padre al capolinea del tram) ma strade dall’andamento imprevedibile, che lasciano un senso di piacevole spaesamento se percorse a naso all’insù per ammirare l’interessante edilizia creata nei successivi vent’anni dalla redazione del progetto di Giovannoni. Le cooperative edilizie coinvolte nella costruzione del nuovo quartiere furono diverse, e ognuna portava in dote architetti che ebbero la libertà di sperimentare, per ogni villino, linguaggi diversi, la maggior parte dei quali riconducibili al piacevole e consolidato barocchetto romano. Assieme a Giovannoni, cui fu affidata la progettazione della chiesa dei Santi Angeli Custodi, vero edificio cardine della neonata Piazza Sempione, sulla quale affacciavano gli edifici più importanti per la nascente comunità, troviamo molto attivo Innocenzo Sabbatini, che si occupò della costruzione del palazzo civico, che nella torre con l’orologio e l’accesso porticato conserva la memoria di quelli di epoca medievale e rinascimentale e dei fabbricati semintensivi che delimitano la parte sinistra della piazza e ospitavano il cinema-teatro. Non mancarono i progetti per edifici scolastici, per i complessi richiesti dall’Istituto delle Case Popolari (che nella piacevolezza delle soluzioni decorative adottate non hanno nulla da invidiare ai villini vicini), mentre furono disattesi i propositi di creare un parco archeologico e un complesso sportivo.

L’idea di aver creato una città nella città durò fino l’inizio degli anni Cinquanta, quando prese il sopravvento la speculazione edilizia, facendo decidere di abbattere alcuni villini per sostituirli con palazzine. Si  decise anche di cambiare nome al quartiere, ormai snaturato dal suo progetto originale, e si scelse di richiamare alla memoria la storia romana battezzandolo Montesacro. Questa coesistenza a volte guasta la magia, ma basta trovare alcuni esempi di villini ben conservati, come alcuni presenti in via Cimone, per ritrovare immediatamente l’atmosfera perduta. Ne è prova la casa dove abitano i protagonisti  dell’ultimo film che cito, il recente “Com’è bello far l’amore” (2012).

Scea di "Com'è bello far l'amore" in cui possiamo ammirare l'esterno e gli interni di un villino di Città Giardino Aniene

Scea di “Com’è bello far l’amore” in cui possiamo ammirare l’esterno e gli interni di un villino di Città Giardino Aniene

Il tour di Città Giardino Aniene con Roma Slow Tour farà il suo debutto domani e dato il fascino della zona, scommetto che non tarderà ad essere riproposto.

https://www.facebook.com/events/964388527004286/

 

Pamela D’Andrea

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