REAZIONI E VALUTAZIONI DOPO LA VITTORIA DI TRUMP

Esattamente una settimana fa eravamo in attesa dei risultati delle elezioni americane con, da un lato, una Clinton data per favorita e addirittura considerata candidato invicibile dei “poteri forti”, dall’altro, un improbabile Trump che per quanto apparisse inadatto a diventare il nuovo presidente risultava quasi simpatico e riceveva endorsement più o meno diretti proprio perché considerato innocuo non avendo apparentemente alcuna possibilità di riuscita.

Ora, a distanza di qualche giorno, ciò che tutti quanti esorcizzavano si è concretizzato. Non solo Trump ha (stra)vinto con Camera e Senato dalla sua parte, ma ha anche confermato che costruirà il muro con il Messico e caccerà circa 3 milioni di immigrati clandestini (per clandestini si intendono anche coloro che nonostante lavorino e siano domiciliati non abbiano la documentazione aggiornata in regola). Nonostante il Presidente eletto abbia dichiarato che potrebbe conservare alcune parti dell’Obamacare (forse solo il nome), per il resto sembra intenzionato a voler tramutare in realtà le tanto, folli, promesse che aveva fatto in campagna elettorale. Oltre al tentativo già in atto di trovare un modo per defilarsi dal rispettare gli accordi di Parigi sull’ambiente e alla conferma che ritoccherà in chiave antiabortista la legge sull’interruzione di gravidanza, è di ieri la notizia che due personaggi della destra e dell’ultra-destra americana, Reince Priebus e Steve Bannon, saranno nominati rispettivamente capo di gabinetto e consulente strategico all’interno del suo staff.

Ma quale è stata la reazione in Italia a questa inattesa e sottovalutata vittoria? Come scritto nell’articolo della settimana scorsa, se Trump (che in italiano significa letteralmente “briscola”) fosse nato nel nostro Paese e avesse voluto intraprendere la carriera politica a un certo punto della sua vita imprenditoriale, si sarebbe trovato indeciso se schierarsi a fianco del suo alter-ego Berlusconi, del giovane chiassoso Salvini o del populista Grillo. Tutti e tre divisi in quanto ad alleanze, ma compatibili nei contenuti, al punto da aver plaudito ognuno alla propria maniera l’elezione del repubblicano. Berlusconi è apparso rinvigorito e, in un’intervista rilasciata al Corriere, ha parlato di quanto Trump gli somigli per molti aspetti, nonostante ne abbia preso le distanze sul piano ideologico, definendolo “come me, ma di destra”. Salvini, sull’onda della manifestazione per il NO al referendum, è partito per la tangente e si è autoproclamato leader del centrodestra, con tanto di cartelloni all’americana distribuiti ai militanti della Lega Nord con su scritto “Salvini premier”. Infine Beppe Grillo che, subito dopo l’elezione del magnate statunitense ha registrato un video con un capello dal colore marcatamente arancione, dove dichiara questo avvenimento il più grande “Vaffa” della storia e preannuncia un’apocalisse per giornalisti, mass media e intellettuali, sostenendo quanto poetico sia l’essere degli ignoranti e dei disadattati e definendo positivamente l’ondata di populismo che sta investendo l’occidente come un’invasione barbarica che spazzerà via le elite al potere e rappresenterà il nuovo “sol dell’avvenire” del mondo.

Anche il premier Renzi non si è tirato indietro dal reagire a livello comunicativo e, oltre a rincalzare la dose nei confronti di Bruxelles, che non gli permette di sforare il deficit di spesa per terremotati e immigrati, ha tolto la bandiera dell’Europa dal suo studio a Palazzo Chigi dove registra le conferenze stampa che posta poi sui social. Sembra che questa mossa gli sia stata suggerita dal suo stratega per la campagna sul referendum Jim Messina, lo stesso che dopo aver curato la campagna elettorale di Obama nel 2008 e nel 2012, si è occupato di quella della Clinton di quest’anno.

Se vogliamo fare un parallelismo storico recente, circa 35 anni fa gli Stati Uniti vedevano l’elezione di un presidente conservatore, che era stato anche attore e che prometteva delle radicali riforme in chiave liberista. Dal suo competitor democratico Jimmy Carter fu definito un “pericoloso estremista di destra” proprio perché preannunciava uno svuotamento dei diritti dei lavoratori in favore di un iperliberismo economico che si tramutava in minori tasse ed uno Stato sempre meno presente. Insieme alla Thatcher in Inghilterra diedero vita alla stagione del neoliberismo degli anni ’80, che ha portato ad una progressiva serie di privatizzazioni di settori pubblici e ad una frammentazione del mercato del lavoro, sfociata poi nella precarizzazione degli anni ’90 e nella globalizzazione arrivata fino ai giorni nostri. Ora questo periodo sembra essersi concluso perché, se è vero che le analogie tra Trump e Reagan possono essere molte, tra cui anche l’avere come partner una leader donna conservatrice nell’Inghilterra post Brexit, Theresa May, la prima che ha ricevuto la telefonata dallo stesso Trump, ciò a cui aspira il neo eletto presidente USA non è ricostiture la potenza dell’America dopo il Vietnam (nel paragone, le guerre in Medio-Oriente), isolare l’Unione Sovietica (oggi la Russia), oppure restituire la fiducia nei principi liberali non solo al suo Paese, ma all’intero mondo occidentale.

Trump esprime il desiderio di tornare all’isolazionismo e al protezionismo che contraddistinse la storia degli Stati Uniti tra le due guerre mondiali, un’anomalia per la storia degli USA caratterizzata dalla partecipazione permanente agli affari internazionali dal dopoguerra in poi, attraverso alleanze militari (come la NATO) o trattati di libero scambio. E se in tema di parallelismo storico vogliamo rimanere, se quello è il periodo al quale il neopresidente degli Stati Uniti guarda, sempre a cavallo tra le due guerre abbiamo assistito alla nascita dei fascismi e dei populismi in Europa e non solo, del protezionismo e del razzismo diventato legge, del fallimento dell’allora Società delle Nazioni (l’ONU). Una situazione molto simile a quella che ci stiamo affacciando a vivere oggi, che non portò a nulla di buono e sfociò, purtroppo, nell’esito che tutti sappiamo.

Filippo Piccini

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