Il pulcin della Minerva, un nuovo caso di vandalismo

Il danno provocato dall’atto vandalico verificatosi nella notte tra il 13 e il 14 novembre a danno della statua dell’elefante in Piazza della Minerva (photo credits: ANSA/Massimo Percossi)

Ci troviamo, attoniti, di fronte a un nuovo caso di vandalismo nei confronti del nostro patrimonio artistico. Nella notte tra domenica e lunedì scorsi qualcuno, ancora da identificare, ha danneggiato la statua dell’elefante stiloforo (che sorregge un obelisco egizio) nella centralissima Piazza della Minerva, a una manciata di passi dal Pantheon. Probabilmente, è stata una pallonata a troncare di netto la punta della zanna sinistra, fortunatamente rinvenuta a terra ai piedi della statua. Questa circostanza ha permesso di intervenire con un “restauro-lampo”, tenutosi giovedì, che ha visto due restauratrici della Sovrintendenza Capitolina (dopo le dovute analisi tecniche) incollare il frammento con un adesivo sintetico che ha avuto bisogno di circa 24 ore per far presa. Per garantire la riuscita in questa fase delicata, il muso dell’elefante è stato imbragato con fasce di nylon, per permettere a dei sostegni di legno di far mantenere alla zanna la posizione corretta, come si farebbe con un arto steccato.

Ecco come si presentava l’intervento di restauro lampo cui è stata sottoposta la statua di Ercole Ferrata (photo credits: pagina Facebook Roma – Comune)

Ecco come si presentava l’intervento di restauro lampo cui è stata sottoposta la statua di Ercole Ferrata (photo credits: pagina Facebook Roma – Comune)

E vista l’instabilità del clima di questi giorni, è stato posto un telo di polietilene per impedire che la pioggia bagnasse la parte trattata.

A parer mio, è sempre interessante vedere non solo tramite foto quelle che sono le delicate fasi di restauro di un bene danneggiato. Offrono indicazioni sulla dedizione che comporta un lavoro di grande importanza, e in qualche modo invita a far riflettere circa la necessità di perpetuare la memoria fisica dei monumenti che abbiamo ereditato. Sarebbe un po’ come a dire: in questo periodo storico in cui si percepisce un forte abbandono volontario delle regole, esemplificato dal gesto della vandalizzazione, dove un’arroganza nei comportamenti porta ad ignorare le più semplici regole di educazione civica (ma veramente ci si può permettere di giocare una “partitella” in una zona così centrale? Seppur uno volesse tollerare la spontaneità di alcuni gesti, bisogna comunque ricordarsi che certe prodezze sono concesse in spazi appositi, non vicino a elementi danneggiabili), vedere chi, di controparte, si impegna per ripristinare l’aspetto di ciò che è stato deturpato, lascia addosso una sensazione di sollievo e di speranza.

Non solo: c’è la voglia di ringraziare per una restituzione che va al di là del semplice lavoro svolto: chi ha avuto modo (come me) di vedere restauratori all’opera, resta incantato da quei gesti precisi, delicati e sapienti, frutto di anni di formazione, dalla deferenza con la quale si approcciano all’opera da restaurare, dall’affetto maturato verso essa nei lunghi giorni che compongono il loro intervento.

Ad esempio, coincidenza ha voluto che l’immagine del restauratore di cui finora ho parlato sia basata anche sull’esperienza del cantiere eseguito dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro tenutosi nel 2011 proprio per portare nuovamente al suo originario splendore l’elefantino di Piazza della Minerva, in cui furono impiegati anche gli allievi della sua Scuola di Alta Formazione.  Chi passeggiava in quella piazza in quel periodo ricorderà che era stato previsto un ponteggio “trasparente”, per permettere ai passanti di seguire lo svolgimento dei lavori e di confrontarsi, tra battute e spiegazioni, con gli stessi restauratori sulle sorti di un qualcosa che non deve smettere di essere percepito come un bene della comunità e, come tale, protetto e tutelato.

Una foto del cantiere di restauro eseguito nel 2011 dai restauratori e allievi dell’ISCR (photo credits: roma.corriere.it)

Una foto del cantiere di restauro eseguito nel 2011 dai restauratori e allievi dell’ISCR (photo credits: roma.corriere.it)

Cosa siamo chiamati a fare in concreto, quindi? Innanzi tutto, recuperare la storia e conoscerla. Spesso, in questa operazione, si possono intravedere i tentativi di integrazione tra diverse culture e in quale forma si è manifestata questa sintesi. Tutto ciò non solo per accrescere la nostra cultura artistica, ma anche la nostra consapevolezza di appartenere ad una storia che non è solo quella intrappolata nei libri di testo.

Come spesso mi capita, a questo punto tiro in ballo il recente intervento di Tomaso Montanari con il quale mi sento perfettamente in linea. E inizierei a raccontare la storia di questo monumento, a partire dal suo soprannome, il “pulcino della Minerva”.

È palese che quello che vediamo scolpito da Ercole Ferrata (1610-1686), prezioso collaboratore di Gian Lorenzo Bernini (al quale è riconducibile il progetto dell’opera) non è un piccolo pennuto, ma un pachiderma di modeste dimensioni che, per di più, porta in equilibrio sulla schiena un obelisco egizio. Il suo aspetto massiccio, reso necessario per sostenere in maniera stabile l’obelisco, ricordava al popolo l’immagine di un maiale, al punto da soprannominarlo “porcino”. Probabilmente, per una semplice ragione fonetica, il soprannome si corruppe in “purcino”, che in romanesco indica il pulcino.

La sistemazione dell’obelisco della Minerva all’interno della piazza. Alle sue spalle, si riconosce la facciata della chiesa di Santa Maria della Minerva, che sorge sopra l’antico tempio di Minerva Calcidica e dalla quale prende il nome lo spazio antistante.

La sistemazione dell’obelisco della Minerva all’interno della piazza. Alle sue spalle, si riconosce la facciata della chiesa di Santa Maria della Minerva, che sorge sopra l’antico tempio di Minerva Calcidica e dalla quale prende il nome lo spazio antistante.

Ma rimane comunque originale la scelta di questa soluzione per poter valorizzare l’obelisco che era stato rinvenuto nel 1665 nel giardino appartenente al convento domenicano collegato alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva.

L’obelisco era di pregevole fattura: alto solo cinque metri e mezzo, realizzato nel VI secolo a. C. in granito rosa, presentava iscrizioni su tutti e quattro i lati e proveniva dalla città egizia di Eliopoli. Insieme ad altri obelischi fu trasportato nella capitale dell’Impero sotto Domiziano, per ornare il cortile del grande Iseum (un tempio dedicato al culto delle divinità egizie Iside e Serapide, che sorgeva nella zona del Campo Marzio accanto al tempio di Minerva Calcidica, sopra il quale venne edificata la chiesa intitolata alla Vergine Maria).

Per l’eccezionale fatto di essersi conservato integro, papa Alessandro VII Chigi decise di collocarla al centro della piazza antistante il luogo di ritrovamento, e scelse di avvalersi di Bernini per inventare una soluzione che valorizzasse l’antico monolite e celebrasse la Chiesa e, in particolare, la Divina Sapienza. Tutto questo è rintracciabile nell’iscrizione sul basamento, la cui traduzione è questa: “Chiunque qui vede i segni della Sapienza d’Egitto scolpiti sull’obelisco, sorretto dall’elefante, la più forte delle bestie, intenda questo come prova che è necessaria una mente robusta per sostenere una solida sapienza”

Probabilmente fu il desiderio di imprimere questa lettura simbolica a spingere il pontefice (che aveva una raffinata cultura) a suggerire al Bernini di ispirarsi, per la composizione dell’opera, ad un testo rinascimentale molto apprezzato, l’ “Hypnerotomachia Poliphili” composto nel 1499 dal frate domenicano Francesco Colonna. Nel romanzo, il protagonista incontra ad un certo punto un elefante di pietra che sorregge un obelisco, raffigurato in una delle incisioni del libro. Bernini seguì il consiglio, scegliendo però di coprire il cubo di sostegno con un’elegante gualdrappa che riportasse lo stemma della famiglia Chigi, cui apparteneva il Papa.

Incisione tratta dall’”Hypnerotomachia Poliphili” in cui è chiaramente ravvisabile l’ispirazione del Bernini per il progetto dell’obelisco da porre in Piazza della Minerva (photo credits: codex99.com)

Incisione tratta dall’”Hypnerotomachia Poliphili” in cui è chiaramente ravvisabile l’ispirazione del Bernini per il progetto dell’obelisco da porre in Piazza della Minerva (photo credits: codex99.com)

Circola anche un simpatico aneddoto sulla posa assunta dall’elefante berniniano: infastidito dalle critiche che alcuni domenicani del vicino convento rivolsero al progetto (ponendo dubbi sulla sua stabilità) Bernini, in fase di definizione dell’opera, decise che l’elefante desse le spalle alla chiesa, tenuta dagli stessi frati, e che le terga dell’animale, con tanto di coda spostata, fossero rivolte in direzione del vicino convento in cui alloggiavano gli ottusi frati.

Ma un racconto migliore del mio lo ha tenuto il già citato Montanari durante le sue lezioni televisive nel programma “La libertà del Bernini”, di cui ho rintracciato questo spezzone:

 

Pamela D’Andrea

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